mercoledì 4 luglio 2012

HARRY TI PRESENTO SALLY


Harry, ti presento Sally…
(USA 1989)
Titolo originale: When Harry Met Sally…
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Nora Ephron
Cast: Billy Crystal, Meg Ryan, Bruno Kirby, Carrie Fisher
Genere: romcom
Se ti piace guarda anche: C’è post@ per te, Insonnia d’amore, Prima dell’alba, One Day

Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: “Frank, io devo! Ma tu?”
Harry (Billy Crystal)



Ci sono quei film che pensi di aver visto. Sai di aver visto. Tutti li hanno visti. Poi ci pensi bene e ti rendi conto che hai presente solo una scena, quella più famosa, ma in realtà non l’hai davvero visti dall’inizio alla fine. Per me, Harry, ti presento Sally è uno di quei film.
La celeberrima scena orgasmica di Meg Ryan, quella sì, almeno quella, l’avevo vista.



Forse avevo visto anche qualche altro minuto, in qualche passaggio televisivo. Però non mi ero mai messo lì fermo a vedermi tutto Harry, ti presento Sally. Non so nemmeno perché. Questione generazionale, magari. O perché Billy Crystal non mi ha mai fatto impazzire, sarà anche per quello. Meg Ryan mi sta moderatamente simpatica, mi è piaciuta soprattutto in In the Cut di Jane Campion, ma pure lei non è che mi abbia mai sconvolto più di tanto l’esistenza. Com’è, o come non è, mi sono messo a vederlo solo ora, all’indomani della scomparsa della sceneggiatrice della pellicola, Nora Ephron, e così finalmente Harry e Sally si sono presentati anche a me.
Ciao Harry, ciao Sally. Io sono Cannibal.

Nonostante abbia scritto e diretto altri capisaldi nel genere sentimentale come Insonnia d’amore e C’è post@ per te, lo script di Harry ti presento Sally rappresenta il vero testamento spirituale di Nora Ephron. Più che un semplice script, è un autentico manuale su come realizzare la perfetta romcom, in grado di mischiare amore e amicizia, sentimentalismi vari alleggeriti però da una dose abbondante di umorismo. Un autentico modello cui hanno preso ispirazione, per non dire copiato spudoratamente, un sacco di altri film venuti negli ultimi 20 e passa anni.

Di cosa parla Harry, ti presento Sally… lo sapete tutti, considerando come al contrario di me l’avrete sicuramente già visto mille e mila volta. Harry incontra Sally, all’inizio si stanno sulle palle, come accade in ogni buona storia romantica che si rispetti, perché se si piacciono fin da subito è tutto troppo facile. Dove sta il divertimento, per lo spettatore? Seguendo il detto: chi disprezza compra, tra loro la situazione via via cambierà, prima diventeranno amici, poi trombamici, poi forse qualcos’altro…


La maestria di Nora Ephron sta nel combinare alla perfezione comicità e sentimenti, in un’epoca in cui le commedie romantiche per carità esistevano già, così come un certo tipo di cinico umorismo newyorkese sembra preso in prestito da Woody Allen, però un film come questo inventa la romcom nella concezione moderna del termine, oltre a diventare un esempio fondamentale per ogni buon “boy meets girl movie” che si rispetti. Quardi Harry, ti presento Sally… e fai fatica a credere sia uscito nel 1989. È una pellicola troppo più attuale e moderna per ritmo, battute e ironia, rispetto a un sacco di commedie pseudo romantiche americane uscite negli ultimi anni che appaiono vecchie, stanche, conservatrici. Poi, come tutti i film avanti nei tempi destinati a essere presi a modelli dalle generazioni futuro, ha generato pure proprio quel sacco di pellicole modeste, derivative ed evitabili, di cui dicevamo sopra. Ma di questo non possiamo fargliene una colpa.

Oltre a essere riuscito a invecchiare splendidamente, cosa che non si può dire di molte altre pellicole 80s, è un film che riesce in un altro gioco di equilibrio affatto semplice: raccontare una storia che si dipana su differenti piani temporali, attraverso i vari incontri tra i due protagonisti. Se un tipo di narrazione del genere funziona bene nello spazio lungo di un romanzo, non sempre risulta facile realizzare una storia di questo tipo nella breve durata di un film. Harry, ti presento Sally… lo fa invece con grande facilità, partendo dal primissimo incontro tra i due personaggi ai tempi del college e poi andando avanti con le loro vite. Una cosa ad esempio fatta bene, seppure in maniera un pochino meno riuscita, anche nel recente One Day.

I vari piani temporali sono intervallati da interviste di alcune coppie che parlano della loro relazione. Un espediente che fa molto mockumentary, genere oggi molto in voga, a ulteriore segno dell’attualità del film, ma di cui comunque io avrei fatto volentieri a meno, visto che costituisce un surplus che non aggiunge niente di particolare alla storia principale.
A parte questo, la sceneggiatura è davvero un saggio di bravura e i dialoghi tra i due protagonisti sono fenomenali. Insieme ad Aaron Sorkin (The Social Network, la nuova serie The Newsroom) e Amy Sherman-Palladino (l’autrice di Una mamma per amica e della novità Bunheads), Nora Ephron è da considerarsi tra i più grandi maestri nella realizzazione dei dialoghi degli ultimi 30 anni.



Tra le cose che mi hanno convinto meno del film, c’è invece una regia molto piatta e molto standard di Rob Reiner, non un virtuoso della mdp, ci sono i classici amici comprimari dei protagonisti che però non riescono a lasciare il segno (Carrie Fisher/principessa Leila in primis) e una colonna sonora da diabete o da Benedetta Parodi: si senta ad esempio l’uso di “Let's Call The Whole Thing Off” cantato da Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, poi ripetuto fino alla nausea (letteralmente) nel programma culinario Cotto e mangiato.
Anche nei suoi difetti, Harry, ti presento Sally… è una pellicola che ha cambiato e definito il genere romcom nell’accezione moderna del termine, è entrato nell’immaginario collettivo e, insomma, ha fatto Storia. Felice che si siano presentati anche a me, finalmente.

(voto 7+/10)

CANNIBAL KID, Mercoledì 04/07/2012

martedì 3 luglio 2012

L'UNITA D'ITALIA IN TRE ROMANZI


Con Paese d'ombre Giuseppe Dessì crea un romanzo agevole da leggere, scritto in una lingua pulita e media, in cui spiccano però termini specialistici, rigorosamente in italiano, relativi a diversi settori, dall'artigianato al mondo agricolo e pastorale, dalla botanica all'anatomia umana, e che presenta solo rari interventi di altre lingue, segnalati dal corsivo o da una breve glossa intratestuale, più spesso però integrati nel contesto. I fatti si accompagnano a dettagli della psicologia dei personaggi, i quali non vengono descritti nel loro carattere e nella loro ideologia se non al momento del loro comparire attivo nella storia, la quale passa anche attraverso i loro pensieri, dalla visione del mondo di uno a quella dell'altro, sia che si tratti di un mondo inteso come parte di un nuovo regno, l'Italia unita, sia il mondo circoscritto al paese e a ciò che nel paese era consuetudine fare. Il tutto è racchiuso in una cornice storica, che viene delineata pian piano attraverso il punto di vista politico dei personaggi, delusi dall'unione superficiale di popoli diversi, o tramite l'indicazione di episodi storici più o meno precisamente databili. Riguardo all'ambientazione geografica, invece,  i nomi dei luoghi mescolano realtà e fantasia, più spesso rimangono vaghi, come una Parte d'Ispi non meglio delimitata, oppure appaiono chiari solo verso la fine, quando l'isola diventa tutt'a un tratto la Sardegna.
Ne Il giorno del giudizio Salvatore Satta descrive Nuoro come una città che calamita gli intraprendenti, sia i paesani dei dintorni che la vedono come luogo in cui poter diventare qualcuno, sia i continentali che vi si arricchiscono e "sardizzano"; ma Nuoro è innanzitutto il paese dei nuoresi che, pigri e indifferenti accettano la vita per quello che è, e anzi davanti alle novità continuano come se niente fosse cambiato, e che danno valore alle antiche consuetudini e ai poteri del paese: per i nuoresi tutto nasce e torna e muore a Nuoro. L'unico luogo rivolto all'Italia è il Corso, in cui si sfoggiano abiti civili, si legge il giornale, si decide l'università per i figli, si seguono i primi discorsi politici di cui peraltro i nuoresi non sentono il bisogno; anche le leggi statali vengono accettate più per quieto vivere che per senso di appartenenza al regno d'Italia, la quale non viene concepita come una realtà da vivere finché la guerra non richiama alle armi gli italiani; e se inizialmente i nuoresi rimasti a casa non sanno nemmeno contro chi si combatte, sentendo l'evento come qualcosa che avviene in luoghi lontanissimi, nel dopoguerra Nuoro si avvicina alle altre città dell'Italia e dell'isola, dalle quali provengono anche idee rivoluzionarie, e apre ora i suoi orizzonti, perché la guerra ha reso consapevole l'Italia dell'esistenza dei sardi, ma anche la Sardegna di essere "un frammento d'Italia", ossia di un mondo più vicino e con cui poter comunicare.

Po cantu Biddanoa di Benvenuto Lobina ha come protagonista il paese del titolo, Biddanoa (Villanova Tulo), isolato ed assopito, il quale però ogni tanto si riscuote dal torpore e sembra partecipare alle vicende italiane, belliche e politiche innanzitutto. La prima guerra mondiale costituisce un ponte verso l'Italia e verso i continentali per i biddanoesi, uomini poveri, analfabeti ed estranei quanto gli altri sardi; partecipare alla guerra è quasi un essere legittimati come italiani, e permette di veder muoversi qualcosa, infatti i mutilati e le famiglie dei caduti ricevono una pensione di guerra, inoltre viene fornito anche alla Sardegna uno strumento di potere con valore nazionale quale è un'associazione di ex combattenti: solo a chi ne fa parte viene concesso il privilegio di aderire al neonato partito dei sardisti, e poi di diventare automaticamente tesserato del partito al potere in Italia, quello fascista: finalmente anche Biddanoa ha una parte nello scenario italiano. La partecipazione dei suoi abitanti a queste novità avviene però per inerzia, anche se con una certa soddisfazione per le tante promesse che fa loro il nuovo governo, il quale dimostra in questo modo di avere a cuore il futuro dei sardi che tanto bene hanno servito la patria; il filo che muove le marionette è la mancanza di istruzione, la quale alimenta l'illusione fino al secondo richiamo alle armi, quando ormai molti sardi hanno mangiato anche questa foglia: la Sardegna non è più per l'Italia una riserva di alberi, come un tempo (e come documenta Dessì in Paese d’ombre), bensì di uomini.
(Il romanzo è stato scritto in sardo, e successivamente tradotto in italiano dallo stesso Lobina, perciò è disponibile anche in edizione bilingue)

ELLE, martedì 03/07/2012

domenica 1 luglio 2012

E' L'ORA DEI LIBRI


Quando abbiamo aperto L’OraBluBar avevamo raccontato su questa pagina che il locale sarebbe stato qualcosa di diverso dalla solita pizzeria, e cioè un’oasi lontana dei ritmi serrati della vita, in cui poter condividere con gli amici momenti di svago, di confronto, di cultura. Nonostante sia passato solo un mese dall’apertura, abbiamo già messo in cantiere parecchie iniziative che vedranno la luce prossimamente e di cui vi racconteremo per tempo. La prima di queste iniziative, però, è già arrivata in porto e vedrà la luce a partire da lunedì 2 luglio, quando l’OraBluBar si trasformerà anche in un punto prestito della Biblioteca Comunale. Il progetto era ambizioso e non di semplice realizzazione, ma l’idea di poter regalare ai cittadini uno spazio non convenzionale nel quale soddisfare il proprio desiderio di lettura, ci ha permesso di superare ogni difficoltà sul piano logistico,  grazie anche alla collaborazione del Comune che non ha fatto mai mancare sostegno all’iniziativa.

Pertanto, a partire da lunedì, all’interno del bar, non solo sarà possile leggere o consultare i volumi messi a disposizione, ma soprattutto prenderli in prestito per un periodo di tempo della durata di un mese. In che modo è possibile accedere al servizio ? Niente di più semplice: è sufficiente essere iscritti a una qualsiasi delle biblioteche del Consorzio Sistema Bibliotecario del Nord Ovest ed esibire la relativa tessera. Una volta terminata la lettura, i libri andranno restituiti presso il punto prestito L’OraBluBar.
In attesa di aggiornarvi sulle prossime iniziative, non resta quindi che augurare a tutti Buona Lettura !



sabato 30 giugno 2012

LEZIONI DI GEOMETRIA IN CUCINA: VOLUME E DIAMETRO DEL RISPETTO

Stanotte ho avuto la camera tutta per me, ma l'ho scoperto solo stamattina. Mi stavo chiedendo se per caso in quest'ostello io non sia l'unica italiana che non conosce l'inglese, e mi son quasi risposta di sì. Ieri però, udite udite, ho detto per la prima volta ufficialmente "ja" in risposta alla domanda "Sprichst du Deutsch?". Alcuni di quelli che ultimamente mi parlano in tedesco, o mi chiedono se lo parlo, sono membri dei gruppi punk.

Ieri in cucina ne ho conosciuto uno, il gruppo più normale: erano seduti nella veranda, ma sia la porta che la finestra della cucina erano aperte, la finestra era aperta per far passare il filo della radio che suonava al volume massimo la loro musica spacca timpani, che comunque non mi dispiaceva, anzi ho avuto l'impressione che anche l'acqua sul fuoco seguisse il ritmo segnato dalla batteria e dalla chitarra, raggiungendo il bollore prima del solito e consentendomi di pranzare senza aspettare i soliti venti minuti. La porta invece non aveva altro motivo apparente per rimanere aperta, se non quello di permettermi di fumare con loro: non so di preciso quali sostanze abbia fumato durante il mio pranzo, so solo che dopo mi son sentita meglio; dalla finestra aperta non entrava invece il freddo, dato che c’erano 7 gradi e si stava bene, bensì immagini di vita in comune, anche se non sempre mi sono arrivati i dettagli, perciò non vi so dire con precisione se il capellone riccio e il capellone moro si siano scambiati un bacio profondo o il fumo bocca a bocca: in ogni caso un modo come un altro per rendere l'altro partecipe delle proprie sensazioni. Uno dei ragazzi mi ha approcciato in cucina, naturalmente in inglese, poi mi ha presentato il suo amico, che aveva il compito di fingersi italiano, infatti mi ha salutato con un impastato "bonciorno".
I miei compagni d’avventura in questi giorni sono proprio loro: tante persone vestite di nero attillato, talvolta abbelliti da catene di varie dimensioni, ma non tutte le teste hanno creste colorate: per questo prima ho detto che questo è il gruppo punk più normale dell'ostello. La cosa strana è che sentire odore di birra (leggete "alito"), scambiare battute col tedesco o con il suo amico o chi era (non sono sicura di poterli distinguere in tribunale), e ascoltare musica ad alto volume, anche se non è proprio il mio genere musicale, mi ha fatto sentire a casa. Che razza di infanzia ho avuto, se mi sento a casa fra ubriachi tedeschi vestiti da scheletri?

I gruppi punk sono a Berlino per il Punk & Disorderly Festival, perciò non fanno orario d’ufficio. Oggi alle dieci del mattino sono scesa in cucina per la mia colazione, e ho trovato di nuovo, o forse dovrei dire “ancora”, il gruppo punk seduto fuori che rideva impastato come un matto, la porta aperta, la cassa di birra davanti a loro sul tavolo, il fumo che penetrava silenzioso in cucina, loro visibilmente andati. Io però ho aspettato di iniziare ad imburrare il mio pane, prima di poter interagire con qualcuno di loro, perché da quando sono diventata grande, nessuno mi rivolge mai la parola se non sto facendo colazione. Appena le prime due fette sono saltate fuori dal tostapane, io ho preso in mano burro e coltello, poi coltello e pane, e ho iniziato ad imburrare e, come mi aspettavo, qualcosa è successo.
Fetta di pane numero uno. Un tipo crestato entra da fuori, mi vede china sul ripiano vicino alla porta che da sul corridoio e si blocca sconcertato; il gesto di bloccarsi all'improvviso gli fa perdere lo scarso equilibrio che gli era rimasto e per poco non cade all'indietro; io mi giro quando sento un borbottio, pensando che sia il suo modo di salutarmi, ma vedo il suo sguardo perso nei chilometri apparentemente infiniti che separano me dalla porta: infatti continua a spostare lo sguardo da una all'altra (siamo io e la porta), e sembra davvero incredulo. Biascica qualcosa, di cui io capisco solo "toilette", mi sembra davvero in difficoltà, come se tutto il mondo che lui conosce (birra e cessi, suppongo) sia stato improvvisamente spostato e sostituito da una tipa senza cresta ma coi capelli raccolti in una coda, vestita di nero non attillato e privo di catene, che imburra il pane laddove un tempo passava la strada che conduce da un capo all'altro del suo mondo (ossia dalla birra al cesso).
- Toilette? - ripeto per maggior sicurezza, non voglio infatti dargli indicazioni sbagliate rischiando di gettarlo nel panico più totale.
Sempre biascicando lui trova il coraggio di chiedermi se quella porta è il bagno: evidentemente pensava che tutto l'ostello fosse costituito da veranda-cucina-porta del bagno. Però se io sono lì, e non sono passata davanti a loro per arrivarci, forse sono uscita da quella porta, e se da quella porta sono uscita io, forse quella porta non porta al bagno come lui invece credeva. Lui è finalmente giunto a questa conclusione, quando io gli confondo di nuovo le idee rispondendo inaspettatamente con un: - Ja. –
Lui, ormai terrorizzato, ripete: - Ja? –
Ed io a quel punto decido di dargli un aiutino, perciò, sempre sorridente come se cose del genere ne facessi tutti i giorni all'asilo dove insegno, gli apro la porta e gli ripeto: - Ja, hier links. –
Anche perché a destra c’è la sala ristorante, e non voglio essere causa di scompiglio nella metà borghese e benpensante degli ospiti dell'ostello. Lui mi ringrazia con tono veramente sollevato, ed esce dalla cucina verso il bagno; credo che all'uscita dal bagno poi si sia perso, perché non è passato dalla cucina, ma ha fatto il giro dalla reception ed è uscito in cortile dalla porta d’ingresso, e chissà a che ora era partito dal bagno per poter arrivare di nuovo in veranda solo quando io ero ormai alla quarta fetta di pane.

Fetta numero due. Due tipi vestiti di pelle nera (ma non come gli africani) entrano dal corridoio, mi salutano ed escono fuori in veranda; io quasi subito sento parlare di radio.

Fetta numero tre. Uno dei due tipi appena usciti, rientra e biascica qualcosa di cui capisco solo "Gesellschaft". Dalla mia faccia riesce a capire che non capisco, anche perché, ve lo dico subito, la parola che ho capito significa "società". Dopo aver ripetuto di nuovo la frase, decide di cambiare tattica, e usa un'altra frase, di cui capisco solo "Gast", allora intuisco che mi sta chiedendo se lavoro all'ostello o se sono una cliente. Io rispondo la verità e lui esce di nuovo.

Fetta numero quattro (è l'ultima, lo giuro). Rientra lo stesso tipo e mi chiede un'altra cosa impastata, di cui capisco stavolta solo "Radio". Ancora una volta deve ripetere, ma siccome io ho chiesto di ripetere con un semplice: - Wie? – lui intuisce qualcosa e mi chiede: - German? –
Allora mi rendo conto che aveva parlato in inglese, e lo confermo col ricordo di quella strana pronuncia: "redio". Ecco perché, premurosa, mi affretto a dire "ja", e a quel punto lui ripete in tedesco, e stavolta capisco tutta la frase: mi stava chiedendo se avevo visto una radio.
Io una radio l'ho vista ieri per ben due volte: la prima volta veniva ascoltata in veranda e per questo stava sul davanzale della finestra, aperta per lasciar passare il filo, invece la seconda volta una ragazza l'ha portata in reception, dove ha chiesto se gliela potevano custodire lì. Siccome non so se si tratti della stessa radio, rispondo semplicemente "nein". Lui però nel frattempo prende a gesticolare per farmi capire che la radio che cerca è rettangolare e grande più o meno così, ma la mia risposta negativa è definitiva, perciò alla fine lui esce di nuovo e senza radio. Un piccolo particolare che mi ha permesso di capire che si tratta dello stesso tipo della domanda sulla Gesellschaft, è che entrambe le volte è entrato in cucina con la sigaretta accesa, e sappiate che si tratta di un ostello in cui è vietato fumare ovunque, tranne in veranda (ma con la finestra chiusa) e in cortile.

Di me non si può certo dire ch'io abbia la puzza sotto il naso, anche se gli odori purtroppo li sento tutti, a volte ancor prima che vengano emanati. Incontrare tante persone, anche quelle che nel mondo da cui provengo vengono definite "strane", a me fa piacere, perché mi piace aprirmi a nuovi modi di essere, di vivere, di vedere il mondo. Ho imparato che una persona apparentemente strana, ad esempio nell'aspetto, nell'abbigliamento, nel modo di parlare o gesticolare, spesso nei fatti concreti si comporta "normalmente", e che persone del tutto normali secondo gli standard del mondo da cui provengo, una volta superato l'involucro più esterno, quello del primo impatto per intenderci, si rivelano completamente fuori dai loro stessi canoni. Ho imparato che per tutti esistono persone “normali” e persone “strane”, solo che le definizioni di ognuno portano a risultati differenti, e l'unico modo per conciliarli tutti è quello di dire "sono normali le persone come me, sono strane tutte le altre". Io però non riesco a vedermi come una persona normale in un mondo di normali, e allo stesso tempo non mi va nemmeno di essere etichettata come strana, piuttosto penso che ognuno sia qualcuno, qualcuno diverso dagli altri, ma senza voler dare alla parola "diverso" un'accezione negativa, bensì col significato di "a modo suo speciale". Ma se proprio volessi stabilire anch'io dei requisiti da possedere per poter essere definiti "normali" secondo il mio punto di vista, allora ne indicherei solo uno: rispetto.
Avendo sempre in mente che in ogni definizione, anche in quelle più lunghe di una sola parola, è bene includere di diritto un certo numero di eccezioni, vi invito a riflettere su una questione puramente tecnica: immaginate la cucina dell'ostello, e mi raccomando concentratevi perché dopo vi interrogo su quello che ho detto: la cucina è formata da un pavimento e da un soffitto, ciascuno dei quali ha una superficie di circa 3 metri per 4; tra il pavimento e il soffitto c'è una parete alta circa 3 metri, in tutta la cucina ci sono ben 4 pareti, e precisamente ce ne sono 2 larghe 3 metri e 2 larghe 4 metri; se voi ora vi prendete il disturbo di moltiplicare tutti assieme contemporaneamente questi numeri l'uno con l'altro, otterrete all'incirca il volume complessivo della stanza. Come potete vedere non è una cucina piccolissima, per questo la mia domanda è: perché stamane il mio Amico Punk, avendo a disposizione tutti questi metri cubi di spazio, ha agitato la sua sigaretta accesa precisamente sopra i soli dieci centimetri di diametro della mia tazza piena di caffè?


ELLE, sabato 30/06/2012

giovedì 28 giugno 2012

Planet Terror


Trama: Una nube verde, si propaga in una cittadina statunitense, facendo diventare quasi tutti i suoi abitanti degli zombi. Tra i pochi sopravvissuti c'è Cherry, una ballerina di lap-dance che finisce in ospedale dopo un attacco dei terribili mostri. Le viene amputata la gamba, al suo posto si ritroverà con un fucile automatico che la aiuterà, insieme a Wray il suo ex ragazzo, a porre fine alla minaccia dei mutanti nonostante l'intervento dell'esercito.

Se qualcuno si avvicina alla macchina, spara
Anche se è papà?
Soprattutto se è papà.

Dove sono i cadaveri?
È quello che volevo dirle, se ne sono andati.


Sotto un caldo africano, concludo "l'omaggio" (che parolone!) ad uno dei miei registi preferiti con quello che, personalmente, ritengo essere il miglior Rodriguez di sempre.
Premessa, a mio parere, doverosa e necessaria. Bisogna arrivare alla visione di "Planet Terror", vero e proprio prodotto per appassionati, adeguatamente preparati. Non è una questione di snobismo, per carità, è solamente una dato di fatto; perchè uno spettatore che decide di guardare "Planet Terror" senza sapere ciò che lo attende, sicuramente dopo pochi minuti si pone delle domande sulla sanità mentale dell'autore di una pellicola di questo genere.
Seconda parte del progetto realizzato dai due ragazzacci Tarantino Rodriguez e destinato ad omaggiare le Grindhouse, ovvero le sale adibite alla doppia programmazione, vere e proprie cattedrali del b-movie, parzialmente ridimensionato dall'uscita separata delle due pellicole, "Planet Terror" è eccesso allo stato puro.



Si parte con il fanta trailer di "Machete" , ma già da quel R.I.P., ovvero Rodriguez International Production (ma scritto su una lapide ha altro significato) si capisce come proseguirà la visione.
Perchè se il segmento tarantiniano "A prova di morte" a mio parere alla fine risulta eccessivamente compiaciuto ed un pochino deludente, Rodriguez, come e più del solito, si diverte a sorprenderci con qualcosa di apparentemente rozzo ed assolutamente folle.
Attenzione però, folle non vuol dire stupido.
Anzi, Rodriguez dimostra di conoscere la materia e di saperla padroneggiare da vero maestro.
Girato benissimo, fotografia bellissima con la pellicola volutamente sgranata, musica e sceneggiatura dello stesso regista, "Planet Terror" è una sorta di fumettone splatter rigorosamente destinato ad un pubblico adulto, in cui troviamo di tutto e di più.
Gas verdastri, testicoli tranciati di netto ed impacchettati, cervelli che scoppiano, eroine con un fucile al posto del mitragliatore, dottoresse sexi con la siringa per l'anestesia nella giarrettiera, militari diabolici.
Infarcito di litri di sangue ed ironia, ha un cast al servizio del suo regista.
La bellissima Rose McGowan buca letteralmente lo schermo, e poi, tra gli altri, Freddy Rodriguez, Josh Brolin, Naveen Andrews e Bruce Willis nei panni, non a caso, di un militare duro e puro che molto ha a che fare con Bin Laden.
Da segnalare il pazzesco cameo di Quentin Tarantino gentile omaggio del suo allievo prediletto.



Io mi sono divertita tantissimo.

mercoledì 27 giugno 2012

Dream about us

Un altro esordio su questo blog. Oggi è la volta di Melinda che propone un suo racconto. Benvenuta.


Il sole era appena tramontato e il cielo, limpidissimo, era di tre colori tenui; le ultime nuvole della giornata facevano capolino dietro le montagne. Alessia era stanca, aveva lavorato tutto il giorno e aveva solo una gran voglia di dormire. Dopo aver cenato con due piccoli panini con carne e tanta maionese, era andata in camera e si era buttata sul letto, completamente vestita, non aveva neanche la forza di indossare il pigiama. Dopo soli cinque minuti Alessia già dormiva profondamente e, quando squillò il cellulare, non lo sentì nemmeno. Dopo qualche minuto il cellulare suonò di nuovo e stavolta Alessia si svegliò. Aprì gli occhie dovette fare mente locale, che ore erano e soprattutto che giorno. Si alzò dal letto e si avvicinò alla scrivania dove era il cellulare, che con la vibrazione sembrava stesse per raggiungerla.

martedì 26 giugno 2012

Stress da Nicolas Cage


Stress da vampiro
(USA 1988)
Titolo originale: Vampire’s Kiss
Regia: Robert Bierman
Cast: Nicolas Cage, Jennifer Beals, Maria Conchita Alonso, Elizabeth Ashley, Kasi Lemmons
Genere: yuppie du
Se ti piace guarda anche: American Psycho, Fuori orario, Voglia di vincere

Ci sono dei film che potrebbero essere dei cult. Potrebbero esserlo facilmente. Prendi Stress da vampiro. Ok, il titolo italiano fa schifo, tanto per cambiare. Stress da vampiro? Ma chi l’ha deciso un titolo del genere? Nemmeno uno che intitola un post “Stress da Nicolas Cage” oserebbe tanto. Anche perché “Stress da vampiro” non vuol dire nulla, mentre “Stress da Nicolas Cage”, considerando come l’attorone americano ormai giri al ritmo di 6 o 7 pellicole da schifo l’anno, un senso ce l’ha eccome.

Il titolo originale è invece assolutamente cool: Vampire’s Kiss. Negli anni ’80 non era nemmeno ‘sto titolone, ma alla luce (si fa per dire, parliamo pur sempre di creature notturne) del successo globale dei vari Buffy, Twilight, True Blood, The Vampire Diaries e Underworld, un titolo del genere da solo basterebbe per aprire un nuovo franchise di successo.


Alla sceneggiatura della pellicola troviamo poi Joseph Minion, che all’epoca era fresco reduce da uno degli script più avvincenti dell’intero cinema 80s, quello per il Fuori orario (http://orablu.blogspot.it/2012/04/lora-cult-fuori-orario.html) di Martin Scorsese, che poi è anche il motivo principale per cui ho recuperato con curiosità questo film. Solo che, laddove Scorsese riusciva a tradurre in immagini la folle, grottesca, emozionante nottata fuori orario vissuta dal protagonista, qui le cose vanno parecchio meno bene.
Si può anche dire che la sceneggiatura in questo caso sia meno ispirata, molto probabilmente lo è, però non è nemmeno priva di spunti interessanti. Tutt’altro. Lo script di Minion mette sul fuoco tanta carne, e buona pure. La tematica vampiresca applicata a una vita più o meno “normale” oggi può apparire ormai stra-abusata, considerando come non venga quasi più prodotta alcuna serie tv o pellicola senza ALMENO un succhiasangue tra i protagonisti, ma negli 80s non erano così in voga, tanto che questo film potrebbe essere considerato avanguardia pura. Ho detto potrebbe.
E poi è presente pure la tematica della follia applicata allo yuppismo, con il personaggio di Nicolas Cage che è una sorta di fratello gemello del Patrick Bateman di American Psycho. Meno fissato con l’aspetto fisico, magari, ma non meno fuori di testa. Come nel romanzo di Ellis, e seguente film di Mary Harron, anche qui il protagonista ha due volti: da una parte è un rispettabile membro della comunità, un uomo attraente e di successo, anche se non si sa bene perché visto che come Bateman non è capace di fare nulla. Dall’altra parte è invece un pazzo psicopatico, in questo caso non è un serial-killer, bensì è un vampiro. O almeno si crede di essere un vampiro. Ma lo sarà o non lo sarà? Il dubbio resta, così come in American Psycho. Peccato che il protagonista di questo Vampire’s Kiss sia un Nicolas Cage davvero modesto; se ne Il ladro di orchidee (Adaptation) di Spike Jonze il Nicola Gabbia a sorpresa (grande sorpresa!) riusciva in maniera credibile a interpretare due gemelli contemporaneamente, qui il gioco della doppia personalità gli riesce parecchio meno bene (e questa non è una grande sorpresa).

Sono diversi i punti di contatto anche con Fuori orario, il più evidente è il contrasto tra vita diurna normale (o quasi) e vita notturna in cui dare sfogo al proprio lato oscuro. Il limite maggiore del film sembra però essere la regia, davvero modesta e con uno stile 80s patinato, ma di quell’80s troppo patinato per essere considerato cool, di Robert Bierman.
Robert Bierman, chi?
Ecco, appunto: Robert Bierman, chi? Di certo non è uno Scorsese. Tra il regista che si limita a scaldare la sedia e il Cage in versione inverosimile vampiro psicopatico, i due cattivoni ce la mettono tutta pur di affossare gli spunti presenti nella sceneggiatura del buon Joseph Minion, che da lì in poi non riuscirà più a riprendersi e realizzerà pochi script per film poco interessanti: qualcuno ha visto Motorama o On the Run? Davvero un peccato, per uno che all’esordio aveva firmato una sceneggiatura da fuoriclasse come quella di Fuori orario.

Poteva essere un cult, questo Stress da vampiro. Poteva essere considerato una sorte di anticipatore di Buffy e delle altre serie vampiresche, poteva essere, ancor più a ragione, un fratello maggiore di American Psycho. La sceneggiatura c’era, le idee pure. E invece si sono messi di mezzo una realizzazione che viaggia più sui binari del ridicolo che su quelli del grottesco, un titolo italiano inascoltabile e illeggibile, una regia anonima che non permette alla storia di crescere in tensione come ci si sarebbe potuti aspettare, ci si mette pure un Nicolas Cage protagonista per nulla all’altezza, più una Jennifer Beals che anziché come vampira fatalona è meglio come ballerina tamarra, nonostante Flashdance sia un mio altro scult personale.
Sarebbe potuto essere facilmente un grande film, questo Stress da vampiro, invece no. Colpa dello stress da cult?
(voto 5/10)


lunedì 25 giugno 2012

Melissa



Erano quasi le dieci di una mattina di fine maggio, senza sole e con le nuvole dietro la collina che minacciavano una pioggia torrenziale. Me ne stavo sotto la pensilina di legno della veranda di casa di Melissa e guardavo il Mississippi scorrere. Lei era in ospedale, dove lavorava come infermiera. La  mattina, quando era uscita, mi aveva baciato sugli occhi che ancora dormivo, sussurrandomi di fare la spesa perché “di lì a poco il frigorifero avrebbe fatto le ragnatele”.

sabato 23 giugno 2012

Miriam Mellerin

E' notte fonda, e nella stanza l'espressione "buio pesto" sembra essere un eufemismo, quando da un angolo si scorge una luce dai colori strani, uno squarcio nell'oscurità in mezzo al quale le zampe di un enorme ragno si muovono, poi un cd che comincia a girare e una chitarra acida e distorta ad aprire le danze. E' così - brancolando nel buio e con la sensazione che qualcosa lì in mezzo si stia muovendo - che si entra nel mondo dei Miriam Mellerin, power trio pisano formato da Diego Ruschena, Daniele Serani e Pietro Borsò che promette fuoco e fiamme....

Sono molto giovani i tre toscani, classi 1988, 1989 e 1993, come giovane è la loro band, ma l'età conta davvero poco quando ci sono talento e passione, tant'è che dal 2010, anno di nascita del gruppo, i Miriam Mellerin sono letteralmente esplosi, in un battito di ciglia si sono ritrovati appena ventenni a condividere il palco con Gazebo Penguins, Ovo, Titor e persino Giorgio Canali, e vengono notati quasi immediatamente da Edoardo Magoni, produttore già di un'altra ottima band toscana del circuito Alternative rock italiano, i Kobayashi. Magoni non ci pensa due volte e mette i tre sotto contratto per pubblicare l'album di debutto che ha visto la luce lo scorso 25 gennaio. "Miriam Mellerin", semplice titolo omonimo che dopo poche settimane era già sulla bocca di molti nell'ambiente, e ascoltando i sette brani che lo compongono è facile comprendere il perchè....

Ma torniamo a quella stanza buia e a quelle stranianti sensazioni, l'acida chitarra di Daniele Serani introduce il baluginìo dell'enorme ragno per qualche secondo, poi il ritmo si abbassa e la stanza torna a farsi tetra, è "Parte di me" la traccia di apertura, in bilico tra il post rock e il noise, in un crescendo continuo che inizialmente attribuisce al pezzo connotati quasi da ballata, per poi sferrare colpi di elttricità e rumore ben piazzati, con le sferzate di Serani sul tempo violentemente battuto da Pietro Borsò e la voce graffiante di Diego Ruschena; come se non bastasse ad impreziosire il brano arriva sul finale il riuscitissimo duetto di Ruschena in collaborazione con Diletta Casanova dei The Casanovas. Una prima traccia a dir poco significativa, che chiarisce da subito l'orientamento musicale dell'intero disco: quello che i Miriam Mellerin vogliono creare è un caos rumoroso in cui le sensazioni, le paranoie, la rabbia e gli istinti si incontrano e si scontrano, un plumbeo habitat, quello perfetto di una scricchiolante e inquietante stanza buia, in cui il trio toscano fa convivere pezzi nervosi e urlati, attimi di delirio paranoico e un sound che saccheggia quel che di migliore è stato creato dalla scena alternativa italiana e lo mescola con ispirazioni internazionali, in particolar modo con il rock spinto, quasi hardcore, tipico dell'underground statunitense. I tre pisani interpretano il rock in maniera molto personale, anche se i riferimenti e le similitudini con altre band italiane ci sono, l'aura di Verdena e Marlene Kuntz si nota nel sound e i testi a volte cantati o urlati e altre volte narrati ricordano non poco il teatro degli orrori, soprattutto nella seconda traccia, "Made in Italy", cadenzato rock rabbioso che con poco velate metafore spara critiche a raffica a questa nostra "povera penosa penisola", a quest'Italia in cui "non c'è nessuno che ti salverà da meccanismi di sottomissione delle coscienze", e come non ritrovarsi nella voce roca e nervosa di Ruschena che urla "Scappa! Via di qua!". Ma è dal terzo brano che i Miriam Mellerin cominciano a far pesare il loro talento, le splendide linee di basso di "Made in Italy" sfumano negli ultimi secondi e da qui in avanti non ci sarà un attimo di respiro, il buio diventa oscurità, la stanza chiusa si fa improvvisamente piccola e claustrofobica, il delirio comincia, e ha tutte le sembianze di una colonia di "Insetti". "Insetti", questo il titolo del brano forse più interessante dell'album, una paranoica immedesimazione negli istinti e nelle ossessioni di un'insetto - che poi sono davvero così diverse da quelle un essere umano? - suonata a ritmi forsennati con i bpm a numeri altissimi e da ascoltare a decibel da sordità, una bomba.

Siamo al giro di boa e "Trust", la quarta traccia è anche la prima in cui la band accantona l'italiano a favore dell'inglese, dimostrando di saperci fare anche con l'idioma d'albione; in "Trust" l'espressione post-rock prende forma nel migliore dei modi e il risultato è davvero splendido. Sullo sfumare finale di "Trust" il ritmo sembra abbassarsi, e anche le prime note della successiva "Ostrakon" sembrano annunciare un attimo di respiro, ma non è così, e quando la voce di Ruschena torna alla lingua italiana e scandisce le parole con fare acido ci si rende conto che il rallentamento è soltanto l'anticamera di nuove scariche di nervosismo.... Sono parole pesanti e critiche rabbiose quelle rovesciate sul sound schizofrenico del brano dai Nostri che chiariscono che saranno pure giovani ma certo non hanno paura a dire "Siamo stanchi del potere, non c'è rispetto per la candia ignoranza, vale la pena tradire chi si fida di te!", e fanculo i timori reverenziali! Il cantato inglese è lo sposalizio perfetto per "B.H.O.O.Q.", distorta e tirata, con incursioni melodiche spagnoleggianti, una parentesi quasi da soundtrack Tarantiniana e un finale che definire delirante e schizofrenico è riduttivo.

Nel finale si torna nuovamente all'italiano, e che italiano! Per concludere l'album Diego, Daniele e Pietro hanno tenuto da parte una vera e propria chicca: "Stilnovo" è un tributo versione hardcore-punk al più celebre sonetto di Cecco Angiolieri, "S'i' fosse foco, ardere' il mondo", tra i pilastri della letteratura comico-realista, un dissacrante affronto alle convenzioni stilistiche del "dolce stil novo", che faceva della dolcezza e della delicatezza dei versi uno dei suoi cardini. Uno scritto essenziale per la letteratura italica che già l'immenso Fabrizio De Andrè aveva musicato in chiave moderna nel 1968 e che torna sottoforma di un poderoso rock da pogo che si conclude con un vero e proprio delirio strumentale, una chiave forse non apparentemente consona, eppure il risultato rende giustizia al coraggio dei Miriam Mellerin, nonchè ovviamente al grande Cecco che ha scritto un pezzo hardcore con 700 anni di anticipo sui tempi, alla faccia del precursore!

La sintesi dell'album è tutta qui, in quest'ultimo pezzo, nel coraggio di portare in un debut album un sonetto di fine tredicesimo secolo rivisitato in chiave punk, nella passione e nel talento che trasudano da ogni singolo secondo delle sette tracce, nella loro capacità di rovesciare nella musica le nevrosi, i deliri, la rabbia e le sensazioni con la varietà stilistica giusta, senza restare ancorati ad un solo genere preciso, ma soprattutto nell'enorme energia di questi tre ragazzi, energia che loro stessi non risparmiano e che scaricano a suon di watt e ritmi alti in un esordio davvero coi fiocchi. Un solo consiglio, avanti così!

Voto: 7,5

Tracklist:

1. Parte di me (Feat. Lady Casanova)
2. Made in Italy
3. Insetti
4. Trust
5. Ostrakon
6. B.H.O.O.Q.
7. Stilnovo

Lozirion

venerdì 22 giugno 2012

Gli insegnanti de L'Orablù:
Adriano Minora


Inauguriamo oggi un nuovo spazio per far conoscere meglio chi da alcuni anni ci aiuta a crescere e a far crescere: i nostri insegnanti. L'Orablù ha da sempre organizzato corsi puntati sulla creatività e si è sempre rivolta ad esperti nei vari settori dell'arte. Iniziamo con Adriano Minora che ha fatto anche parte dei soci fondatori della nostra associazione e da circa tre anni conduce Dipingere nell'atelier - Laboratorio di pittura per grandi e piccin
i.

Adriano Minora è nato nel 1964 e risiede vicino a Milano. Nel 1984 consegue la maturità artistica ad indirizzo grafico-visivo e, dopo alcune esperienze nel settore creativo della grafica pubblicitaria, approfondisce gli studi e la ricerca artistica e inizia a lavorare con materiali e tecniche tradizionali, sperimentando anche materiali alternativi e nuovi e dando vita a un percorso pittorico astratto-informale su dimensioni medio-grandi. L'interesse per la contemporaneità e la "fusione" di linguaggi e significati, poi, spingono l'artista ad approfondire gli studi nel campo dell'arte, indagando teorie e aspetti linguistici e semiotici che caratterizzano i diversi codici del cinema, del teatro, della danza e delle altre arti visive; per questo, inizia a frequentare il corso di laurea D.A.M.S. presso la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università degli studi di Bologna, dove consegue la laurea specialistica nel 2002, con una tesi in storia del mimo e della danza, sui rapporti tra le arti visive e il balletto contemporaneo. Nel frattempo, l'attenzione particolare verso la produzione di senso che investe il corpo, che attraversa le diverse discipline artistiche e che assume significati sempre nuovi, porta Adriano Minora ad interessarsi a questo tema, che si riversa anche nella sua pittura a partire dalla metà degli anni novanta e che è ancora molto presente nei suoi lavori. Nel 2007 Adriano Minora frequenta e si diploma nel corso di perfezionamento in Terapeutica artistica presso l'Accademia di Belle arti di Brera, a Milano, spinto ancora dall'interesse per la ricerca e dalla curiosità per l'arte e le sue possibilità d'applicazione in diversi ambiti; poi, a seguito di ulteriori approfondimenti sull'arteterapia, dopo il biennio di specializzazione, consegue anche la laurea in questa specialità. Oggi, accanto all'attività di artista visivo professionista, Adriano Minora svolge anche quella di arteterapeuta, utilizzando le tecniche e le significazioni dell'arte per stimolare la creatività e il benessere delle persone, collaborando con strutture pubbliche e private nell'ambito della scuola, della disabilità, della psichiatria, del disagio, dell'emarginazione.

Adriano Minora ha all’attivo numerose mostre collettive e personali ed ora si sta dedicando al progetto de “L’ALTROSPAZIO - ARTE NELLA CASA”, l’atelier per le arti visive ed espressive del quale è responsabile dal 2010.
L’ALTROSPAZIO” si trova a Bollate, in provincia di Milano, è aperto a tutti coloro che hanno voglia di esprimere la propria creatività coi linguaggi delle arti visive e che desiderano incontrare e conoscere artisti e nuovi amici. Infatti, si tratta di un vero e proprio atelier, uno studio d’arte dove bambini e adulti si incontrano per dipingere insieme e per creare con i materiali più diversi, dando libero sfogo alla capacità espressiva personale. Uno degli aspetti che caratterizzano “L’ALTROSPAZIO” è quello di non essere concepito come luogo pubblico, ma come UNA CASA CHE APRE LE SUE PORTE ALL’ARTE trasformandosi in un luogo di stimoli nuovi, uno spazio per potersi confrontare tra artisti e tra amici, dove poter mostrare il proprio lavoro e le proprie opere e vedere quelle degli altri.
Lungi dal voler essere considerato una galleria d’arte, con le quali non potrebbe comunque competere, “L’ALTROSPAZIO - ARTE NELLA CASA” è un vero e proprio appartamento dedicato all’arte, uno spazio indipendente aperto al pubblico, nel quale convivono fianco a fianco laboratori, corsi, mostre, incontri ed altre iniziative sperimentali all’insegna della fantasia, dello sviluppo della creatività e della curiosità.





I corsi di AdrianoDIPINGERE NELL'ATELIER
Laboratorio di pittura libera ed espressività pittorica adatto a tutte le età, da 6 a 99 anni. Nel laboratorio ognuno sviluppa il proprio lavoro partendo dal segno e dalla traccia, per realizzare un disegno ricco di forme e colori in modo del tutto personale. I conduttori hanno il compito di guidare i partecipanti nel percorso creativo e per far comprendere come si usano pennelli e colori.
Si dipinge in piedi, lungo la parete e su grandi fogli, con alcune regole da seguire, ma in un contesto libero dai giudizi e stimolante per tutti.Il metodo seguito è ispirato al "closieu" inventato nel dopoguerra da Arno Stern, artista che tuttora vive e lavora a Parigi. Il closieu è un luogo raccolto, protetto da giudizi estetici e da interpretazioni, uno spazio magico nel quale l'espressione del bambino, ma anche dell'adulto, può pian piano manifestarsi senza interferenze.
Nel 1947, Arno Stern creò uno spazio particolare, il closieu, appunto, per favorire l'aspetto del gioco, avendo scoperto l'importanza che riveste nell'ambito della pittura.
Adatto a tutti, da 6 a 99 anni;
Durata del laboratorio: quanto si vuole.
Ci si può iscrivere ogni mese, fare una pausa e riprendere quando si desidera da ottobre alla fine di maggio;
Incontri di un'ora e mezzo, una volta alla settimana, con materiali forniti da noi;
I gruppi sono composti al massimo da 7-8 partecipanti, seguiti da due conduttori.






FACCIAMO ARTE
LABORATORIO CREATIVO
Per ragazzi, giovani e adulti, nel quale potersi esprimere imparando ad usare tecniche molto diverse tra loro arricchendo in tal modo l'esperienza artistica personale. Ogni volta ci si confronta con materiali e supporti nuovi e tra gli esercizi proposti ci sono:
Facciamo il mandala, per creare un grande disegno, tutti insieme, fatto coi cristalli di sale colorato;
Facciamo l'impronta, per lasciare le tracce delle nostre mani, dei piedi e degli oggetti usando la creta e il gesso;
Facciamo la carta, per imparare a realizzare fogli nuovi usando e riciclando la carta da buttare via;
Facciamo la sagoma, per creare un personaggio di nostra invenzione coi colori;
Facciamo il collage, per realizzare un disegno o una storia composta dai frammenti che scegliamo da immagini di vario tipo;
Facciamo il dripping, per creare un'opera collettiva da dipingere con le gocce di tutti i colori su una grande tela.
Queste sono alcune tra le esperienze artistiche proposte, volte a stimolare la creatività e ad apprendere e sviluppare le competenze artistiche e percettive proprie di ognuno.
Il laboratorio è rivolto a persone che, a partire dai 7 anni, desiderano cimentarsi con l'espressione artistica e il gioco, principio fondamentale dell'arte e dell'uomo.



CORSO DI ACQUERELLO
Dodici incontri nei quali sperimentare la tecnica sia su foglio asciutto oppure bagnato, per avvicinarsi all'acquerello e comprenderne le ampie possibilità d'uso. I partecipanti al corso potranno lavorare liberamente sul colore o scegliere soggetti figurativi tratti dai lavori di autori famosi, oppure inventarne di propri.
Sono ammesse entrambe le modalità di lavoro, che si integrano a vicenda favorendo l'uso creativo della tecnica dell'acquerello.
Durante il corso si potranno usare formati e fogli diversi, a grana grossa o fine, in relazione al soggetto che si vuole dipingere.
Il corso di 12 incontri è adatto a tutti e per seguirlo non è necessario essere già esperti della tecnica, ma basta la curiosità e la voglia di imparare ad apprenderla. Le lezioni cominciano a metà febbraio ed ognuna dura due ore. Si può scegliere se frequentare il lunedì pomeriggio dalle 16.30 alle 18.30, oppure il giovedì sera dalle 21 alle 23

CORSO DI PITTURA
Nel corso di pittura si sperimentano e si acquisiscono gli elementi che costituiscono il dipinto, e cioè il colore, il valore tonale, la linea, la consistenza e la materialità.
Inoltre si approfondiscono la composizione e il soggetto del quadro, qualunque esso sia: natura morta, fiori, paesaggio, corpo umano, astrazione.
All'inizio si usano i colori acrilici, poi si passa ai colori ad olio, ma è previsto anche l'uso di altre tecniche pittoriche come sanguigna, carboncino, tempere e acquerello, che possono essere approfondite per chi dimostri interesse.
Tra le esercitazioni previste, i partecipanti sceglieranno l'opera di un artista contemporaneo famoso che dovrà essere reinterpretata in modo personale con disegni, schizzi, collage, alterazioni di colore, su foglio e su altri supporti.
Gli iscritti dovranno anche scegliere uno scorcio del paesaggio urbano, che dovrà essere fotografato e tradotto in quadro.
L'obiettivo del corso è quello di sviluppare e affinare delle capacità tecnico-artistiche e di valutazione critica necessarie alla creazione e alla lettura di un dipinto. Alla fine, i partecipanti saranno in grado di raccogliere il materiale attraverso schizzi, foto, collage per progettare la nascita di un quadro, e di
produrre un lavoro artistico valido in cui siano presenti elementi originali di creatività personale;
Inoltre, sapranno riconoscere la validità e la bellezza di un elaborato, valutando in modo critico il lavoro.
Per frequentare il laboratorio di pittura non sono necessarie competenze preliminari e ci si può iscrivere in ogni momento dell'anno.
La durata è di 12 incontri a cadenza settimanale, con inizio lunedì 17 ottobre per il corso serale, dalle 21 alle 23; il corso pomeridiano inizierà lunedì 7 novembre, dalle 16.30 alle 18.30
Per altri dettagli e informazioni sui vari corsi  telefonare al 3402563469,
oppure scrivere una mail a altrospazioatelier@gmail.com