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venerdì 19 luglio 2013

E.K. e il mistero del mammone


“Che ci sono persone che dicono sempre che prima si stava meglio, Emilio lo sapeva già da tanto. E non ascoltava nemmeno più, se qualcuno raccontava che prima l’aria era più sana e i buoi avevano teste più grandi, perché il più delle volte non era vero, e queste persone erano solo di quelle che non vogliono mai essere soddisfatte, perché altrimenti sarebbero soddisfatte.”

“Quattro milioni di abitanti aveva Berlino e nessuno di loro si interessava a Emilio. Nessuno vuol sapere mai dei problemi degli altri, perché ognuno ha già abbastanza da fare coi propri problemi e i propri piaceri. E quando qualcuno dice ‘mi dispiace davvero’, il più delle volte non intende altro che ‘ma lasciami in pace!’”


Siamo a Berlino negli anni Venti, quando Erich Kästner pubblica il suo primo romanzo per bambini, che ha come piccoli protagonisti Emilio e i detective. Dovrebbe essere un giallo per bambini però c’è qualcosa in più, qualcosa di troppo.
Di Kästner avevo già letto un libro, dal titolo Quando ero bambino, in cui l’autore racconta la sua infanzia fino ai dieci anni o poco più, specifica infatti di non poter andare oltre, altrimenti il libro non potrebbe più essere il racconto di “quando era bambino”, e ha ragione. Racconta della sua infanzia e da un certo punto in poi si concentra molto su sua madre e sul loro rapporto, si capisce che sua madre era per lui molto importante. Come in ogni autobiografia che si rispetti, il protagonista è lui e le sue mani avanti, come se sapesse già che qualcuno avrebbe sollevato obiezioni. Qualcuno avrà detto qualche volta al nostro caro Erich che la sua è stata sicuramente un’infanzia infelice, che era senz’altro insoddisfatto perché povero, e che ha subito dei traumi perché era figlio unico? Non lo so, però lui ci tiene a precisare di aver avuto un’infanzia felice, di aver fatto sempre quello che voleva anche se era povero, e di non aver mai sofferto di solitudine. D’altronde aveva sua madre, gran donna che lui innalza agli onori della gloria, ripetendo nel dettaglio quanto fosse speciale.
Anche in questa autobiografia (ma dovrei dire “racconto della sua infanzia”) si rivolge ai bambini, ai suoi piccoli lettori, spiega loro il suo scrivere, racconta loro la sua vita, fa loro da educatore spiegando qualcuno dei misteri della vita, mettendoli in guardia in qualche modo, ad esempio sul passare del tempo indimenticabile:
“’Da allora sono passati più di 50 anni’, dice obiettivamente il calendario, questo ragioniere vecchio e pelato nell’ufficio della storia, che controlla il conto del tempo e sottolinea, con inchiostro e righello, gli anni bisestili in blu e quelli a inizio secolo in rosso. ‘No!’, grida il ricordo e scuote i riccioli. ‘Era ieri!’, e sorridendo aggiunge piano: ‘O al massimo l’altro ieri’. Chi ha sbagliato?
Entrambi hanno ragione. […] Il nostro ricordo, l’altro modo di misurare il tempo, non ha niente a che fare con il metro e il mese […]. Vecchio è ciò che si è dimenticato. E l’indimenticabile era ieri. L’unità di misura non è l’ora ma il valore.”
Il linguaggio è semplice, i concetti sono quelli di base, ma che si imparano crescendo: che cos’è il tempo, come lo si misura, come se ne diventa vittime; ma ad un certo punto si scopre anche che il proprio metodo di misurazione, quello per così dire “infantile” che si era usato fino ad allora, rimane l’unico davvero valido personalmente.
Del linguaggio semplice dedicato a bambini e ragazzi fanno parte i numerosi “ma questo adesso non c’entra”; dei concetti meno semplici e degli insegnamenti più o meno espliciti, fanno parte alcuni piccoli commenti, come quello che parla della febbre puerperale: “Il dottore Semmelweis è stato chiamato ‘il salvatore delle madri’ e, dalla grande ammirazione, ci si è dimenticati di erigergli dei monumenti. Ma questo non c’entra”. Alcune volte, al suo “ma questo adesso non c’entra” avrei risposto “stavo per dirtelo io”. In questo caso però si parla di qualcuno a cui avrebbero dovuto fare un monumento anziché ammirarlo e basta: proprio quello che succede alle mamme, no?


Come in ogni autobiografia che si rispetti, Erich racconta le origini dei due rami della famiglia, quello paterno e quello materno, motivo per cui trovo sempre noiose le biografie. Si punta sui pregi, senza nascondere i difetti, si trasformano alcuni difetti in presunti pregi, motivo per cui trovo le biografie poco realistiche, sicuramente di parte, in qualche modo insincere, spesso inutili: “Noi Kästner non siamo particolarmente curiosi del grande mondo. Non soffriamo di nostalgia per ciò che è lontano, piuttosto di nostalgia di casa […]. Se noi potessimo portar appresso il letto e la finestra del soggiorno, allora se ne potrebbe forse parlare! […] noi siamo, temo, amici della casa, dell’abitudine e della comodità. E noi abbiamo, accanto a questa ambigua caratteristica, una virtù: siamo incapaci di annoiarci. Una coccinella sul vetro della finestra ci tiene completamente impegnati”.
Trasformare uno sguardo ebete rivolto ad una coccinella su una finestra in una virtù è ammirevole. La mancanza di curiosità viene qui presentata come un difetto, il tono è quasi di scusa, io che sono in parte curiosa non ho mai pensato che non esserlo sia un difetto, così come non riesco a pensare che esserlo sia in assoluto una qualità: dipende da come si mostra e si muove questa curiosità, non dimentichiamoci che la curiosità uccise il gatto. Però non mancano le persone che si reputano curiose e se ne vantano, quasi sottintendendo che chi non lo è sia un poveraccio che deve in qualche modo motivare la sua mancanza di curiosità, scusarsi o difendersi davanti ad un giudice supremo, possibilmente presentando a deporre il medico che ha isolato il gene ereditario vero colpevole. Erich fa di più, lui trova una spiegazione che punta sulla sfida alle emozioni: non sono curioso, ma vuoi mettere avere nostalgia di casa? Non c’è paragone.
Ma perché mai avere nostalgia di casa dovrebbe essere un’abitudine ambigua? Cosa c’è da disambiguare? O è solo per avere un contro peso della virtù di non annoiarsi mai? Qualcuno ha detto forse al piccolo Erich che non essere curiosi è noioso? Che avere nostalgia di casa è ripetitivo? Che è da mammoni??

In modo pacato, Erich sembra approfittare della sua autobiografia, o del racconto della sua infanzia, quale è in realtà, per rispondere fuori dai denti a quanti avevano senz’altro cercato di convincerlo di essere un bambino sfortunato perché figlio unico, e sfrutta il suo essere autore famoso per metterlo nero su bianco pubblicamente. Inizialmente, altri motivi davvero validi a giustificare il seguente passaggio, non ne ho trovati: “Ci sono molte persone giudiziose nel mondo e talvolta hanno ragione. Se hanno ragione quando sostengono che i bambini dovrebbero assolutamente avere fratelli, solo perché altrimenti crescerebbero da soli, verrebbero viziati e rimarrebbero per tutta la vita degli originali, questo non lo so. Anche le persone giudiziose si dovrebbero proteggere dalle generalizzazioni”.
In questo passaggio si ha conferma che il libro si rivolge ai bambini, perché il nostro Erich in sostanza ha gentilmente detto a tutti quelli di cui sopra un bel “fatevi i cazzi vostri”, ma senza dire parolacce o essere offensivo, li chiama anzi “persone giudiziose”.
Dall’intero libro traspare spesso, fino a dichiarazioni più esplicite, il già nominato amore, sconfinante nell’adorazione, per sua madre, così alla fine ho rivalutato la mia prima impressione: forse non è stato Erich ad esser stato oggetto di critiche, d’altronde non è stata colpa sua se è rimasto figlio unico, ma sua madre, e lui intendeva difendere proprio lei da accuse che forse ha sentito scendere a pioggia sulla madre, sputacchiate da altre donne che la mettevano in guardia sui rischi del non avere altri figli. Il piccolo Erich diventato grande può quindi sputare in faccia a tutti i mal pensanti la sua lampante verità: anche se la sua mamma l’ha fatto figlio unico, lui non è cresciuto matto come un cavallo, bensì sano come un pesciolino. ‘Fanculo ai mal pensanti insomma.

Eppure qualche sassolino nella scarpa.. “Volevo fare ginnastica e facevo ginnastica, perché mi divertivo. Non volevo essere né diventare un eroe. E non lo sono nemmeno diventato. Né un eroe finto, né un eroe vero. Conoscete la differenza? Gli eroi finti non hanno paura, perché non hanno fantasia. Sono stupidi e non hanno coraggio. I veri eroi hanno paura e la superano.” Disse lo sfigato che aveva capito tutto della vita. Ora qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia in qualche modo con Erich, ma non è del tutto così. Esatto, non del tutto, solo in parte. Mi piace il suo linguaggio semplice, il fatto che si rivolga ai bambini e gli spieghi un po’ di cose, è molto attuale nonostante sia da considerarsi oramai del secolo scorso. La storiella scorre lieve e mentre la leggevo pensavo a mia madre, perciò ho comprato un’altra copia del libro e gliel’ho regalata, perché è esattamente il tipo di storia che piace a lei: buonista e madre-centrica. Erich potrebbe essere il figlio devoto che non ha mai avuto. Io infatti sono contraria a qualsiasi forma di devozione e adorazione. Povera donna.
Il buonismo di Erich, e il fatto che ripeta quanto fosse forte, coraggiosa, lavoratrice sua madre, anche alla luce dei tempi che erano, mi ha infastidita, questo è chiaro. Le ripetizioni mi infastidiscono. L’abbiamo capito, Erich, che tua madre era fantastica, come tutte le mamme, ma tu sei un bambino speciale che non dimenticherà mai quanto la sua mamma fosse speciale, prenderemo tutti esempio da te. Io ad esempio, a distanza di anni dalla mia infanzia, ho regalato a mia madre il figlio devoto che non ha mai avuto. In formato tascabile.


Adesso potete immaginare con quale disappunto abbia letto il primo capitolo del giallo per bambini in cui il piccolo Emilio è tanto affezionato alla mamma, l’aiuta in tutto, cerca di essere buono e di risparmiare perché sono poveri e la mamma lavora tanto e non si merita che lui sia disubbidiente perché se non fosse per lei.. La mamma di Emilio e quella di Erich sono incredibilmente simili: pure lo stesso lavoro! Il primo capitolo mi ha dato sui nervi, che giallo è un libro buonista con un bambino che ripete che la mamma si sacrifica eccetera? Non muore nessuno? Emilio è un ometto tanto buono e ubbidiente, però, finché sul treno per Berlino non gli rubano i soldi faticosamente guadagnati dalla mamma e che lui doveva portare alla nonna, allora s’incazza e decide di smascherare il ladro, improvvisando un po’. Ma è quando incontra Gustavo, un bambino berlinese, che la storia si smuove davvero.


Gli incontri con gli sconosciuti capitano a tutti, quando poi si arriva da una cittadina di provincia nella grande Berlino e l’incontro avviene con un bambino di città dal linguaggio impertinente, si può sfociare in uno scontro. La sfida a fare a pugni viene lanciata subito, perché Gustavo non manca di prendere in giro Emilio per il suo “abito buono”. Ma subito dopo nasce una collaborazione, perché la storia che racconta Emilio è fichissima e Gustavo non può fare a meno di offrire il suo aiuto, anzi il suo e quello di tutti quelli che riesce a trovare. E così riunisce una ventina di altri bambini, il capo dei quali è chiamato il Professore, ed è lui che dà gli ordini: è una missione vera e propria, recuperare i soldi di Emilio e punire il ladro. Il Professore delinea la strategia e divide i compiti, c’è chi resterà di guardia, chi procurerà qualche moneta per eventuali spostamenti in tram, chi procurerà da mangiare, chi avvertirà le famiglie che loro faranno tardi o che tizio rimarrà a dormire da caio che però dormirà da sempronio eccetera. Un compito delicato avranno soprattutto quelli che in casa hanno un telefono, necessario per le comunicazioni a distanza: una staffetta porterà l’ambasciata in entrata e in uscita dalla casa del centralinista. Tutti i bambini sono entusiasti della loro missione, ma anche serissimi nel loro compito. Un altro ambasciatore andrà a casa della nonna di Emilio, che sta per chiamare la polizia perché lui non è arrivato alla stazione col treno regionale come previsto, per rassicurarla. Uno dei personaggi più impertinenti e simpatici è la cugina di Emilio, che si aggrega e fa pure qualche battuta sul ruolo delle donne (portare cibo ai detective senza poter partecipare alle indagini), ma senza dar troppo peso alla cosa.
E all’improvviso, finalmente, l’onnipresente Erich scompare per lasciare spazio a Emilio e ai detective e alle loro mosse per smascherare il ladro. È come se nel descrivere i vari personaggi e le situazioni Erich riuscisse ad essere un neonato ma promettente autore di gialli per bambini, mentre quando deve descrivere Emilio, ritornasse il bambino sfigato e bisognoso di difendere il suo buonismo che era. Tutto fila, nulla stona, tutto è realistico nella sua semplicità, tutto è a portata di bambino, delle sue curiosità, delle sue fantasie: a chi non piacerebbe fare il detective e acciuffare un manigoldo? Mi ha ricordato la mia infanzia, i giochi per strada, gli inseguimenti, i nascondigli, le trame, le risoluzioni, cosa non ci si inventava!
Non mancano però, visto il personaggio che è ‘sto autore, le incursioni buoniste, come il discorso fra bambini sul comportamento dei propri genitori, più o meno permissivi: sant’Emilio, proprio come il piccolo Erich, adora la sua mamma e non solo la aiuta, ma si priva eroicamente di mezz’ora di gioco per cenare con lei e non lasciarla mai sola, come dire che questa donna ha sempre il figlio in mezzo ai coglioni, anche quando gli dà il permesso di star fuori più a lungo, lui zac!, torna a casa prima del previsto. Anche quando gli dà i soldi per comprarsi quello che vuole, lui no!, non li spende perché la mamma li ha guadagnati col sudore della sua fronte, povera donna coraggiosa.
Emilio lo spiega al Professore, che gli ha chiesto se sua madre è severa:
“Mia madre? Neanche per sogno: lei mi permette tutto. Ma io non lo faccio, capisci?”
“No”, disse il Professore con sincerità, “non lo capisco.”
E Emilio che vien dalla campagna spiega al bambino di città come va il mondo:
“Allora, ascolta. Avete molti soldi?”
“Questo non lo so. A casa non parliamo molto di queste cose.”
“Secondo me, quando a casa non si parla molto di soldi, significa che se ne hanno molti.”
Il Professore rifletté un attimo poi disse: “È possibile.”
“Vedi? Io e mia mamma parliamo spesso di soldi, perché noi ne abbiamo pochi […]. Ma quando facciamo una gita con la scuola, mia mamma mi dà gli stessi soldi che ricevono gli altri ragazzi. Qualche volta addirittura di più. […] E io gliene riporto la metà.”
“Te lo dice lei?”
“Certo che no! Lo voglio io!”
Emilio però, a contatto coi nuovi amici berlinesi, diventa pure simpatico. Quando non parla di sua madre, intendo. Ha idee, ma tutti ne hanno. Prende decisioni, ma le più importanti le lascia al Professore. È buono, sì, quindi ringrazia tutti, ma se deve sfidare qualcuno a fare a pugni lo fa subito. A volte sembra un vero bambino fantasioso e non il guru dei rapporti di famiglia. Ognuno dei piccoli detective ha il suo momento di gloria, e alla fine del romanzo ci pensa la nonna a dare un po’ di gloria anche all’unico che era stato dimenticato, in modo da non mancare all’appuntamento buonista finale.



Una volta acciuffato il ladro (e non vi dico come, se non che l’idea è infantile e geniale come tutto il resto), il romanzo sarebbe dovuto finire ma no, Erich non è soddisfatto se non edifica un bel monumento a lui e a sua madre, e cosa si inventa per ricordarmi che l’autore del giallo per bambini è proprio lui? Innanzitutto fa ricomparire un personaggio che era solo una comparsa che ha fatto una buona azione dimenticabile (come tutte le buone azioni), e indovinate come fa di nome questo personaggio? Kästner, guarda caso. Il più buono di tutti, la sua mamma sarà contenta, ci scommetto. Quando Emilio lo incontra la prima volta ha luogo la prima e unica sfida portata a termine del romanzo (esatto, la sfida ai pugni non avrà luogo): Emilio cerca di essere più buono dello sconosciuto, ma lo sconosciuto, che è adulto e ha anni di esperienza sul groppone come unico buono di turno anche nei festivi resiste e vince la partita. Ed è buono nonostante sia un giornalista curioso! È cresciuto proprio bene, educato e rispettoso, il nostro Erich, complimenti alla mamma.
Poi c’è l’evitabile sorpresa del premio: un'altra occasione di scrivere qualche capitolo in meno sprecata. Bastavano i complimenti del commissario? Certo che no, ci voleva la taglia sul malandrino. E perché ci voleva? Non indovinate? Ma per aiutare economicamente la povera mamma che lavora tanto e dare occasione al piccolo Erich, alias Emilio, di mostrare tutta la sua abnegazione! E senza dover aspettare anni e anni di diventare uno scrittore famoso e di veder pure bruciati i suoi libri dai nazisti.
Perciò, se dei 18 piccoli capitoli elimino l’1 e il 2, la fine del 15 quando il benefattore misterioso si rivela un giornalista e invita Emilio e i suoi amici detective a pranzo e insiste e non si leva di torno, neanche fosse uno spasimante della mamma desideroso di fare bella figura, e i capitoli 16, 17 e 18, posso dire che questo giallo per bambini è davvero bello, nella sua semplicità. Voglio dire: anche se non muore nessuno.


Erich Kästner:
Quando ero bambino, tradotto da Elisabetta Terigi
Emil und die Detective, illustrato da Walter Trier (le citazioni le ho tradotte io)

Elle

giovedì 4 luglio 2013

La cosa più strana che troverete è l'amore

In questi giorni ho capito una cosa molto importante: perché Berlino in qualche modo mi scioglie. Il mistero mi è stato svelato già a pagina 11, dove Berlino viene definita come “la capitale europea verosimilmente meno stressata”. D’altronde quando in un posto si vive certe cose si danno per scontate e semmai ci si stupisce quando ci si rende conto che altrove non è così.

Oggi, come da tradizione, vi darò prima la cattiva notizia, che forse avevate già temuto con la mia premessa: ho letto un altro libro che parla di Berlino.
Ma stavolta c’è anche una buona notizia, anzi ce ne sono tre:
1) questo libro è una sorta di guida, ma presenta Berlino da un punto di vista talmente alternativo da sembrare logico, ovvero non come una vetrina da ammirare, ma come un’amica da conoscere pian piano;
2) questo libro si legge come una lunga fiaba, o come tante brevi favolette, a seconda della vostra voglia del momento o del tempo a vostra disposizione, rendendovi così flessibili come la Berlino rilassata di cui sopra;
3) dulcis in fundo (per chi pensa che Berlino – Germania – lingua tedesca abbiano un gusto amaro quasi aspro al quale non riusciremo mai ad abituarci): 1- questo libro esiste solo in italiano, 2- e si rivolge direttamente agli italiani, anche a quelli che non saprebbero nemmeno loro perché sono finiti a Berlino per tre, sette, dieci giorni, o forse per sempre, 3- e vi farà innamorare della città.

Si tratta di una guida di Berlino, ma fra le righe leggerete amore per Berlino, leggerete la consapevolezza che anche il Lettore si innamorerà della città, che quel Lettore siete proprio voi, e che è a questo che vi prepara il libro, che è in questo innamoramento inspiegabile che il libro vi guida. Un innamoramento all’ italiana, nel senso più poetico e pervaso di maraviglia del termine.
Quindi non è una normale guida turistica, vi avviso.
Le normali guide turistiche di Berlino (e io lo so, perché ne ho viste tante e alcune, pensate, le ho pure lette) hanno una struttura ben precisa. Innanzitutto, la lista di attrazioni consigliate è sempre la stessa, ciò che cambia è come vengono presentate. Ci sono ad esempio guide patinate con molte fotografie, e altre che a malapena hanno la foto di copertina. Tutte hanno nel risvolto di copertina iniziale la mappa del centro della città e alla fine del libro la mappa delle linee della metro. Alcune guide sono suddivise per percorsi tematici di cui dovrete seguire le singole tappe, pena non capire perché quello sia stato chiamato “percorso consigliato”, altre sono suddivise per possibili esigenze e supposte priorità: cultura e musei, mangiare e dormire, divertirsi e rilassarsi eccetera. Quasi tutte offrono informazioni aggiuntive, compresi gli indirizzi dei chioschi d’informazioni turistiche, caso mai quelle della guida non vi sembrino aggiornate o siano apparentemente incomplete. Alcune guide però sono così scarne da sembrare semplici album fotografici con didascalie lunghe.
Questo libro offre di più, perché vi offre 101 Spunti per conoscere la città, intesi come informazioni complete, sì, ma che vi invoglieranno ad approfondire, conoscere, toccare con mano, sperimentare. Vi invoglieranno ad esserci. Gli Spunti sono numerati, ma non necessariamente devono essere letti in ordine, io ci ho visto tanti possibili filoni di lettura, ma qui ve ne riporto solo tre, esatto.


Filone Numero 1: la diversità si può far propria senza appianarla.
Le attrazioni “della lista” non mancano nemmeno in questo libro, eppure questa rimane una guida che vi accompagnerà alla scoperta dei vostri gusti, e in 101 Spunti vi sfido a non trovarne almeno tre che li rispecchino. Il libro inizia con la presentazione della città così come la vedrebbe un italiano che ci arriva per la prima volta, sappiamo che siamo diversi eppure quando arriviamo tutto ci sembra stranamente assurdo o incredibilmente affascinante. La diversità però non deve sembrare strana o incredibile, è del tutto normale, e a Berlino ogni diversità trova il suo spazio vitale.
Le prime dieci delle 101 cose da fare a Berlino almeno una volta nella vita* illuminano le prime perplessità che a un italiano sorgono quando arriva a Berlino, e che rispecchiano le fisse tipiche degli italiani, ad esempio: 1- perché su tutte le mini-mappe della città, anche su quella gratuita della società dei trasporti che avete preso all’aeroporto, ci sono tutte le linee di metro e treni, poi arrivate in città e la trovate attraversata anche da una miriade di linee di tram e di bus di cui non sapevate nulla, però è come se i vari mezzi di trasporto si fossero divisi le zone da servire? 2- Perché l’omino del semaforo è così famoso, quasi più famoso dell’orso simbolo della città? 3- Va bene l’indiano, va bene il turco, va bene il messicano, va bene il greco, va bene pure il cinese anche se l’ho mangiato l’altro ieri, va bene, ma: un ristorante italiano non c’è? E con tutti questi ristoranti, i berlinesi qualcosa di tipico ce l’avranno, no?


Insomma, converrete anche voi che le paure tipiche degli italiani sono tre: usare i mezzi pubblici, trovare traffico, morire di fame all’estero, ma questo libro vi tranquillizza: rilassatevi, siete a Berlino, se rispettate le piste ciclabili e non ci camminate sopra, sopravvivrete.
La cosa più strana che troverete a Berlino? Al contrario degli italiani, che sono fissati con l’igiene personale e con la pulizia della propria casa, i tedeschi hanno la fissa dell’igiene, della pulizia e della cura maniacale dei beni e dei luoghi pubblici.


Filone numero 2: non c’è solo ciò che vedete in vetrina.
Gli Spunti dal Numero 11 al Numero 100 sono fra i più disparati, accanto alle attrazioni più rinomate svelano anche curiosità più nascoste, di quelle che potrebbe non capitarvi mai di incontrare per caso, perché la vostra normale guida da quattro soldi ha la mappa del solo centro e voi non conoscete nessun italiano che sia già stato a Berlino, o che ci sia rimasto così a lungo da scoprire certi angoli non ancora famosi. Vi raccontano anche curiosità sui palazzi particolari di cui vi chiederete ”ma cos’è ‘sta roba?”, e su personaggi che sentirete nominare qua e là. Se leggerete questo libro nella sua interezza troverete tanti nomi di persone, di edifici, di luoghi, di locali e spesso, tra parentesi, la via e il numero civico: non lasciatevi spaventare, non dovete leggere tutte le vie, ma segnarvi solo quelle degli Spunti che vi interessano (non per niente sono tra parentesi, no?)*.



Alcuni degli Spunti li leggerete solo per curiosità, perché forse non vi interesserà tentare di entrare nella discoteca più famosa e con la selezione più rigida all’ingresso, in nessuno dei tre giorni in cui fa orario continuato ininterrotto, cioè nemmeno il primo giorno quando è vuota e dovrebbero far entrare cani e porci, e nemmeno il terzo, quando i meno resistenti son già andati a casina. Altri Spunti saranno nella vostra lista sin da subito, poi incomincerete una seconda lista, erroneamente chiamata “di riserva”, e poi una terza, segretamente chiamata “a tema”, come a dire che vi siete già immaginati il vostro percorso, per poi temere che il tempo non vi basterà, anche se una volta a Berlino, e fatta amicizia con i mezzi pubblici così presenti e puntuali, riuscirete a spuntare molte delle voci delle vostre liste, per poi accorgervi che, senza volerlo consciamente, avete in realtà costruito pian piano, e guida Berlino 101 alla mano, una quarta lista, più interessante, più personalizzata, in qualche modo più adatta alla “vostra” Berlino. E sentirete spesso parlare de “la mia Berlino” perché ognuno ha la sua, ve ne accorgerete appena l’avrete conosciuta. O forse non lo dirà mai nessuno, ma voi saprete che è così. Infine, alcuni Spunti li terrete per la prossima volta, perché un’altra cosa che succederà a vostra insaputa, sarà il nascere e crescere dentro di voi della consapevolezza che a Berlino ci tornerete. E questo libro vi aiuterà a capirlo un po’ prima.



Gli Spunti offerti sono storici, architettonici, letterari, musicali, mondani, teatrali, artistici e artistico-stravaganti, sportivi, ambientalistici e di vita quotidiana (per chi vorrà fare il biglietto di sola andata), e ci sono pure consigli pratici: siti internet da consultare, riviste da sfogliare, abbigliamento da indossare davanti a buttafuori pignoli, quale biglietto comprare e dove, cosa fare delle bottiglie vuote, quali pregiudizi giustificabili lasciare a casa e quando. Questa guida è una sorta di amica che vi presenta un’amica, la quale ha pregi e difetti come tutti, ma che non potrà non piacervi una volta che l’avrete conosciuta meglio, una volta che avrete “imparato a conoscerla”, come si dice in tedesco, basta sapere come prenderla (lo dico per i più restii a fare nuove amicizie). Io stessa, che leggo per il 50% libri che parlano di Berlino (e ora non ditemi che non ve ne eravate accorti), ho sorriso nel ritrovare alcune curiosità che solo se si vive in una città, fra i suoi abitanti, si possono scoprire: piccole manie come quella di mettere i soprannomi ai palazzi, soprattutto quando non si approva tanto quell’ennesima opera edilizia. A prima vista, infatti, la tolleranza di Berlino si manifesta soprattutto quando viene demolito e ricostruito un palazzo, o quando viene progettato ex-novo in un luogo improbabile, con forme impossibili e di dubbia utilità. Eppure anche i berlinesi si lamentano inascoltati, perciò palazzi spariscono e risorgono a Berlino, e il vuoto che si crea o il nuovo palazzo che viene costruito, si becca a quel punto un bel soprannome. Vi capiterà di passare davanti al Palazzo della Cancelleria federale, un edificio moderno, bianco, geometrico, con enormi vetrate, alcune tonde: questo è quello che sembra a me quando lo guardo, ma i berlinesi, quando l’hanno visto la prima volta, l’hanno soprannominato “la lavatrice”*. Ma non solo i soprannomi vi verranno svelati in questo libro, bensì anche altri termini molto usati dai berlinesi, che saranno anche famosi per essere musoni, ma che non mancano di un certo senso dell’umorismo. Vi riporto ora una frase trovata su internet in questi giorni, che vi preparerà alla vostra vacanza, se deciderete di farla tra luglio e agosto: “Adoro l’estate berlinese, per me è la più bella settimana dell’anno”.



Filone Numero 3: andare oltre il limite noto.
Il terzo filone che ho individuato è seminascosto fra le righe, prima di leggerlo lo sentirete. Se all’inizio vi sembrerà che questo libro, pur nella sua atipicità, sia in fondo una guida per turisti di passaggio, man mano vi renderete conto che non solo vi siete innamorati della città e vorreste restarci per sempre, ma che questo libro è proprio dedicato a persone come voi. È vero, voi potreste essere davvero persone che a Berlino si sono trasferite in cerca di lavoro (e non faccio riferimento solo al tormentone dell’anno “in Italia c’è crisi”, perché gli italiani berlinesi d’adozione hanno una tradizione più lunga che ha origini nella canzone “voglio imparare il tedesco, lo voglio imparare in Germania, a Berlino per la precisione”), ma è più probabile che siate partiti con l’idea di comportarvi come ammirati turisti di passaggio, purtroppo però non riuscirete ad esserlo. Una volta arrivati in città, finite le prime presentazioni, vi si affaccerà alla mente gradualmente un pensiero strano, un pensiero che vi farà sorridere nella sua assurdità, ma che allo stesso tempo non vi sembrerà poi tanto incredibile. Un pensiero alimentato dalla scoperta che a Berlino da anni vivono stranieri che continuano a non sapere una parola di tedesco, che davvero sentire il tedesco per strada è difficile, che si spende poco, che quello che state vivendo come turisti a Berlino è la vita quotidiana, perché Berlino non è solo una metropoli alternativa e all’avanguardia, ma è la città dei parchi, dei parchi giochi per bambini, dei giochi di una volta, delle famiglie giovani e non, delle notti al museo, delle biciclette come mezzo abituale di trasporto, dei vecchietti che camminano tenendosi per mano, della cacca di cane sui marciapiedi e all’improvviso vi sentirete davvero rilassati. Lo Spunto Numero 101 vi propone di vivere la città per scoprire da soli il vostro Spunto Numero 102. Quello che sarà davvero il primo verso la vostra Berlino.
Questo libro è fatto per essere tenuto in mano, per essere sfogliato con la crescente sensazione di conoscere da sempre Berlino e il suo modo di essere, di offrirsi, e voi salterete da uno Spunto all’altro grazie ai rimandi, rapiti dalla vostra stessa curiosità vorrete saperne di più, e non vi sentirete più turisti di passaggio, nemmeno quelli di voi che andranno via davvero dopo tre, sette o dieci giorni, non consulterete questo libro come una normale guida della città, ve l’avevo detto, ma come un diario in cui di volta in volta ritroverete voi stessi a Berlino. Nella vostra Berlino.
 
 101 cose da fare a Berlino almeno una volta nella vita di Chiara Fabbrizi
Ancora tre cosucce:
*Perché questo titolo? Scommetto che la risposta oramai la sapete: perché ci vorrete tornare almeno un’altra volta nella vita.
*Per questo viaggio alla scoperta della vostra Berlino vi servirà una mappa dell’intera città e dei dintorni (in tedesco “Berlin und Umgebung”), ovvero di boschi, laghi e località.
*In questo libro non ci sono foto, solo le fedelissime illustrazioni di Fabio Piacentini; le foto fatele voi dall’angolazione che preferite, se invece volete l’inquadratura ufficiale, compratevi le cartoline e usatele come segnalibro.

domenica 30 giugno 2013

Pezzi di un uomo




Oggi è sabato e il tempo è incerto. Dalla mia finestra guardo il sole che sta scemando lentamente dietro la collinetta e sono quasi ubriaco. Il telefono continua a squillare ma me ne sto fermo su questa sedia a cercare di afferrare il significato delle cose che seguitano a sfuggirmi. Così, senza accorgermene, finisco per scolarmi la bottiglia di vino da due euro al litro. Desidero andarmene da qualche parte, è da tempo che voglio cambiare aria perché a stare fermi le cose peggiorano di giorno in giorno. Tengo le palpebre strette, il capo reclinato e intanto penso che non ho mai fatto realmente parte di questa società e che il distacco tra me e il mondo si fa sempre più grande. Ma è solo colpa mia se adesso non riesco più a tenere a bada l’inquietudine. Ho i capelli arruffati e la faccia tirata. Mi alzo e vado in cucina a bere un bicchiere di acqua minerale. Qualcuno suona alla porta di casa, lo mando affanculo, che non mi rompa i coglioni chiunque esso sia. Per il momento ho voglia di dormire e che mi lasci a sudare e imprecare mentre qui da solo impazzisco. Cull'uocchie astritte e chino e suonno te resta 'o munno 'mmano e po' l'haje suppurtà cull'uocchie astritte e 'o viento attuorno te vieste e nun saje cchiù che cosa haje raccuntà' E nun ce sta piacere nun ce sta piacere nemmeno a ghi a fà' 'nculo pe' 'na sera (Nun ce stà piacere - Pino Daniele).

“Deve fare il furbo per riuscire a farcela in questo mondo” mi ripete lo strizzacervelli della mutua. Per un attimo mi guardo allo specchio che sta sulla parete proprio di fronte a me. Il foulard di seta legato al collo è assai simile a quello che usavo quando avevo diciassette anni e di cui allora mi servivo per affrontare i miei primi giorni di pioggia. Ho ancora i capelli lunghi alla Jim Morrison, sono vestito di nero e porto scarpe a punta di camoscio, come quelle che aveva Bob Dylan in una foto scattatagli  durante gli anni sessanta. E mi sento spacciato. Con questa faccia da stupido che mi ritrovo dove vuoi che vada, penso. Forse ad inseguire la pazzia della notte per poi restarmene supino a guardare il soffitto mentre ascolto la pioggia cadere. Lo strizzacervelli mi scuote urlandomi sul viso: “Non c’è posto in questo mondo, se continua in questa maniera”. “Non c’è posto cerchi di capirlo per i sognatori, per chi si affaccia al balcone solo per sentire l’aria del mattino sulla pelle o il tepore del sole. Non c’è posto per chi vuole perdersi dentro un giorno senza tempo. Lei deve pensare a produrre e consumare, lo capisce questo, vero? Non c’è posto per un confuso come lei. Deve prendere posizione avere un leader politico, dibattere cosa è giusto o sbagliato. Anche se poi resta tutto uguale non importa. Deve pensare a migliorare la sua posizione sociale, farsi un abbonamento ad una tele e guardare le partite di calcio. Iscriversi a facebook, cinguettare, farsi una cultura. Leggere gli articoli preziosi e saggi di Severgnini, Aldo Grasso, Ezio Mauro, Concita De Gregorio, Massimo Franco, e Eugenio Scalfari. In estate andare in vacanza con gli amici in barca a vela. Non può continuare a starsene in silenzio e pensare che un goccio di vino rosso, per di più scadente, o una canzone, una frase, uno sguardo, un libro di Bukowski, una carezza, banalità del genere possano cambiarle l’umore e renderla felice. Si faccia coraggio, mister Tristezza, una volta per tutte e accetti la realtà prima di diventare totalmente pazzo”, mi chiosò il dottore. Giuro che non eri una mia ambizione. Avevo in mente come stemperarmi. Camminai verso il bar e ordinai. Poi presi fuori il ghiaccio, sedetti al sole caldo. Guardai intorno a questa terra nuova. E dopo, oh Cool Blue Long Dark, mi hai rubato il cuore. (Cool Blue Stole My Heart-Joan Armatrading).  

Esco dall’ambulatorio con l’inventario delle mie disgrazie, e decido di andarmene a zonzo per la città. Arrivato nei pressi del porto, un gran via vai di militari mi mette in allarme e, siccome sono assai allergico alle divise, nella confusione che si è creata tento di cambiare rotta ma, dopo un occhiata un po’ più attenta, capisco che non ho nulla da temere, che è solo una parata militare in memoria di non so che cosa. Ascolto la fanfara suonare l’inno nazionale, poi mi accendo una sigaretta e sputacchio di lato. Ci sarà sempre la guerra e ci sarà sempre gente pronta a scannarsi. E in quell’istante prendo nota che ho perso l’ultimo scampolo di fiducia, l’ho cacciata da qualche parte ma non ricordo più neanche dove. Forse l’ho spinta in fondo al corpo insieme alla speranza e l’ho mandata giù talmente in profondità che è finita nell’intestino insieme alla merda. “Non scoppierà mai la rivoluzione”, me lo disse il vecchio Charlie, ma io allora non gli credetti. La gente non è disposta a cambiare se stessa. La prima cosa che farebbe durante i tumulti si accapiglierebbe per rubare un televisore, la stessa feccia che li ha avvelenati. Sono un cane solitario, e su questo non ci piove. Uno che preferisce fare tutto da solo, anche ubriacarsi. Sulla strada di casa, da Angelo, il bottegaio che vende il vino sfuso, ne prendo a credito cinque litri e adesso, e solo adesso, nel brusio del mio cervello si apre un varco. Mostra qualche emozione. Metti un’espressione nei tuoi occhi. Accenditi se sei felice. Ma se ti senti male, fai scivolare via queste lacrime. Suvvia, prova ad imparare a sanguinare. Quando prendi una brutta caduta. Accenditi se tutto va bene. Ma se va male, lascia che queste lacrime scivolino via (Show some emotion  - Joan Armatrading).

Sly Stone, prima di diventare un divo del rock, lavorava per una stazione radiofonica da dove trasmetteva ogni genere di musica. Da Dylan a Hendrix e James Brown. Questo gli permise di abbattere qualsiasi barriera e di non fissarsi solo con un genere musicale, cosa che generalmente i musicisti fanno. Nel 1969 sale sul palco di Woodstock insieme ai Family Stone e davanti a quell’ immensa platea si esibisce con il set esaltante di I want to take you higher e Dance to the music. Sly Stewart è un tipo difficile, ha seri problemi con la droga (ma chi non li ha in questo mondo!), è stato in carcere ed è pazzo quanto basta. Sul palco è un istrione animalesco e alle volte capita anche che è troppo “fatto” per suonare decentemente. La sua è una sintesi anarchica di musica soul, psichedelica, gospel, i cui intrufola anche della musica latina e della fusion ante litteram. Nel 1971 pubblica There’s A Riot Goin’On, un album di rottura, dove rock, acido e soul la fanno da padroni. Con puro radicalismo e militanza politica si schiera dalla parte dei sopraffatti, ed è strano che accada, ma alle volte succede che raggiunge le vette delle classifiche di vendita. Ha testi duri, questo disco, che parlano di rivolta, della ribellione dei ghetti, della lotta per l’integrazione razziale, del potere nero e del separatismo. ”La mia sola arma è la penna. E mi sento capace di usarla. Sono uno scrittore, un poeta. Le cose che fotografo ogni giorno, le faccio ritrovare in ciò che dico (The Skin I’m In).  Ma tocca anche i temi della disgregazione familiare in Family Affair. Sly, dopo l’uccisione di Martin Luther King, diventa portavoce del suo popolo ed è con questo disco e queste canzoni che lancia un duro attacco all’ordine mondiale dei bianchi. Tutte cose che il pallido, pallidissimo, signor Obama, si sognerebbe di pronunciare anche in una conversazione privata.

Nel corso della notte mi sono svegliato più volte con l’angoscia che mi attanagliava il cuore. E alla fine ho deciso di non dormire più, tanto i miei incubi avrebbero continuato a perseguitarmi e non me lo avrebbero permesso neppure se avessi voluto. Come chiunque, ho sempre fatto molti errori ma non ho mai cercato scuse o trucchi per difendermi. Forse non ho mai spiegato fino in fondo cosa mi accade dentro, ma è sempre stato troppo faticoso. Così, mi sono sequestrato da solo e sono rimasto in silenzio. Non ho rimpianti per questo, perché dovrei averli adesso che sono come una vecchia abat-jour posata sul comodino ad illuminare i ricordi. Adesso che intorno a me vedo solo i pezzi di un uomo sparpagliati per la stanza. La rivoluzione vi metterà al posto di guida. La rivoluzione non la daranno alla televisione, non la daranno alla televisione. Non la daranno alla televisione, non la daranno alla televisione. La rivoluzione non sarà una replica, fratelli. La rivoluzione sarà in diretta (The Revolution Will Not Be Televised - Gil Scott Heron). Mi sento davvero stanco in questo periodo, sarà che la primavera mi tiene l’umore basso. O, invece, è il fatto che più invecchi più capisci come vanno certe cose e  allora o t’incazzi, oppure ti ubriachi. Io ho scelto di ubriacarmi, anche se sotto la mia crosta il sangue ribolle. Sono circondato da disonesti, bidonari, gente che tesse la tela stando ben attenta che non si apra nessun buco. Tutto è già segnato scrupolosamente per i loro leccaculi, persone abituate all’ingrasso. E tutto se ne va alla deriva. Il mondo è buio e silenzioso. Sono fermo sul baratro quando dal brusio di una radio mi arriva una melodia che ho sepolto sotto cumuli di macerie. Lei mi manda lettere d’amore blu fin dalla lontana Filadelfia per ricordare l’anniversario di qualcuno che io non sono più e mi fanno sentire come se ci fosse una taglia per il mio arresto. Mi sono rivisto com’ero anni fa. Adesso sono sempre in fuga e mi sposto in continuazione. Ecco perché ho cambiato nome. E non pensavo mi avresti mai trovato qui (Blue Valentine - Tom Waits).

Nel Bronx un gruppo di ragazzi sta in mezzo alla strada. Hanno l’aria aggressiva. Un uomo nero vestito di nero porta un cappellino di lana e occhiali a specchio. Sta  attraversando con passo veloce il marciapiede. I cugini Bramante lo osservano, seduti su una decapottabile bianca, toccandosi il  cazzo e passandosi uno spinello che è lungo come una tromba. L’uomo nero è un sobillatore, poeta, musicista,  scrittore. Un genio. Uno che non ha mai alzato la bandiera dei vincitori. Chiude gli occhi per un istante. E’ un circo d’anime questa strada. Il jazz è John Coltrane. Il blues e a Jackson, Tennessee. Occhi che tornano a guardare. La poesia è Gil Scott Heron. Un pallido sorriso è lo spettro di un sorriso. Reflection è del 1981 e chi non lo hai mai ascoltato può solo farsene una colpa. C’è polvere e sangue, odio e amore. C’è la rivoluzione, i ghetti pieni di droga, i diritti civili e l’angoscia, quell’angoscia di non farcela. La vita scorre e pulsa, anche dove si spengono i lampioni e non passa più nessuno. E’ come una cicatrice profonda sulla pelle del popolo americano, questa voce. Mattino come principio di un nuovo giorno con tutta la sua luminosa promessa splende prima pallido poi brilla sullo Zimbabwe su El Salvador sulla Namibia sulla Polonia ovunque un uomo osa protestare per un cambiamento. Siamo nati alla mezzanotte del periodo più scuro  ma sicuramente il primo minuto di un nuovo giorno offre… nuova forza (Morning Thoughts - Gil Scott Heron). 

Cammino su e giù per la stanza e tutto mi sembra una fregatura. In cosa si sono trasformati i miei sogni non lo so più. Certo ci sono un sacco di persone sbronze come me a quest’ora della sera. Da dove comincio allora? Forse da quel libro che devo scrivere. Mi riempio il bicchiere mentre una fredda tristezza mi attraversa il cuore. L’ho imparato su me stesso che quando si cammina dal lato infernale non si torna più indietro. È una notte molto buia e sento le sirene nella strada. Credo che lascerò dondolando questa città. Come sogni mezzi dimenticati, come una pietruzza nella scarpa. Mentre cammino per queste strade e il fantasma del tuo ricordo e una spina dentro un bacio e il ladro che spezza il gambo di una rosa (Blue Valentine - Tom Waits).





sabato 22 giugno 2013

Il grido del cuculo





Il cielo sulla sua testa si era fatto rossiccio e quella stella sperduta gli parve un fermaglio per capelli. La notte era calata ruvida come una ballata rock di Frankie Miller. Non c’era più niente in questo fottuto mondo che gli importasse, disse pensieroso fissando la strada buia e rigirandosi tra le mani la bottiglia vuota. Un vento umido proveniente dal mare saettò sul suo viso. Era caduto ancora una volta, ma non era una novità neanche questa per uno precipitato in terra ancora prima che nascesse. Spinse il tasto del play che stranamente schioccò come un bacio sulla guancia e la canzone ripartì.Melinda era mia fin al momento che la trovai stretta a Jim mentre lo amava. Poi arrivò Sue mi amava intensamente questo è quello che ho pensato. Io e Sue. Ma anche questo finì. Non so cosa farò. Ma fino a che non troverò la ragazza che vuole rimanere e non giocherà alle mie spalle. Sarò quello sono. Un uomo solitario. Un Uomo solitario (Neil Diamond - Solitary Man).
Hai voglia a spingerli da qualche parte, a seppellirli nell’immondizia o sotto fiumi di alcool, i ricordi tornano sempre, specie quelli più dolorosi. La strada silenziosa era gialla di luna. Strinse per un attimo gli occhi che gli bruciavano maledettamente e congiunse le mani a mo’ di preghiera. Nel palazzo di fronte si accese la luce di un bagno. Si sbottonò la camicia bianca intrisa di sudore e una smorfia gli irrigidì il volto. Il pallore del suo viso celava una rabbia mortale. Era sbucata all’improvviso quella donna, alta, bella, con uno charme tale da mandarlo in tilt come non gli era capitato mai in vita sua. Forse era un fantasma sbucato da chissà dove e a cui lui non doveva dire nulla. Adesso, però, seduto nell’abitacolo, sembrava che portasse tutto il peso del mondo sulle sue spalle e,  a guardarlo negli occhi, faceva davvero spavento. Con quell’aria da animale ferito sembrava una ballata aspra dei Thin White Rope E qualcuno al telefono seppe le cose che io avevo sempre conosciuto Colonne sonore canticchiate ai sogni che avevo dimenticato Ho amato il telefono, parlato col segnale di linea Mentre la gente sui marciapiedi fuggiva da me (Diesel Man –Thin White Rope). 
L’orologio a cucù sulla parete dell’ingresso misurava inesorabile il passare delle ore. Si racconta che il canto del cuculo è profetico, capace d’indicare la buona e la cattiva sorte. Poco prima che quell’uomo arrivasse, sua madre era solita chiuderlo a chiave nella viscere buie della sua stanza e solo dopo che il cuculo cantava tre volte gli riapriva la porta. Aveva otto anni, e questo succedeva ogni qual volta suo padre si allontanava per lavoro. Un commesso viaggiatore, suo papà, che ogni quindici giorni faceva il giro dei suoi clienti fuori città assentandosi anche tutta la settimana. Aveva memorizzato le gesta di sua madre e sapeva che quel giochino, così lei lo chiamava, stava per iniziare. Poco prima che quell’uomo arrivasse si sistemava i capelli, si profumava il collo e indossava sotto la vestaglia una sottanina nera di seta. Poi accendeva il giradischi e ascoltava quella canzone. Sempre la stessa: Mi ricordo quando noi eravamo due bambini e puntavamo le pistole dai cavalli a dondolo. Bang bang. Io sparo a te. bang bang. Tu spari a me. bang bang. E vincerà bang bang. Chi al cuore colpirà (Bang Bang - Dalida).  
Lo chiamava “Bang Bang”, era così che lo chiamava da sempre sua mamma. Avvicinandosi al suo viso, glielo raccomandava che quello era un segreto fra di loro e che doveva restare tale per sempre. “Ricordalo, Bang Bang, ricordalo”, gli ripeteva, “non dirlo mai a nessuno”. Lui, così piccolo, non capiva e si limitava ad annuire stringendosi forte alle sue gambe. Quando era chiuso nella stanza per non sentire i gemiti aveva imparato a svuotare la mente, a non pensare a nulla. Restava immobile seduto sulla poltroncina, inebetito chiudeva gli occhi e vedeva tutto nero. Ed era come se morisse. Solo il canto del cuculo lo scuoteva. Ma era un fremito che durava un attimo. 
Nella penombra dell’abitacolo si guardò le mani ingiallite dalla nicotina e quelle dita diventate tozze da sembrare gonfie. Erano mani possenti, le sue, mani che avrebbero potuto uccidere. Tali e quali a quelle di suo padre. Tre uomini in abiti eleganti con cravattino e scarpe lucide lo distolsero dai pensieri. Parlottando tra loro gli passarono accanto, e gettandogli un occhiata svogliata scomparvero nella notte. Aveva come l’impressione che dovesse stare sempre in castigo tanto che non ci capiva più nulla delle cose del mondo. Troppo dure le batoste che aveva ricevuto. Ma giù nei vicoli, se abbassi la guardia, ti fanno fuori in un baleno. E i teneri di cuore hanno vita breve. Accese una sigaretta, anche se si sentiva la gola grattare, e tirò una lunga boccata bruciando il filtro che divenne molle. Abbassò il finestrino e una folata di vento lo fece rabbrividire. Come una canzone dei Beasts Of Bourbon. Ridestato nella stanza di Johnny, Mama era proprio lì accanto al suo letto e le mie mani intorno alla sua gola, desiderando che entrambi fossimo morti. Pensi che sia pazzo, Mama, e tu? Ho appena ucciso il cagnolino di Johnny. Pensi che sia fuori di testa, e tu, Mama? Faresti meglio a farmi rinchiudere (Psycho - Beasts Of Bourbon).
Con le dita si trastullò per un po’ sul volante. Poi si ricordò di prendere la pillola per i nervi che teneva nel taschino della giacca. Tirò fuori l’astuccio, ne staccò una e la inghiottì. La luce dei fari di una macchina che transitava in senso opposto illuminò per un attimo il marciapiede. Qualche isolato più avanti, sepolto nel buio riconobbe un uomo. La sua faccia era  indubbiamente smorta, ma sinistra. Però su di lui non sortì alcun effetto. Mise il nastro di Otis Redding e Hard To Handlepopolò le ombre. Era chiaro che non gli faceva bene rimuginare nel passato, ma quello torna sempre quando meno te lo aspetti ringhiandoti nell’anima. Certo, aveva fatto di tutto per dimenticare, ma alle volte dimenticare è quasi impossibile.Ho lasciato la mia casa in Georgia. Diretto verso la baia di Frisco. Perché non avevo niente per cui vivere. E sembra che niente incrocerà la mia strada (Sittin’On The Dock Of The Bay - Otis Reeding).
Il cuculo aveva cantato tre volte e poi altre due. Le aveva contate con le dita della manina, tenendola aperta sulle ginocchia. Come pietrificato, se ne restava seduto immobile aspettando che sua madre lo facesse uscire. Dopo il primocucù aveva udito dei passi nel corridoio ma era tornato subito con la mente nel vuoto, non immaginando nessuna cosa. O forse fingendo a se stesso. Finalmente la porta della stanza si schiuse. Con la coda dell’occhio vide entrare due poliziotti in divisa che si avvicinavano delicatamente. Uno di loro lo prese in braccio e si accorse che si era bagnato. Bisbigliandogli di stare tranquillo, con la sua grossa mano gli coprì il viso mentre lo portava fuori dalla stanza. Ma l’odore pungente della morte è inconfondibile, lo senti anche se sei un bambino e lo avverti perché ti penetra nelle narici quasi fino a sfondartele. Velocemente l’agente percorse il corridoio, ma lui gli spostò la mano e vide il corpo di sua madre nuda riverso in terra. C’era sangue, sangue sui muri, sul pavimento, sui quadri, sulle maniglie. Persino sull’orologio a muro. C’era sangue dappertutto. Vide anche quell’uomo accasciato sulla porta della stanza da letto con un profondo taglio nel petto. L’agente lo caricò alla svelta dentro un auto cercando di tenergli con molto garbo la testa bassa, ma bang bang, sempre con un gesto fulmineo si divincolò e dietro la siepe incrociò lo sguardo di suo padre. Lo scorse lì, fermo, ammanettato, con gli occhi stralunati e le sue grandi mani tinte di rosso. E fu quella l’ultima volta. Non c’è solo odio nel mondo. Non ci sono solo buchi nel cielo. C’è solo un destino che non puoi rinnegare. Due amanti aspettano di morire. Joe si è ammalato in guerra, tra le vene e la mente. Sammy si è ammalato a causa di tutte le bugie. Due amanti aspettano di morire…C’è solo una lacrima che continua a volar via…(Two lovers Waitin’ To Die - Green On Red)
Anche se Bang Bang riusciva a svuotarsi la testa, quelle urla disumane non potevano essere ignorate. Suo padre li aveva uccisi con una crudeltà inaudita.  Durante quei momenti aveva azionato i meccanismi che ci portano a rinchiuderci nella nostra linea di difesa. Come una pietra scagliata in uno stagno forma dei cerchi che man mano si dilatano e si estendono per poi scomparire nell’infinito. Bang bang era scomparso da quel luogo e si era messo a volare nello spazio tra le nuvole. Ma quella puzza di morte, lui, la sentì sempre incollata addosso. Pure adesso la percepiva mentre sbucavano fuori dalle ombre anche i più piccoli dettagli. Quando fu tutto finito suo papà aveva azionato il giradischi e messo quella canzone. Sempre quella. Sempre la stessa. Ora non mi ami più Ed ho sentito un colpo al cuore Quando mi hai detto che Non vuoi stare più con me Bang bang  E resto qui Bang bang A piangere Bang bang hai vinto tu Bang bang Il cuore non l'ho più. (Bang Bang -Dalida).  
Non era più tempo d’ ingannare nessuno, neppure se stesso. Lei aveva un bel viso liscio che assomigliava a Emmylou Harris. Indossava una giacca di pelle nera striminzita e una camicetta bianca di raso sopra un jeans attillato. Quando arrivò sorridendo e salì in macchina, si strinse contro di lui. Quel calore che lei emanava lo aveva scosso fino dentro le ossa e sentirsi vivo, per uno che aveva le carte del destino nate male, era una sensazione indescrivibile. Guardando la strada mentre calava la notte, aveva parlato e ancora parlato, fino a spurgarsi l'anima. Poi si era librato nel cielo, ma questa volta lo aveva fatto un attimo prima che non riuscisse più a piangere. Quando riaprì gli occhi lei lo stava guardando e sfiorandolo con un bacio si accorse che c’era ancora una certa tensione in lui. “Adesso puoi levarti quella faccia da lupo”, gli sussurrò con dolcezza accarezzandogli i capelli. Lui avviò il motore, inserì un nastro e fece partire Burn, una canzone dei Dream Syndicate. Il cielo era scintillante di un blu intenso. Lei si girò nuovamente verso di lui e, affondando lo sguardo nei suoi occhi, si accorse che per la prima volta gli sorridevano Ma puoi sentirlo nel cuore. Sentirlo nell’anima. Sentirlo andare intorno finché non perdi il controllo. Sono solo poche cose che non possono essere raccontate. Non lo senti bruciare? (Burn - Dream Syndicate).





mercoledì 19 giugno 2013

In linea d'aria


Il vento sferzava e a malapena lui riusciva a trattenere il cappello sulla testa. Nessuno più portava il cappello, se ne rese conto in quel momento, e improvvisamente si sentì inadeguato. All’incrocio si fermò indeciso, avrebbe dovuto svoltare ad un certo punto, solo non ricordava quanti incroci aveva già attraversato; gli cadde l’occhio sul nome della strada dipinto sul muro scrostato, via delle Vittorie, era quella. Non era anche una strada del monopoli? Non ci giocava da secoli. Da piccoli non si immagina che non esiste un’età in cui si sarà davvero liberi di scegliere, e chissà se quelli che comandavano scoprivano di avere qualcuno al quale sottostare, o se rimanevano convinti di essere al di sopra di tutti. Ecco, bisognava essere convinti. Decise che si sarebbe seduto lì con la schiena eretta, ma doveva dare l’impressione di sentirsi a suo agio. Le persone sedute dietro una scrivania hanno questo potere di farti sentire una merda, semplicemente stando seduti comodi, mentre tu non puoi allungare le gambe sotto la scrivania, perché stai dalla parte chiusa. Come ci si può mostrare sicuri di sé quando si cozza contro una scrivania! Un clacson lo fece sobbalzare, quasi perse il cappello, ma che.. modi erano? La gente non aveva più pazienza, e dire che un tempo ci si spostava a piedi, si prendeva la bisaccia, qualche soldo, e non c’era da compilare nessun modulo; e se non si era esperti non importava, col bisogno e la voglia s’imparava tutto. Eppure quella vita non l’aveva conosciuta, cosa ne sapeva? Ma non riusciva più a pensare ai suoi tempi come ai migliori. Cosa ci abbiamo guadagnato? Se non hai un foglio di carta non sei nessuno, se ce l’hai non te lo chiedono, se lo porti di tua iniziativa ti dicono che non serve perché loro danno importanza ad altro, se non sapevi di dover avere un foglio di carta ti guardano come se fossi un bambino tardo.
Il vento fischiava, facendo frusciare le chiome degli alberi con insistenza. Ripensò al campeggio coi suoi genitori, a quindici anni, quando scappava di notte per andare con gli amici a dormire in spiaggia; forse era davvero vecchio, se a quindici anni non voleva fare nulla di male, e invece oggi se ne sentivano di tutti i colori; o forse aveva rimosso i dettagli. Chissà se i giovani avrebbero ricordato qualcosa di ciò che stavano vivendo ora, oramai non serviva più ricordare perché era tutto su internet, mentre un tempo i grandi sapevano certe storie a memoria; oggi però anche i giovani raccontavano storie, ma molto più piene di sesso, a quanto pareva; ma lui un quindicenne non l’aveva mai sentito raccontare, anzi non ne conosceva nemmeno uno. Si sentì solo. Una separazione così netta per fasce d’età non era normale, si aveva sempre un amico sposato, con bambini che all’improvviso avevano quindici anni e nuove esigenze. Non ci credeva che i ragazzini d’oggi fossero precoci, forse nei discorsi, ma c’era senz’altro ancora qualcuno che si faceva una sega! Si sentì disgustato, i ragazzi erano stupidi; e anche i loro genitori: vivevano nel loro mondo migliore chiuso, si vantavano se il ragazzo era sveglio anche se a scuola era così così, e se si potevano permettere di regalargli il motorino anche se non l’aveva meritato. Il motorino nessuno lo voleva più, ma avevano ragione, la scuola non serviva a nulla. Si fermò ad un altro incrocio, doveva essere quasi arrivato, vide due scooter fermi al semaforo, due ragazzi col casco tirato un po’ indietro, e si ricordò di quando era diventato obbligatorio, che casino c’era stato. E il divieto di fumare nei locali? Che cazzo, sembrava la fine del mondo. Gli vennero le lacrime agli occhi, si girò a cercare qualcosa a cui dare un calcio, voleva rompersi la scarpa e urlare dal dolore. Abbassò la testa e ricacciò indietro le lacrime. Come cazzo fanno le donne con le lacrime!? Forse anche lì era questione di convinzione. Non voleva dirlo, non voleva nemmeno pensarlo, ma c’erano giorni in cui la vita gli sembrava una merda. Perché non era tutto più semplice? Vide il negozio di cui gli avevano detto, fece un respiro profondo e attraversò, doveva stare attento perché gli autisti, quelli con le palle, non rallentavano mai, sicuri del loro sistema di frenata del cazzo. Ma questa gente che guidava, nella vita, cosa faceva? Lavorava, o giocava per strada? Aveva davvero fretta, o seguiva una moda perché stare calmi era da sfigati? Sì, c’erano anche quelli troppo calmi, ma loro forse si drogavano. Che schifo, parlava proprio come un vecchio.
“Buongiorno”, disse il ragazzo del negozio appena la campanella sulla porta si calmò. Cavoli, la campanella sulla porta, era da anni che non ne sentiva una. Prese dalla tasca una chiavetta usb e la posò sul banco. Il commesso gli sorrise, prese la chiavetta con sguardo esperto e la infilò nel computer. Esperto di cosa? Devi inserirla e stampare, cazzo, lo so fare anch’io. L’aggeggio era lento, il cuore iniziò a battergli forte, gli venne caldo, tamburellò sul banco con le dita della mano destra, agitato come un quindicenne all’interrogazione quando il professore l’ha già fatto apparire stupido e tutti hanno riso di lui. Aveva pure un cappello in testa! Ma non se lo tolse. “Quale stampo?”, gli chiese il ragazzo. Alzò su di lui gli occhi spauriti: “Il curriculum”, disse con un filo di voce, “grazie”.
Elle




giovedì 13 giugno 2013

I tuoi confini, o Italia, son questi

Carissima RosaLux,
è vero, non trovo stanza; ma qui, peggio che altrove. E poi.. - forse m’inganno – ma parmi di trovar poco cuore: né posso incolparli; tutto si acquista; ma la compassione e la generosità e, molto più, certa delicatezza di animo nascono sempre con noi, e non le cerca se non chi le sente.
Pur troppo questa galante gentaglia è affetta da generosità, perché non ha coraggio di vendicarsi palesemente; ma chi vedesse i notturni pugnali, e le calunnie, e le brighe!
Frattanto l’occasione mi ha smascherato tutti que’ signorotti, che mi giuravano tanta amicizia, che a ogni mia parola faceano le meraviglie, che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e il lor cuore! Sepolture! Bei marmi, e pomposi epitaffi, ma se tu li schiudi vi trovi vermi e fetore.
Quando penso agli ostacoli che frappone la società al genio ed al cuore dell’uomo, e come ne’ governi licenziosi o tirannici tutto è briga, interesse e finzione… io m’inginocchio a ringraziar la natura che dotandomi di questa indole nemica di ogni servitù, mi ha fatto vincere la fortuna e mi ha insegnato ad innalzarmi sopra la mia educazione.
S’io avessi venduta la fede, rinnegata la verità, trafficato il mio ingegno, credi tu ch’io non vivrei più onorata e tranquilla? …forse più che l’amore della virtù il timore della bassezza m’ha trattenuta sovente da quelle colpe, che sono rispettate ne’ potenti, tollerate ne’ più, ma che per non lasciare senza vittime il simulacro della giustizia sono punite nei miseri.
Quel che importa, si è (e tu in ciò sei d’accordo), che questa indole mia schietta, ferma, leale, o piuttosto ineducata, caparbia, imprudente, e la religiosa etichetta che veste d’una stessa divisa tutti gli esterni costumi di costoro, non si confanno; e davvero io non mi sento in umor di cangiar d’abito. Anzi buona o rea ch’io sia, ho la generosità, o di’ pure la sfrontatezza, di presentarmi nuda, e quasi quasi come la madre natura m’ha fatta.
Sarei matta se avendo trovato nella mia solitudine la tranquillità de’ beati, i quali s’imparadisano nella contemplazione del sommo bene, io per… per “evitare il pericolo d’innamorarmi” (ecco la tua stessa espressione) mi commettessi alla discrezione di questa ciurma cerimoniosa e maligna.
Nella società si legge molto, non si medita, e si copia: parlando sempre, si svapora quella bile generosa che fa sentire, pensare, e scrivere fortemente: per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi.
RosaLux! S’io dovessi far sempre la guardia a questo mio cuore prepotente, sarei con me stessa in eterna guerra, e senza pro. Mi butto a corpo morto e vada come sa andare.

Io non lo so… ma temo che la natura abbia costituita la nostra specie quasi minimo anello passivo dell’incomprensibile suo sistema, dotandolo di cotanto amor proprio, perché il sommo timore e la somma speranza, creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni, ci tenessero pur sempre occupati di questa esistenza breve e dubbia.
E mentre noi seguiamo ciecamente il suo fine, ride ella frattanto del nostro orgoglio che ci fa reputare l’universo creato solo per noi, e noi soli degni e capaci di dar leggi a tutto quello ch’esiste.

Tanti affanni assediano la nostra vita,
che per mantenerla
vuolsi non meno che un cieco istinto prepotente
per cui siamo spesso forzati
- quantunque la natura ci porga
i mezzi per liberarcene –
a comperarla coll’avvilimento,
col pianto, e talvolta ancor
col delitto!

E per questo, oh quanto è men doloroso andar accattando porta in porta la vita, anziché umiliarsi, o esecrare l’indiscreto benefattore che, ostentando il suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e la tua libertà! Essendo più agevole approvar la virtù, che sostenerla a spada tratta e seguirla; e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace, e a giudicar dall’evento.
Ma l’infelice che serba la sua dignità è uno spettacolo di coraggio ‘a buoni, e di rimbrotto a’ malvagi. Pur troppo!, noi sfuggiamo d’intendere i mali de’ nostri amici; le loro miserie ci sono gravi, e il nostro orgoglio sdegna di porgere il conforto delle parole, sì caro agli infelici, quando non si può unire un soccorso vero e reale.

Ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo; i nostri desiderj si vanno moltiplicando con le nostre idee; sudiamo per quello che, vestito diversamente, ci annoja; e le nostre passioni non sono in fine del conto che gli effetti delle nostre illusioni.
Così vaneggio! Cangio voti e pensieri, e quando la natura è più bella, tanto più vorrei vederla vestita a lutto. O illusione! Questa notte… tutto tutto mi gridava: infelice tu deliri! Spaventata e languente mi sono buttata boccone sul letto abbracciando il guanciale, e cercando di tormentarmi nuovamente e d’illudermi.
E tu, mia RosaLux, m’abbandonerai tu? L’amicizia, cara passione della gioventù, e unico conforto dell’infortunio, langue nella prosperità. Oh gli amici, gli amici! Tu non mi perderai se non quando io scenderò sotterra. Ed io cesso di querelarmi talvolta delle mie disgrazie, perché senza di esse non sarei degna forse di un’amica; né avrei un cuore capace di amarla.

Ahi società! E se non vi fossero leggi protettrici di coloro che, per arricchire col sudore e col pianto de’ proprj concittadini, gli spingono al bisogno e al delitto, sarebbero poi sì necessarie le prigioni e i carnefici? Io non sono sì matta da pretendere di riordinare i mortali. No no; io non voglio più respirare quest’aria fumante sempre del sangue de’ miseri. Non voglio più oltraggi, né favori da veruno degli uomini possenti. E fosse anche una debolezza; le debolezze degli uomini sommi vanno rispettate: e chi n’è senza, scagli la prima pietra.
O antica mia solitudine. Ove sei tu?
Mi compiaccio delle mie infermità, io stessa palpo le mie ferite dove sono più mortali, e cerco d’inasprirle, e le contemplo insanguinate… e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione alle mie colpe, e un breve refrigerio ai mali che ho causati.

Mia RosaLux, tu non hai torto, mai, ma dove cercherò asilo? In Italia? Infelice terra! Premio sempre della vittoria. Potrò io vedermi dinanzi gli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti, e non piangere d’ira? Devastatori de’ popoli, si servono della libertà come i papi si serviano delle crociate.
Temo che spogliandoli della magnificenza storica e della riverenza per l’antichità, non avrò molto a lodarmi né degli antichi, né de’ moderni, né di me stessa… umana razza! Così noi tutti Italiani siamo fuoriusciti e stranieri in Italia, e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci sono di scudo; spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da’ nostri medesimi concittadini i quali, anziché compiangersi e soccorrersi nella comune calamità, guardano come barbari tutti quegli italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene… Dimmi, RosaLux, quale asilo ci resta? …e perché io debbo dunque, o mia patria, accusarti sempre e compiangerti, senza niuna speranza di poterti emendare o di soccorrerti mai?
In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano, l’universalità che serve, e i molti che brigano. E sia così: lascio il mondo com’è. Ma.. credimi, la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte, e l’altro quarto ai loro delitti. “Goditi il mondo com’è, e tu vivrai più riposato e men pazzo”. Ma non è vile quell’uomo che è travolto dal corso irresistibile di una fiumana, bensì chi ha le forze e non le adopra. I governi impongono giustizia; ma potrebbero imporla se per regnare non l’avessero prima violata? E poiché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sulla terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.

Gli amori della moltitudine sono brevi
ed infausti:
giudica,
più che dall’intento, dalla fortuna;
chiama virtù il delitto utile,
e scellerataggine l’onestà che
le pare dannosa;
e per avere i suoi plausi conviene
atterrirla,
o ingrassarla,
e ingannarla sempre.

I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. E s’io commetto un’azione dannosa ai più, io sono punita, mentre non mi verrà fatto mai di vendicarmi delle loro azioni, quantunque ridondino in sommo mio danno. Ciascun individuo è nemico nato della società perché la società è necessaria nemica degli individui.
“Ma i debiti i quali tu hai verso la società?” Debiti? Forse perché mi ha tratta dal libero grembo della natura quando io non aveva né la ragione, né l’arbitrio di acconsentirvi, né la forza di oppormi, e mi educò fra i suoi bisogni e fra i suoi pregiudizi? RosaLux, perdona s’io calco troppo su questo discorso tanto da noi disputato. Posso dire: io sono un mondo in me stessa; ed intendo d’emanciparmi perché mi manca la felicità che mi avete promessa. Torno a piangere e a tremare, corrotta quasi dal mondo, dopo avere sperimentati tutti i suoi vizj… Ah no! i suoi vizj mi hanno per brevi istanti forse contaminata, ma non mi hanno mai vinta! …ho cercato virtù nella solitudine.


E scrivendoti, mi libero alquanto da’ mie’ pensieri, e la mia solitudine diventa assai meno spaventosa.
Addio, mia sola amica, addio.

Sempre tua,


(accostamento di brani dal libro Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, con qualche adattamento di nomi, di genere, di punteggiatura e di accapo)