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venerdì 3 maggio 2013

Il cuore a due ruote


Gioann Brera fu Carlo è stato e rimane, il più grande giornalista sportivo italiano; Fausto Coppi era “il Campionissimo”: cosa può nascere da un incontro di due numeri uno? Una storia di altri tempi, in bianco nero e seppia, di prepotenti ascese e di violente cadute; con la guerra a fare da sfondo; una favola bella ma senza lieto fine. Una “autobiografia impropria”, scritta da Brera raccogliendo le testimonianze dalla viva voce di Coppi.
Si parte da Castellania, il paesino in provincia di Alessandria dove il Campionissimo nacque nel settembre del 1919: le sue origini, la sua famiglia, sono gli elementi indispensabili per capire tante cose di quest’uomo, nato per stare in bicicletta, con quel torace enorme, fatto per ospitare un cuore e due polmoni fuori del comune.
L’origine contadina accomunava questi due straordinari, due “principi della zolla”, come diceva Brera, impareggiabile creatore di definizioni (onomatopeicamente splendido il suo “rombo di tuono”, coniato per Gigi Riva). Forse per questo motivo quel piemontese timido, dal profilo (e le fragili ossa) da airone decise di aprirsi e raccontare “al Gioann” la sua vita.
Diario di un ciclista, dei suoi esordi, delle gare, delle squadre, dei gregari, degli avversari ma anche e, soprattutto, direi, vita di un uomo che diventa il Campionissimo. Famoso, ricco, ma sempre fragile, insicuro, di quelle insicurezze di chi, in realtà, non si trova mai, veramente a suo agio. La sua voglia di riscatto (ma da che? Dall’essere nato contadino?!!) espressa nello sfoggio di opulenza fatta ai tempi della sua storia con Giulia Occhini (la tanto vituperata Dama Bianca); il suo essere avversario per tutti (Koblet, Bobet, van Loy e quanti altri) ma comunque, sempre invidiato; fino alla perenne contrapposizione a Bartali, l’uomo probo, il buon cattolico, monogamo, per bene.Coppi, nella sua semplicità, elegante, amante delle cose belle: avulso dallo stereotipo del ciclista un po’ sempliciotto che “sono contento che sono arivato uno, ringrasio il mio papa e la mia mama”, no, Coppi era uno che pedalava “per la micca e per il caviale”: era il Campionissimo, lui.
La lettura scorre come sulle strade di una Roubaix, tortuosa, sul pavé infangato dei contenuti ma sempre liscia e pulita come il legno di un velodromo per quanto concerne la scrittura e la narrazione. Si sta li, a bocca semi aperta, quando c’è una caduta, un infortunio e si sorride, ci si rilassa quando si arriva vincitori, a braccia alzate sul traguardo. Fino all’ultima volata, la più brutta, quella persa, con la malaria che ha vinto sul Campione, uccidendolo a quarant’anni.
Una storia, fondamentale per chi (come me) è “malato di ciclismo” ma anche per quelli che di questo sport conoscono solo gli echi di cronache brutte e scandalistiche, affinché si possa instillare in loro, il pensiero che il ciclismo, quello vero, è passione, sacrificio e fatica.

I.E.