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domenica 16 giugno 2013

ATTENTI A QUEI BLU !

Ci abbiamo provato e, si fa per dire, ci siamo riusciti. La collaborazione nata qualche tempo fa fra L'orablù, il Killer e Radio Pane & Salame ha prodotto un altro frutto: cliccando qui potrete ascoltare la prima trasmissione radiofonica condotta dal sottoscritto e da Cherotto, con la determinante collaborazione di Lozirion. Un'ora e mezza di musica (speriamo piacevole), cazzate galattiche e deliri alcolici che, ho come l'impressione, non resterà impunita. Ai nostri mandanti Ale & Fra (prendetevi anche voi un pò di responsabilità) il nostro esordio è piaciuto parecchio. Nonostante fosse la prima volta e ci muovessimo a tentoni. Non tutto è riuscito bene (conduttori radiofonici non ci si improvvisa). ma tutto sommato credo che gli uomini(e le donne) di buona volontà che avranno il coraggio di ascoltarci, troveranno modo di farsi quattro risate.
Il plot della trasmissione trae spunto da Attenti a quei due, mutuato in Attenti ai quei blu, in onore dell'associazione culturale, l'Orablù, della quale sia io che Cherotto e Lozirion, facciamo parte. Abbiamo vestito i panni, io di Danny Rock (rocker grezzo, ruvido e un pò volgare - cosa che peraltro, salvo qualche forzatura del copione, mi si addice benissimo) e Cherotto di Indie Brett (stiloso e perfettino, amante della musica ricercata,cosa che peraltro, salvo qualche forzatura del copione, gli si addice benissimo ). Alla consolle, magnifico come sempre, Lozirion, che ogni tanto ci ha regalato momenti magici da bergamasco delle valli.
Qui di seguito l'intro della trasmissione, così tanto per capire in che ginepraio state andando a infilarvi.

"Sono amici, ma non hanno nulla in comune; amano la musica, ma hanno gusti diametralmente opposti; collaborano entrambi per l'Orablù, ma mentre uno dei due dirige, l'altro è un umile portatore d'acqua. Quelli di radio Pane & Salame, che evidentemente stanno alla canna del gas, li hanno voluti insieme per questa trasmissione. Loro sono Indie Brett, dj di nobile stirpe, e Danny rock, un bovaro prestato alla musica. Il primo è carino, elegante, perfettino, profumato e molto stiloso; il secondo mette su quel che gli capita, ha litigato col barbiere e si profuma solo con l'Autan. Indie Brett mangia macrobiotico, usa le posate, beve tè alla menta e quando si arrabbia esclama "poffarbacco !"; Danny Rock, invece, è affezionato al suo colesterolo, tracanna tutto ciò che ha un grado più dell'acqua e quando s'incazza bestemmia come un camallo mentre scarica un container. Al primo piacciono le canzoni che piacciono alla gente che piace, ama l'alternativo e crea tendenza; il secondo adora il rock e i suoni ruvidi, ed è convinto, per parafrasare Vujadin Bosvkov, che "Musica è solo quando chitarra elettrica suona!". Insieme ce ne faranno ascoltare delle belle. Attenti a quei Blu ! Il rischio e il pericolo sono tutti vostri !"


Dimenticavo: visto che durante la trasmissione abbiamo sbertucciato e non poco i nostri sodali, Ale & Fra, questa sera ore 22.00 circa, durante la loro consueta diretta (NON PERDETELA, LORO SI', CHE SONO BRAVISSIMI!), è matematico che ce la faranno pagare. A caro prezzo.
Buon Ascolto ! 
Blackswan, domenica 16/06/2013

domenica 17 febbraio 2013

La musica è sempre più blu ovvero Sanremo ci fa una pippa!


È ora di tirare le conclusioni dopo aver chiuso il primo tentativo di coinvolgimento con chi ci segue da queste pagine. Un grazie di cuore a tutti quelli che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione fin dll'inizio, in gennaio, quando abbiamo fatto partire questa macchina da guerra innarestabile... e pensare che lo facciamo per puro divertimento...
Blackswan, ideatore insieme a Lozirion dell'idea del Controfestival, ha detto tutto sul suo blog. Il copia e incolla su queste pagine è indiscutibile ;-)
Prima di passare alle bellissime parole e a qualche immagine della serata una piccola comincazione di servizio in particolar modo ai blogger vincitori che saranno menzionati in questo post: nei prossimi giorni vi verranno inviati i premi (uno è già stato distribuito in sala), uno di questi sarà un jpg celebrativo in modo da poterlo sfoggiare nel proprio blog.
Un grazie ancora a tutti e alla prossima...

SANREMO CI FA UNA PIPPA!
C’è una bella frase di Walt Disney che tengo stretta al cuore e porto sempre con me, ovunque vada: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. L’ assunto sarebbe ineccepibile, se non ci fosse quel verbo “sognare” a rendere tutto estremamente complesso. Già, perché non sempre si ha la forza di sognare e spesso la prudenza usa l’arma della ragionevolezza per tenerci coi piedi per terra e costringerci alla realtà. A volte però capita di condividere lo stesso sogno, che allora diventa più forte e si gonfia come un’onda in piena che travolge ogni ostacolo che gli sbarra la strada. La prolusione, lo so, è un po’ enfatica, ma spiega molto bene come è nato il Controfestival La musica è sempre più blù e come si è potuta realizzare una serata divertente e giocosa come quella di ieri.



Quando l’amico Lozirion, visionario come non mai, ha pensato che si potesse creare un contest musicale che nascesse e si sviluppasse nel web con il contributo di una “corale” blogger, ho impiegato tre secondi ad abbracciare l’idea e a farla mia. E dal momento che una scintilla è in grado di far divampare un incendio se il vento soffia nella direzione giusta, ho pensato che la finale di questo festival potesse essere reale, che il virtuale del computer e persone in carne e ossa potessero condividere una comune, per quanto bizzarra, esperienza musicale. Il sogno, dunque, stava prendendo forma. Gli amici dell’Orablù (Preside e VicePreside in testa), che quando si tratta di sogni non vedono l’ora di lucidare le ali, hanno detto subito sì, tre secondi netti anche loro.


Poco importa che il Controfestival fosse una scommessa e il rischio di un flop fosse alto: si vince solo se si rischia, e tanto basta. A questo punto, serviva soltanto qualcuno abbastanza pazzo da prendersi carico delle sorti della serata salendo sul palco a presentare l’evento e intrattenere il pubblico. Mica pizza e fichi, insomma. Quando glielo abbiamo chiesto, Giorgio non ci ha nemmeno fatto finire la domanda: ha impiegato meno di tre secondi per indossare il papillon, salire sul palco e travolgere tutti con la sua inesauribile carica di simpatia e umanità.

E siccome i sogni sono contagiosi, Silvia e Francesca si sono subito immolate sull’altare del controfestival, inventandosi una performance autoironica da vallette trash che entrerà nella storia dello spettacolo. A tutti loro, a chi si è sbattuto perché la serata riuscisse, voglio dire grazie.

Grazie al pubblico meraviglioso che per undici volte di fila ha brandito la paletta come fosse una durlindana colorata; grazie alla mamma di Lozirion che in tempo da record quelle palette ci ha fornito; grazie a Cherotto e al suo genio artistico; grazie a Pablo che è un tecnico audio e video con i controzebedei; grazie a tutti quelli che sono venuti vestiti da rockstar (erano presenti Vasco Rossi, Bob Marley, Angus Young, Lucio Battisti, e la Amy Winehouse più sobria della storia) e agli amici che sono arrivati fin da Bergamo per stare con noi.

Grazie ai blogger presenti in sala (Pa e Irriverent Escapedes) e a quelli che non sono potuti venire perché influenzati (Metiu); grazie allo Zio Fonta per le pizze squisite sfornate alla velocità della luce e grazie ai ragazzi del bar che si sono fatti un mazzo tanto sgambettando fra un tavolo e l’altro. Ma soprattutto, grazie a voi tutti, amici blogger, che ci avete regalato il vostro sogno, il vostro tempo, la vostra pagina blog, le vostre canzoni e i vostri voti, affinchè l’evento fosse un successo. Se ieri sera settanta persone si sono divertite, hanno riso, sorriso e hanno ascoltato ottima musica, il merito è tutto vostro.


e grazie a te Nick per il bel post!

Passiamo ai vincitori:

Per la categoria
DODICI
ANNI DI MUSICA ALTERNATIVA ITALIANA:

Baustelle
La guerra è finita
 

proposta da: Cannibal Kid



Per la categoria
ITALIAN TRASH:

Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici
Italia amore mio



proposta da: Stefy e Cannibal Kid


Per la categoria
ITALIAN BEST:



Frankie HI NRG
Quelli che benpensano
(canzone più votata tra quelle in gara)


proposta da: Metiu e Lucien


venerdì 20 luglio 2012

Gram Parsons - GP



Il rock, si sa, è anche letteratura. C'è la musica, ci sono i dischi e i concerti. Ma ci sono anche le leggende, tramandate di generazione in generazione, i miti di dannazione, la cronaca nera, e storie, a volte vere, altre palesemente inventate, che hanno comunque contribuito ad amplificare le suggestioni attorno alla vita di un artista o di una band. Credo abbiate presente di cosa parlo: Jim Morrison ancora vivo, Kurt Cobain ucciso dalla moglie, Paul McCartney morto nel 1966 in un incidente d'auto, i riti satanici di Plant e Page, l'omicidio di Peter Tosh e quello di Marvin Gaye, le crisi epilettiche di Ian Curtis, l'aereo di Buddy Holly e Ritchie Valens. Di quanti misteri, aneddoti, tragedie e inquietanti pettegolezzi è costellata la storia del rock? Un'infinità, direi, tanto che se vi venisse voglia di fare un salto in libreria, trovereste una più che discreta bibliografia in materia.
Una delle storie che più di altre è capace di accendere la fantasia è quella che riguarda Gram Parsons, chitarrista sublime, musicista rivoluzionario, membro di band storiche come Byrds e Flying Burrito Bros. Gram, detto "faccia d'angelo", per i tratti delicati del viso e l'eterea bellezza, morì a soli 27 anni per un overdose di eroina, non prima di lasciare ai posteri almeno un paio di dischi epocali, capaci di riscrivere la cifra stilistica del roots americano e di aprire il futuro alle avanguardie dell'alt-country. Parsons, chi era costui? Un giovane infelice, soprattutto, che nella musica trovò la propria redenzione e il proprio riscatto da un'esistenza marchiata da miserie morali e affettive. Il padre suicida, la madre alcolizzata, i difficilissimi rapporti con il cinico padrino, furono stigmate di dolore che incisero profondamente l'anima dell'angelo Gram, fino a condurlo in un baratro di dipendenze e stravizi che gli bruciarono la giovinezza e la vita. Morì in un albergo presso il The Joshua Tree, dopo un festino a base di alcol, sesso e droga, in uno di quei deliri orgiastici a cui se sopravvivi hai storie da raccontare agli amici per il resto della vita. Questa è la storia, sono i fatti incontrovertibili.



Da quella notte di settembre in poi nascerà però anche un'incredibile leggenda, i cui dettagli, confusi  e contraddittori, sono il sale di avvenimenti che sembrano usciti dalla penna di un romanziere. Qualche tempo prima, ai funerali dell'amico Clarence White, Gram esprime un desiderio e ne fa partecipe il manager, ed amico fidato, Philip Kaufmann: "Se mi capitasse di morire, non voglio un funerale così. Portatemi al Johsua Tree, ubriacatevi in nome della mia memoria e date fuoco al mio cadavere ". Kauffman promette che lo farà, più per blandire l’amico, che per convinzione. Gram però muore davvero e il suo padrino, assetato di denaro e spinto dal desiderio di sfruttare al meglio la morte del famoso figlioccio, impone che Parsons venga sepolto in Lousiana, dove pensa di fare soldi facili allestendo un mausoleo alla memoria. Kaufmann si ricorda della promessa fatta e decide di mantenerla. Con una serie di espedienti riesce a trafugare il corpo dell'amico e inseguito dalla polizia, a bordo di un finto carro funebre, conduce il feretro dell’amico, non senza difficoltà, fino al deserto di Joshua. Dopo una sbronza notturna epocale, il corpo di Parsons viene dato alle fiamme, rendendo così onore ai desiderata del chitarrista.



Sarà vero? Pare di si, anche se le versioni sulla vicenda sono assai confuse e ben poco esaustive. Resta comunque la suggestione del mito, e una pagina di storia del rock che tratteggia mitizzandolo, il desiderio di immortali tà inseguito da tanti artisti. Parsons ha incarnato nel modo più epico possibile
l'antico brocardo che recita "Chi muore giovane è amato dagli dei". Perfetto per una rockstar, perfetto per chi pensa che la vita vada bruciata subito, prima che la ruggine faccia il suo corso. La musica e la morte vanno spesso a braccetto. L'eternità, la fama imperitura, sono talvolta figlie di un decesso prematuro o cruento. Nel caso di Gram, c'è anche un sogno di libertà, un sogno di capelli al vento, di cavalli sbrigliati nelle praterie del Paradiso. E' il rock che scrive la sua pagina più leggendaria: ceneri che si perdono nella silenziosa notte desertica come le note di un assolo di chitarra improvvisato dal destino. Ci sono musicisti pessimi che hanno trovato gloria in leggende come questa, senza avere avuto un briciolo di caratura artistica (un esempio per tutti è Sid Vicious).



La leggenda di Parsons però vive anche nei suoi dischi, nella sua idea rivoluzionaria di country, nella sua visionaria ed eclettica creatività. "Cosmic American Music", amava definirla. La tradizione musicale del proprio paese resa universale, alla portata di tutti. GP parte dal country, ma ne modifica completamente le coordinate. Non è solo la contaminazione con il rock ed il blues. Parsons ha una visione prematuramente indie, che influenzerà in seguito generazioni di musicisti, dai Wilco a Beck fino a Micah P.Hinson. Gram semplifica, scarnifica, elimina ogni retorica espressiva dalla propria idea di musica, che concepisce su un retroterra espressivo minimalista, e per questo di almeno due decenni all'avanguardia. Il chitarrista riprende i classici della musica rurale (Streets of Baltimore, That's all it took) e scrive ex novo canzoni che lasciano senza fiato, per intensità e ispirazione. Su tutte,  A song for you, dedicata alla madre, la delicata e nostalgica The new soft shoe, e il capolavoro  She, che anticipa di un anno il soliloquio intimista del Jackson Browne in  Late for the sky. Un disco visionario, a tratti dolcissimo (grazie anche alla performance vocale di Emmylou Harris, pigmalione artistico e affettivo del chitarrista), che a distanza di quasi quarantanni riesce ad incantare anche quelli che come me, il country lo masticano poco e lo digeriscono anche meno.

Blackswan

martedì 12 giugno 2012

Black Country Communion
Black Country




Joe Bonamassa (miglior chitarrista blues dell’ultima generazione) alla chitarra elettrica; Glenn Hughes (Deep Purple) al basso e alla voce; Derek Sherinian (Dream Theatre) alle tastiere; Jason Bonham (figlio del compianto John) alla batteria. Non è uno stralcio da un compendio di storia della musica, ma la formazione dei Black Country Communion, supergruppo di fenomeni alle prese con l’hard rock anni ‘70 e suoi derivati. Chi ha amato Deep Purple e Led Zeppelin si cominci a sfregare le mani e a farsi venire l’acquolina in bocca: questo è il disco che far per lui. Chi invece pensa a una penosa operazione commerciale dei soliti dinosauri che non si rassegnano alla pensione, resterà deluso. Black Country è una bomba che una volta innescata non smetterà di deflagrare dalle casse del vostro stereo. L’hard come si suonava una volta, con qualche spunto psichedelico e la bella, puntuale e precisa chitarra di Bonamassa a irrorare il tutto di tonnellate di blues. Brividi che hanno percorso la schiena di tre generazioni e tornano prepotenti ai giorni nostri come se il tempo si fosse fermato a 40 anni fa. Impossibile non godere come ricci, soprattutto perchè queste undici canzoni (tutte inedite a parte la cover di Medusa dei Trapeze) profumano di fresco e scintillano al sole come spade appena forgiate. Per rendersene conto è sufficiente la title track, piazzata all’inizio come una martellata degli dei: up tempo tiratissimo sorretto dal basso di Hughes vibrante come ai bei tempi e da un assolo fulmicotonico di Bonamassa, che tira a lucido la gloria che fu di Blackmore. “I’m a messenger, listen my prophecy!”, canta Hughes con la voce di un sessantenne mai cresciuto, che prende acuti, uno dopo l’altro, con tecnica e precisione, con una tensione sempre massimale, con una passione che nasce dallo stomaco e si arrampica in cielo. Basterebbe questa canzone a giustificare l’acquisto del disco. Arrivederci e grazie. Invece, i pezzi, clamorosamente belli, si susseguono senza soluzione di continuità, e non vorresti mai spegnere lo stereo. Il singolo  One last soul  col suo approcio melodico, l’inarrivabile Down Again, con Bonamassa cheintreccia riff e assoli in un unico grande affresco purpleiano, l’acidissima Beggerman con Hughes in grandissimo spolvero, tanto da far pensare addirittura ai fasti di Burn. Una dietro l’altra, ad allungare un immaginario tappeto rosso per la passerella decisiva di Song of Yesterday, capolavoro del disco, otto minuti abbondanti in cui si fondono Zeppelin, Purple, la chitarra blusey di Bonamassa,l a voce nervosa di Hughes e un tappeto melodico quasi impercettibile a far da fondamenta. Una di quelle canzoni che gli amanti del genere terranno stretta al cuore, nei secoli a venire, come anni fa fecero con Baby i’m gonna leave youChild in time. Chiude il disco Too late for the sun, jam session di undici minuti, in cui i quattro, se ce ne fosse bisogno, ci dimostrano quello di cui sono capaci con in mano rispettivi strumenti. Black Country non solo rispolvera i gloriosi anni in cui il rock si faceve con zeppe e basettoni, ma si candida a diventare, segià non lo è, un classico dell’hard rock moderno.

Blackswan

lunedì 28 maggio 2012

Laura Nyro
Eli and the Thirtheen Confession



L’amore per Laura Nyro mi accompagna da anni, fin dalla prima volta che mi capitò di ascoltare un suo disco, nel lontano 1990. Di lei, mi ha sempre affascinato lo sguardo triste e il sorriso aperto, la otale incapacità di rapportarsi allo star system, quell'essere sfuggente non per distaccata superbia, ma a cagione di un'indole malinconicamente  solitaria. Era una donna che viveva di contraddizioni: dal lato umano, era una persona timida, insicura, schiva ( si narra che durante la prima audizione per una grande casa discografica, volle suonare al buio, con il piano illuminato solo dalla luce di un televisore ), mentre il suo lato artistico svelava una donna esuberante e passionale, un specie torrente in costante piena di musica, poesia e raffinate fantasie letterarie.
Laura abbatteva continuamente gli standard espressivi del suo tempo, si gettava in una febbrile ricerca, spesso istintuale, per superare i limiti convenzionali del fare arte e del comporre musica. Il suo estro compositivo era tutto tranne che rigoroso, la sua musica era costruita su coordinate talvolta indecifrabili, non apparteneva a un genere o a un contesto, dal momento che la sua ispirazione traeva linfa vitale daun coacervo di moduli, riadattati a uso e consumo di un'inventiva  senza freno.Eppure, come spesso accade a chi è capace di guardare oltre, la Nyro non trovò mai in vita il successo che si sarebbe meritata: troppo colta, troppo complessa per il grande pubblico poco aduso al quelle sue canzoni ad incastro, prive dellalinearità che fa vendere dischi e rassicura l'ascoltatore. A lei non fregava proprio nulla della fama, si definiva " sposata alla musica e alla poesia", riteneva che essere artisti significasse essere liberi di fare quel che si vuole, senza compromessi. La sua gloria arrivò postuma, solo dopo il prematuro decesso avvenuto nel 1997 per un tumore alle ovaie (lo stesso male che uccise anche la di lei madre). Come la storia spesso ci ha insegnato, perché il mondo si accorgessedella Nyro, fu necessario che la sua musica venisse a mancare, che  la critica si rendesse conto di quanto fosse attuale il suo linguaggio e di quanti artisti,nel corso degli anni, da quella musica abbiano tratto ispirazione.
Eli And The Thirteenth Confession è uno dei dischi che ho regalato maggiormente nella mia vita ed è incredibile come, chiunque abbia ascoltato queste canzoni, sia rimasto folgorato dall’attualità di suoni che sembrano figli legittimi dei nostri tempi. "Bravissima! Ma chi è ? Non l'ho mai sentita! Ma il cd è uscito quest'anno?" le reazioni più frequenti. Appunto… La Nyro era un artista che guardava al futuro e per questo vive nel presente. In virtù di un’estensione vocale non comune, la sua voce potrebbe essere paragonata ad un mustang che galoppa brado per la prateria: una corsa sbrigliata e mai doma verso orizzonti che si aprono all’infinito. Un timbro unico, un’esplosione di ottave da far tremare i cristalli, una capacità interpretativa multiforme e inimitabile. Prendete, ad esempio, l'iniziale Luckie e domandatevi quante volte nella vostra vita abbiate ascoltato qualcuno prendere tutte quelle note, con così tanta disinvoltura. La stessa disinvoltura concui si sviluppa la trama musicale di queste tredici gemme di perfetta, e osereidire sublime, armonia. Tredici canzoni che si rincorrono per bellezza interpretativa e compositiva, che spaziano fra jazz, musical, pop, blues, soul, e sono sostenute da un'architettura che incastra le ottave impossibili della singer newyorkese con un'imprevedibile sequenza di cambi tempo, improvvisi rallenty e repentine accelerazioni. Il tutto impreziosito ed esaltato dagli arrangiamenti scintillanti di Charlie Calello, innovativi, freschi, elegantissimi. Dall'iniziale, già citata, Luckie, con le sue aperture orchestrali, al blues strapazzato  di Povertry Train (attenzione al flauto, please), alle atmosfere jazzy di Lonely Women (con la voce della Nyro che si tuffa senza rete nel profondo dell'anima di tutte le donne) attraverso il soul sixties di  Eli's Comin'  (che chiama in causa l'immensa Aretha) e le scale impazzite di Timer , fino all'ingovernabile energia di  Once It Was Alright Now, col suo incedere altalenante e il groove irresistibile, non c'è un istante di questo disco che non  faccia palpitare di emozioni.


Un’opera imprescindibile, pervasa da sbrigliata inventiva  e inesauribili intuizioni, fondamentale per comprendere  da dove nascano tutte le Amy Winehouse delnostro secolo. Era il 1968, ma riascoltato ora, a più di quarant'anni di distanza, Eli sembra addirittura un avamposto avanguardistico. Insieme al più melodicoTapestry di Carole King ed al più introspettivo  Blue di Joni Mitchell, il capolavoro di Laura Nyro segna il crocevia da cui passerà tutto il cantautorato femminile negli anni a venire.


  Laura Nyro - Lu by Xavierr

Blackswan

lunedì 14 maggio 2012

Onora il padre e la madre


Due fratelli con gravi problemi finanziari decidono di rapinare la gioielleria di famiglia.
Nulla andrà secondo i loro piani...

"Onora il padre e la madre" (il bellissimo titolo originale è "Before the Devil knows you're dead") si apre con una scena di sesso fra marito e moglie che spiazza lo spettatore. A colpire, però, non è la sensualità della sequenza, ma tutt'altro. Il "giovane" Sidney Lumet (83 anni suonati al momento delle riprese) evita la strada della pornografia e del pruriginoso, e si affida invece al rigore formale della fotografia (una penombra melanconicissima) e alle inquadrature, volutamente asettiche, che in pochi minuti raccontano una storia fatta di incomprensione, tristezze, ferite insanabili. Non c'è amore, bensì solitudine, distacco, rancori sopiti che riemergono in una battuta raggelante di Marisa Tomei: "In questo posto riesco a non sentirmi una merda totale". Pochi minuti, dunque, per raccontare il senso di un film duro, angoscioso, politicamente scorretto, nel quale viene letteralmente fatto a pezzi il concetto di famiglia in un contestosociale che è quello della media borghesia americana (e bianca). L'incipit disegna rapporti interpersonali già compromessi. Eppure, Lumet non dice nulla del passato della famiglia Hanson: permette semmai allo spettatore di intuire, di cogliere, nella cronaca di semplici fatti, dinamiche affettive, contrasti e disagigià ben radicati. L'architettura del film è giocata su incastri temporali, su un puzzle sfasato di avvenimenti che, inizialmente confonde, ma che successivamente diventa parte dell'insieme, perfettamente funzionale a giustificare la spiazzante ( e agghiacciante ) morale che sottende al finale del film.


Al centro del racconto si muove un pugno di personaggi tutti in balia dei propri vuoti interiori, delle proprie carenze affettive, vittime di un egoismo che non appare mai solo frutto dell'indole, ma che è soprattutto determinato dalle contingenze della vita. In tal senso Lumet non fa sconti: il rigore etico è un’eventualità, la famiglia non esiste se non come formale coacervo di sangue e abitudini, i figli sonocondannati a espiare le colpe dei padri, sono vittime e carnefici generati in un alveo di violenza domestica mai rappresentata, ma che prepotentemente permea ogni secondo di pellicola, ogni azione, ogni pensiero, ogni tormento dei suoi personaggi.



Non c'è perdono, nè redenzione: il film vira, sequenza dopo sequenza, verso una tragedia che si percepisce ineluttabile fin dall’inizio, per esplodere poi in un finale sconvolgente, logica conseguenza di un destino già scritto.Un lotto di attori straordinari tiene bordone al grande regista: Philip Seymour Hoffman, dallo sguardo mefistofelico, eppure così terribilmente fragile, è un gigante: roba da spellarsi le mani dagli applausi; Ethan Hawke è straordinario nella parte del fratello fallito (ma chi non lo è tra tutti i personaggi?): trasmette insicurezza a ogni inquadratura ed è perfetto nel rappresentare la supina accettazione innanzi all'ordito del fato; Marisa Tomei è di una bellezza sconfitta e dolente, seduce col corpo e immalinconisce con lo sguardo. Unico neo? Probabilmente Albert Finney, che non accontentandosi di fare trenta, per prendere anche la lode, finisce per essere un pò troppo sopra le righe, a tratti innaturale.
Da non perdere.

Blackswan

martedì 8 maggio 2012

Housemartins
London 0 Hall 4


Sono passati venticinque anni da quel lontano 1986. Un'infinità di tempo, certo, ma io gli Housemartins non li ho mai dimenticati. Non foss'altro perchè mi salvarono l'anima dal synth-pop. Tra la plastica di tante tastierine, nell'apice dello splendore del mondo paninaro, tra la devastazione perpetrata dall'edonismo reaganiano, spuntano quattro sfigati dal nord dell'Inghilterra e tutto rimettono in ordine, con semplicità. Un lampo accecante quello di London 0 - Hall 4, una bomba a mano di coriandoli, uno sberleffo al potere costituito, una molotov di risate, un vaffanculo in faccia ad un consesso di accademici. Gli Houesemartins sembravano un quartetto di studenti universitari di matematica: capelli corti, brufoli in gran quantità, occhialoni, aspetto dimesso e uno sguardo che sembrava perduto tra algoritmi ed ipotesi algebriche. Eppure, nonostante il look da bravi ragazzi, a loro modo erano incazzati assai. Una rabbia, però, mitigata dal sorrisoe stemperata da una buona dose di ironia, che intrise dalla prima all'ultima nota quel frizzantissimo esordio, a partire dal titolo stesso del disco: il nord operaio e minerario che rifila un bel 4 a 0, fuori casa per giunta, alla ricca metropoli mittle-europea, fighetta e imborghesita. La classe operaia si ribella alpadronato, vincendo un'immaginaria partita a calcio. Dilagando, anzi. Strepitoso il solo pensarlo. Siamo in piena epoca Thatcher, la lady di ferro mortifica ilproprio paese perseguendo la politica del privilegio e frustrando in tutti i modi le aspirazioni di eguaglianza del proletariato. Poliziotti a manganellare gliscioperanti (prevalentemente minatori del nord), così, con la stessa naturalezza con cui si beve una pinta di birra. Ci sarebbero argomenti per fare un discotetro, doloroso, fazioso e barricadero. Gli Housemartins, invece, scelgono la militanza del divertimento. Una risata vi seppellirà. Possiamo parlare delle nostre tragedie facendovi sorridere e muovere il culo. Perchè incupirci oltre il limite? Vogliamo parlare alla gente? Troviamo il linguaggio adatto. Riprendiamoci gli anni sessanta, il northern soul, un pop zuccherino e abbordabile a tutti, ripuliamolo dagli orpelli suoniamo una musica diretta, allegra, che sappia toccare il cuore della gente. Una specie di punk allo zucchero filato, insomma. Per questo motivo, London 0 - Hall 4 avrà un successo trasversale, capace di ammaliare tanto il pubblico, quanto la critica specializzata, che vede negli Housemartins la risposta sbarazzina al brit-pop melanconico e colto degli Smiths.
"Happy hour" è l'antipasto pane e salame del disco: delizioso giro di chitarra, ponte tra strofa e ritornello con tanto di campane a enfatizzare la melodia, per far capire subito che un sorriso sa vincere più battaglie di una pietra scagliata. Poi, un susseguirsi insperato di deliziose gemme, in bilico fra soul e pop, pezzi che in tre minuti massimo ti scaldano il cuore di sole primaverile anche se è novembre e fuori è uno schiantarsi di nuvoloni e brutti presagi meteorologici. L'ondivaga" Get up off our knees ",tirata e nervosa come una corsa a perdifiato in bicicletta, anticipa il capolavoro "Flag Day", un ballatone soul da urlo (come a volte anche i bianchi sono capaci di confezionare), impreziosito dal canto multiforme di Paul Heaton, falsetto naturale e genetica propensione agli struggimenti dell'anima, ottave che partono come confetti a una comunione e un'intensità interpretativa che farebbe venire la pelle d'oca anche ad un coccodrillo. C'è poi la sbrigliata allegria di " Sitting on a fence " coi suoi deliziosi controcanti; c'è" Sheep ",i cui intrecci vocali ricordano da vicino delizie alla Beach Boys; c'è la pausa riflessiva di " Think for a minute " che procede per coordinate smithsiane, sparigliate dal falsetto angelico di Heaton. Il tempo di un respiro e parte " We're not deep ",breviaro su come una canzone di poco più di due minuti possa essere un concentrato di puro divertimento, con tanto di ritmica birichina e sopra le righe e coretti scanzonati e leggerissimi.  "Freedom" rivisita in salsa party music l'energia sanguigna dei Blues Brothers mentre il gospel di "Leanon me",costruito su poche note di piano e sulla voce celestiale di Heaton, unasorta di incrocio fra Jimmi Sommerville e Laura Nyro, stenderebbe al tappeto chiunque. Nella versione rimasterizzata del cd si trovano pure tre cover a cappella, tra cui spicca una superlativa "People get ready" di Curtis Mayfield e lo struggente doo-woop di "He ain't heavy, he 's my brother ",che regala più di un palpito. Per la cronaca, l'avventura Housemartins dura il lampo di un paio di altri dischi. Dopo lo scioglimento, Paul Heaton formerà i Beautiful South, e Norman Cook, il bassista, passerà alla storia con lo pseudonimo di Fat Boy Slim.


Blackswan
The Housemartins - Happy Hour

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sabato 5 maggio 2012

Jacques Expert
Nel nome del tuo sangue


Antonio Rodrigues è seduto sul divano. Sua moglie è in camera, addormentata grazie ai sonniferi, l’unico rimedio che le permette di allontanare il dolore. Antonio è davanti al televisore, ma la sua mente è altrove, concentrata sull’odio verso il pirata della strada che gli ha ammazzato il figlio e poi è scappato. La sua mente è concentrata sulla disperazione della moglie, che gli ha chiesto di compiere un gesto estremo, l’unico che potrà ridarle la pace.
«Trovalo. E uccidilo.» Ma la ricerca di Antonio Rodrigues è un abisso denso di sorprese. Il colpevole in realtà è una persona a lui incredibilmente vicina. È un uomo che continua impunito la propria esistenza fatta di incrollabili certezze: il riconoscimento sociale, il ruolo di dirigente in una piccola azienda e l’illusione di potere che ne deriva. Una vita in apparenza tranquilla che continua grazie alle meschine autogiustificazioni per il gesto compiuto, fino a che qualcosa va storto... In un vorticoso thriller psicologico va in scena il dramma dell’uomo che si fa giustizia da sé. Impossibile per il lettore chiamarsi fuori. 

In un genere come il thriller pieno zeppo di titoli inutili, romanzi scritti con una prosa approssimativa e privi di tutti i colpi di scena promessi nelle note contenute nella sovracopertina,ecco un libro che vi consiglio caldamente di non perdere. Non ci sono serial killers né grandguignolesche scene di sangue, ma solo una bella storia dove la suspence cresce di pagina in pagina fino ad un epilogo non banale e che soddisfa pienamente le attese. Tanta carne al fuoco ( morte, rielaborazione del lutto, rapporti affettivi minati dall’incomunicabilità ) poteva togliere ritmo e freschezza alla narrazione. Invece Expert gestisce con ritmo la materia, sviluppando l’intreccio narrativo in soggettiva, tramite i pensieri dei quattro protagonisti, e imponendo al lettore la più classica delle immedesimazioni: io al suo posto cosa avei fatto ? Ed è proprio questa la chiave di lettura di un libro che prima di tutto discute un imperativo etico al quale i protagonisti del romanzo non potranno sottrarsi. Ognuno di essi stritolato negli ingranaggi insondabili di un fato che non perdona e che li vuole alternativamente vittime e carnefici.

giovedì 3 maggio 2012

The Rolling Stones
Exile on Main street
(deluxe edition 2010)


"Exile" è sicuramente il disco più controverso della discografia degli Stones, tanto che questa edizione, rimasterizzata e contenente la bellezza di dieci inediti,ha riaperto, a distanza di 38 anni,il dibattito tra critici e fan. Da un lato, c'è chi vede in "Exile" uno dei vertici della produzione della premiata ditta Jagger - Richards che, finalmente lontana dal mainstream (main street, nello specifico), ha saputo dar vita ad un'opera diretta e mai così sincera; dall'altro chi, non completamente a torto, enfatizzandone il suono grezzo e la mancanza di hit, lo considera un'opera minore. Nel corso degli anni, a furia di ascolti, mi sono formato il convincimento che questo disco del 1972, registrato nell'esilio dorato della Costa Azzurra, resti un unicum nella produzione artistica degli Stones, sia per la stessa genesi dell'opera sia per un suono e un approcio alla canzone che non avrà in seguito più eguali. Conosco fans che a dover scegliere undisco degli Stones da portare sulla famosa isola deserta, sceglierebbero questosenza indugi. E non stento a crederlo. Quantunque personalmente giudichi "Exile" un gradino sotto "Sticky Fingers" e "Let it Bleed" ( ma un gradino sopra tutto il resto della loro discografi ), non posso non riconoscergli un fascino maledetto e bohemien che manca anche ai succitati capolavori.


I Rolling Stones sono all'apice del successo e della carriera ( l'anno precedente è uscito "Sticky Finger"), e proprio per questo sono vessati dal fisco inglesee perseguitati dalla stampa tutta,che sta loro col fiato sul collo. Decidono pertanto di trasferirsi in Francia, dove la pressione fiscale è meno persecutoria. Richards affitta a Nellcote una villa con sedici stanze e spiaggia privata che,durante l'occupazione tedesca, era stata un quartiere generale nazista. Gli altri vanno a vivere lì vicino, ma si ritrovano a casa Richards per comporre e suonare. Peraltro, non regna nemmeno una gran armonia nel gruppo: se da un lato Jagger sta cercando di mettere la testa a posto ed allontanarsi dagli eccessi tossici ed etilisti del chitarrista, Richards è probabilmente all'apice della dissolutezza, e con l'allora compagna, Anita Pallemberg, non si risparmia festini a basedi alcol ed eroina. Alcune canzoni sono già pronte, altre vengono composte in quei mesi. Come studio di registrazione viene allestita la cantina della villa, buia e umida quanto basta per segnare irremediabilmente la performance della band. Il caldo torrido e le intense sudate che ne conseguono durante le registrazioni, fanno propendere per un titolo provvisorio: "Tropical Disease". Richards, nonostante il clima talvolta più che festaiolo, sta sul pezzo come pochi, e impone interminabili sessioni di registrazioni (anche se in futuro gli stessi Stones bolleranno come pessime la resa sonora e la fase di mixaggio dell'album). Fuori da quella villa, il mare, il sole e un clima decisamente benevolo rispetto a quello più cupo e umido che si respira a Londra. In questa cornice di contraddizioni, nascono le diciotto canzoni di "Exile": spirito bohemien, la sensazione divivere in un contesto per certi versi magico, l'abuso di droghe e alcol,la presa di coscienza di una libertà creativa senza condizionamenti, ritmi di lavoro forsennati, il senso di claustrofobia per ore passate nello scantinato. Nasce cosìun disco a tratti sfilacciato e cupo, composto da una musica sudata, anfetaminica e tossica, ma mai così diretta ed immediata, tra blues caracollanti e naive erock colorati di gospel, soul e country. Il risultato è estremamente eterogeneo, eppure stranamente compatto, come se le canzoni fossero legate da un filo vitale e non potessero prescindere l'una dall'altra. Mancano episodi celebri, perchèa parte "Tumbling Dice" (pimo singolo dall'album), sono pochissime le apparizioni di brani da "Exile" nelle scalette dei concerti, ma le canzoni bellissime sono tante ed il loro fascino, dopo quasi quaran’anni, resta inalterato. Grazie anche ad un pugno di sessionisti di spessore, tra i quali spicca l'immenso NickyHopkins, già al pianoforte con i Jefferson Airplane per il capolavoro "Volunteers". Dal micidiale incipit di "Rocks Off", alla strepitosa cover di "Shakeyour hips" di Slim Harpo, alla luminosa "Shine a light", che darà il titolo al film di Scorsese del 2008, fino al ritmo strascicato di "Ventilator Blues", che per la prima volta porta la firma anche di Taylor, c'è di che spellarsi le mani dagli applausi. La versione deluxe dell'album contiene anche dieci inediti,alcuni davvero imperdibili. Oltre a due alternative takes di "Soul Survivor" e "Loving cup", meritano una citazione il r'n'b sensualissimo di "Pass the wine (Sofia Loren)" e il ballatone "Following the river", roba da groppo alla gola e fazzoletto alla mano. Di "Exile" si è detto tutto e il contrario di tutto. Di certo, resta un'opera memorabile e stranissima, frutto di un periodo particolare, in cui l'esilio portò gli Stones ad essere, per la prima ed unica volta nella loro strepitosa carriera, soprattutto rockers piuttosto che rockstars. Forse, potrà non essere il vostro disco preferito di sempre. Ma vi assicuro che, anche alla luce di questa lussuosa riedizione, sarebbe un grave torto alla vostra discografia non possederne copia.
Blackswan



mercoledì 25 aprile 2012

Hanno tutti ragione



Tony Pagoda è un cantante melodico con tanto passato alle spalle. La sua è stata la scena di un’Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri, e il mondo. È stato tutto molto facile e tutto all’insegna del successo. Ha avuto il talento, i soldi, le donne. E inoltre ha incontrato personaggi straordinari e miserabili, maestri e compagni di strada. Da tutti ha saputo imparare e ora è come se una sfrenata, esuberante saggezza si sprigionasse da lui senza fatica. Ne ha per tutti e, come un Falstaff contemporaneo, svela con comica ebbrezza di cosa è fatta la sostanza degli uomini, di quelli che vincono e di quelli che perdono. Quando la vita comincia a complicarsi, quando la scena muta, Tony Pagoda sa che è venuto il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio. Fa una breve tournée in Brasile e decide di restarci, prima a Rio, poi a Manaus, coronato da una nuova libertà e ossessionato dagli scarafaggi. Ma per Tony Pagoda, picaro senza confini, non è finita. Dopo diciotto anni di umido esilio amazzonico qualcuno è pronto a firmare un assegno stratosferico perché torni in Italia. C’è ancora una vita che lo aspetta. 

La bellezza di " Hanno tutti ragione " risiede nell'imperfezione. Una scrittura sui generis e ricca di neologismi, un massimalismo tracotante, una verbosità che a tratti dilata il ritmo all'inverosimile, una propensione torrenziale alla sentenza, potrebbero trasformare questo libro in un fastidioso guazzabuglio di fesserie. Eppure gli innumerevoli difetti inaspettatamente rendono l'opera prima di Sorrentino bellissima. Perchè è vera, sentita, emozionante e scorretta oltre ogni limite. Onesta,s oprattutto. Come Tony Pagoda, il personaggio che innonda con la sua esuberante presenza queste 320 pagine. Cocainomane, puttaniere, nichilista, cinico, furbo, volgare, infettato da una malsana propensione all'orgasmo del sangue.
Lo si dovrebbe odiare,ma si finisce per venerarlo. Perchè dotato di un'etica forse cialtrona e primordiale ma inoppugnabile, di una visione della vita così disincantata e verace da farti apparire ovvia anche l'intuizione e la riflessione più arguta.Tony ci fa incazzare e ci fa ridere. Spesso, quando meno ce lo aspettiamo, ci commuove alle lacrime. Con una malinconia che ti afferra la gola e non molla la presa. Amicizia, amore, sesso, morte, violenza.E vita, secchiate di vita in piena faccia, che hanno il potere di svegliarci dal torpore delle nostre abitudini (esistenziali e letterarie).
Da non perdere. 


giovedì 12 aprile 2012

Counting Crows - Underwater Sunshine


Si, lo so, è l'ennesimo disco di cover, ultimamente ne escono a decine, e francamente non se ne può più. L'impressione è quella di essere innanzi ad un vuoto generazionale di creatività, come se ormai quasi più nessuno fosse capace di scrivere canzoni nuove, e affidarsi a un repertorio già collaudato fosse molto più produttivo (o meno richioso) di rilasciare un album originale. Però loro sono i Counting Crows, uno dei più grandi gruppi di americana di sempre, e meritano totale e incondizionata fiducia. Tra l'altro, queste sono cover di canzoni che prevalentemente non conosce nessuno. Certo, c'è un Dylan minore (You Ain't Going Nowhere), c'è un luminoso Gram Parsons (The Return Of The Grevious Angel) c'è la chiosa con il ripescaggio di The Ballad Of El Goodo dei Big Star, ma il restante lotto di canzoni è stato acciuffato per i capelli e salvato in extremis da un ingeneroso oblio. Tanto che i nostri eroi sono andati addirittura a ripescare brani scritti prima di divenire Counting Crows, quando portavano il nome disturbante di Sordid Humor (la convincente Jumping Jesus). Motivi di interesse, quindi, ce ne sono: non siamo di fronte al solito parco di cover consumate dal tempo e riproposte ad libitum da chiunque, ma a una scaletta che per certi versi suona quasi come quella di un disco originale. E soprattutto, c'è una band che sta vivendo una sorta di seconda giovinezza e che suona con voglia, quasi con smania. Il disco è autoprodotto e questo risulta decisamente un merito, dal momento che l'idea che sta alla base della produzione è quella di trasmettere la sensazione della presa diretta, della jam, del "buona la prima", degli strumenti sbrigliati. Il suono è quindi caldo, avvolgente, come se queste canzoni prendessero vita in un piccolo pub, dove la gente se ne sta gomito a gomito a bere birra e ad ascoltare musica, mentre fuori l'aria calda della notte coccola le sponde della San Francisco Bay. È da un pò che suonano dannatamente bene questi alfieri di un country rock venato di suggestioni soul e melodie decisamente pop. Lo si era già capi to ascoltando il cd dal vivo dello scorso anno, August & Everything After: Live At Town Hall, con cui i Counting Crows celebravano il ventennale d'attività, riproponendo per intero, e completamente riarrangiata, la scaletta del loro mitico esordio. Coloro che avevano amato quel live, magari anche con una lacrimuccia di malinconia ad accompagnare l'ascolto, non resteranno quindi delusi da questo nuovo Underwater Sunshine, nel quale, a parere di chi scrive, Adam Duritz ha fatto l'ennesimo salto di qualità come cantante, relegando a sfumature quelli che un tempo erano i suoi eccessi di teatralità, e misurando con sapienza tanto il timbro quanto il trasporto interpretativo. Certo, in fin dei conti,questo è solo un disco di Americana, non ci sono nè sorprese nè novità: il suono è quello consueto di una tradizione che, se riproposta con cura artigianale, sa ancora farci sognare spazi aperti, narrare l'epopea dell'on the road e riprodurre i colori di un'America provinciale, rurale e tecnologicamente arretrata. In questo, i Counting Crows sono dei maestri: convincono ed emozionano senza colpi di scena e artifici, limitandosi semmai a declinare con rinnovato entusiasmo una formula arcinota, ma che non mostra assolutamente il logorio del tempo. È proprio questo il motivo per cui Underwater Sunshine è un buon disco: è pregno di aromi e sapori antichi, evoca ricordi e nostalgie come se fosse un luogo a cui siamo affezionati e al quale amiamo tornare dopo un lungo viaggio. Dedicategli ripetuti ascolti, magari in cuffia e sorseggiando un bicchiere di corroborante bourbon. Non ne resterete delusi.

VOTO : 7


Scritto da Blackswan