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venerdì 9 agosto 2013

agosto agosto, blog mio non ti conosco...


...e invece noooo, vi sembra che noi ce ne partiamo armi e bagagli e vi lasciamo qui, soli e soletti, per andare a spaparanzarci sotto il sole di meravigliose spiagge solitarie o a prendere il fresco ai piedi di immacolati ghiacciai??
Beh in realtà si. Ovvero, magari non partiamo per lidi meravigliosi e super esclusivi ma ci prendiamo un po’ di (meritato) riposo. In fondo non vi lasciamo proprio soli: potrete scegliere quale film vedere pescando tra le recensioni del Ragazzo Cannibale, decidere quali letture vi accompagneranno sotto l’ombrellone dai consigli di Elle e de la Firma Cangiante o attingere alla fonte del fantasioso Robydick o dei racconti musicati di Bartolo Federico. Saranno deliziosi compagni di vacanza la saggia Vincenzina e le sue incursioni fra arte e realtà o il globetrotter Badit. Non dimenticate di mettere nel vostro ipod le canzoni di Diamond Dog, le compilation di Bartolo e, last but not least, di quei quattro disgraziati di (in rigoroso disordine ma partendo dai padroni di casa Radiopanesalame) Alediggei, Fradiggei, DannyRock ed IndieBrett. Qui ve lo chiediamo come favore personale, ascoltateli e, soprattutto votate la compilation che preferite: i ragazzi (beh, per un paio, si fa per dire…) si sono impegnati parecchio per scegliere la migliore colonna sonora dell’estate. E che il pacato spirito di Bradi Pitt sia con tutti voi e vi accompagni con la rilassatezza dovuta ai periodi di vacanza, ovunque essi siano trascorsi.
Noi riposeremo le stanche membra ma continueremo a pensare a come tenervi compagnia all’agorà de L’Orablù. Torneremo fra qualche giorno, con nuove iniziative e con il solito, esorbitante entusiasmo
Nel frattempo continuate a mandarci le vostre cartoline...

Prima di concludere vorremo ringraziare infinitamente Cristina (I.E.) per il suo prezioso supporto a questo blog, un abbraccio da tutti noi de L'Orablù!

Ultimissima cosa... in anteprima data e logo della nuova edizione di Senza Palco...



A presto!



giovedì 8 agosto 2013

Diverse sfumature di giallo... La banda dei tre


Lasciamo perdere tutte le declinazioni di grigio, nero o rosso che fosse, che la scorsa estate sono state spacciate per romanzi. Noi abbiamo l’ambizione di consigliarvi vere letture per accompagnarvi nei momenti di pausa estiva. E visto che il genere giallo rappresenta un classico per questo periodo, lo proponiamo in maniera poco convenzionale



“Bambola non è un giocattolo ma il nome di un poliziotto infiltrato.
Tony Piccolo è piccolo veramente; è un nano.
E poi c’è il Boa, che non ha nulla del serpente e passa il suo tempo a cercare la via per redimersi…”

Padova, terzo millennio. Storie di vita ai margini. Un grosso affare di compravendita di cocaina sta per concludersi e Claudio Bambola sta per abbandonare Carlito, il “personaggio” che interpreta sotto copertura. Ma, una gang di mafiosi russi si intromette e l’omicidio di uno di loro costringe Carlito ad allearsi proprio con quei personaggi che avrebbe dovuto incastrare.

“La banda dei tre”, di Carlo Callegari (edizioni Time Crime, €9,90) è la cronaca dei pochi giorni nei quali Bambola, Tony Piccolo e il Boa uniscono le loro forze (Bambola è un poliziotto, Tony un grossista di cocaina e Boa uno spacciatore in cerca di redenzione), dimenticano le reciproche “posizioni di partenza” per ottenere ognuno il proprio tornaconto…. Un romanzo a metà strada tra il giallo e il noir con qualche lievissima sbordatura (indispensabile alla narrazione) splatter. Una scrittura scorrevole che però cattura ed imprigiona il lettore che non riesce a staccarsene. Si procede con l’ansia dell’attimo successivo, si legge quasi guardandosi le spalle. Ogni tanto ci viene concesso un sorriso ma non c’è il tempo per la risata grassa. La tensione risale. Una tensione lieve, che striscia e che coinvolge il lettore al punto che, alla fine , quasi quasi, lascia il libro come stesse salutando degli amici..
Da vecchia appassionata di fumetti ho immaginato che per “disegnare “ gli improbabili protagonisti di questo romanzo, l’autore si sia ispirato ai personaggi del gruppo TNT di Max Bunker, andando a rubacchiare qualcosa anche da Jacovitti….
Ma non vi tedio oltre. I libri bisogna leggerli, non raccontarli.
I. E.

mercoledì 24 luglio 2013

Caro amico, mi scrivi? - Irriverent Escapade


Ecco chi è già stato in vacanza ed al suo ritorno ci manda lo stesso una cartolina: "Rientrata dalla settimana di break, in attesa della vera vacanza, accaldati baci dalla metropoli
I.E."
Grazie mille Irriverent! Seguite il suo esempio e inviate una vostra immagine a orablubollate@gmail.com

mercoledì 5 giugno 2013

Vincenzina nell'arte - Piet

Da bambina avrei voluto essere la Mafalda di Quino, colta, curiosa, sarcastica e pungente. Ma anche bella come Barbarella o ascetica come le donne di Modì, eterea come le ballerine di Dégas…insomma essere una specie di super-mini-eroina che, a seconda delle situazioni, avrebbe potuto entrare in personaggi perfetti per il momento.
Io non ci sono riuscita e sono ancora qui a barcamenarmi, cercando di interpretare i diversi ruoli che la mia vita prevede ma qualche tempo fa (grazie alla “gentile intermediazione” de La Firma Cangiante) ho incontrato qualcuno che è riuscito nel mio desiderio d’infanzia.
Lei è minuta, carina, semplicemente fantastica quando entra nei diversi personaggi. Lei è una creatura speciale. Non tanto perché dotata della indiscutibile capacità di trasformarsi ed inserirsi perfettamente nelle diverse situazioni nelle quali si “insinua” ma perché Lei, Vincenzina, altro non è che la figlia della penna di Giuseppe Scapigliati, già “papà” di Bradi Pitt.

I.E.

“Voglio arrivare il più possibile alla verità e astrarre ogni cosa da essa fino a raggiungere l’essenza delle cose”
Piet Mondrian



sabato 1 giugno 2013

La musica del capostazione…


Un vecchio, grande amore per gli chansonniers francesi alla Brassens mi ha portato ad incontrare, ormai molti e molti anni fa, la musica di Gianmaria Testa.
Sarà quel suo modo discreto, pulito e profondo, di cantare; lontano da esibizioni di acute vocalità ma pregno di sensazioni, di quel pragmatismo molto piemontese.
Testa è un po’ una sorta di “fratello minore” di Paolo Conte. Anche lui conosciuto e apprezzato in Francia, al di qua delle Alpi non rischia certo assalti di fan scatenati mentre cammina per strada. La sua musica non è fatta per le grandi folle, ha bisogno di essere sorseggiata come un gran rosso di Piemonte: non lo si può ascoltare ovunque. Musica e parole che evocano tramonti sulle colline, la serenità interiore delle persone semplici, la fantasia che corre…

I. E.


sabato 25 maggio 2013

Quando finisce un amore...


Come sublimare l’abbandono? Uno sguardo complice al barattolo da mezzo kilo di nutella, imbracciare il cucchiaino e ingollarsi con pantagruelica grazia la mitica crema di nocciole, formulando uno strano mix di pensieri negativi verso il fedifrago e positivi verso l’inventore del provvidenziale alimento…

Sir Bradley Wiggins ha abbandonato il Giro d’Italia. Errori di valutazione, una preparazione sbagliata, una primavera folle che più folle non ce né. Wiggo ha lasciato.
E io? Ho pensato di affogare la disperazione nelle maltodestrine o meglio ancora di strafogarmi di carnitina (che magari, invece mi aiuta a bruciacchiare un po’ di ciccia) poi, da quella intellettuale dalle morbide forme quale sono, mi sono buttata anima e corpo nella lettura. Ma non mi sono troppo allontanata dal tema. Da tempo in attesa di lettura, sul mio tavolino giaceva placido “Il Giro a sbafo”.
Di ciclismo si scrive tanto, tutto e di più, Guido Foddis, l’autore, ce ne parla in un modo assolutamente originale, da suiveur … dei catering!!!
Inventatosi la rivista culinaria Mangia Piano, si è autoproclamato inviato ed è partito per la folle impresa di seguire il Giro a costo zero.


Da Le premesse di un’impresa:
“…Ecco quindi che la presa in giro che mi accingo a compiere andrà in eredità agli affamati del domani, coloro che sono costretti a nutrirsi di cibo spazzatura poiché non dispongono di un reddito sufficiente a degustare qualche grammo di leccornia pagando cifre da country club. La mia impresa mostrerà al mondo le infinite risorse cui può attingere un perdente come me quando viene chiamato a sopravvivere. Attraverso questo Giro d’Italia in bolletta svelerò a tutti gli stomaci vuoti quanto cibo gratis si cela dietro le transenne della più importante corsa ciclistica nazionale. Lo faccio anche per tutti i peones come me che mi leggeranno nel tinello di una scalcinata casetta, costretti a stare a galla con uno stipendio che, tolto l’affitto, corrisponde grossomodo a quanto io intendo spendere durante l’intero mese della Corsa Rosa: 250 euro, vitto alloggio e spese di macchina!”…

Non è necessario aver “subito un abbandono” o essere malati di ciclismo per godersi questo libro, piacevolmente scritto come un vero diario di viaggio, con il tono scanzonato di uno che non si prende troppo sul serio…

I.E.

Per accompagnare la lettura:


(Paul Weller & Bradley Wiggins “That’s entertainment” Crisis gig – Hammersmith Apollo 19.12.2012) 

sabato 18 maggio 2013

Viaggio di un moderno pellegrino

Il sottotitolo di questo libro “Storie di viaggio da Milano a St Moritz” strideva un po’ con il titolo (Cuochi, Artisti, Visionari), forse per questo ha attirato immediatamente la mia attenzione, di solito poco colpita (o forse, in realtà, diffidente) delle “civette” editoriali. Non riuscivo a capire di cosa si trattasse: reportage di viaggio (non obbligatoriamente devono essere fatti rispetto a mete lontane e paradisiache) o piuttosto l’ennesima opera cultural-gastronomica scritta sull’onda del “mangiare bene è di moda”.
Niente di tutto questo, o meglio, più di tutto questo. L’autore viene inviato per una serie di réportages nelle zone di confine tra la Lombardia e la Svizzera: quelle “terre di mezzo” fra la Pianura Padana, la città e la grande civiltà della montagna, dei suoi abitanti e dei suoi prodotti. Un reportage gastronomico, iniziato “sotto il segno della gola”, alla ricerca di coloro che, nel terzo Millennio mantengono vive le tradizioni dei secoli passati (“…E la candela la sta mai ferma e la se moev cum’è la memoria, anca el raagn soe la balaustra ricama el quadru de la sua storia, la ragnatela di me pensee la ciapa tutt quel che riva scià ma tanti voolt la g’ha troppi bocc e l’è tuta de rammendà…”).
Un viaggio, che ben presto si trasforma in un moderno pellegrinaggio. Alle soste nei “crotasc” (in italiano, crotti, grotte originate da frane, quindi “attrezzate” di crepe e scanalature che permettono la circolazione dell’aria) antiche cantine ma anche luoghi destinati all’agape conviviale della domenica, ora per lo più chiusi o (nel migliore dei casi) trasformati in preziose trattorie per gustare la “chisciatola” (una sorta di crèpe, fatta con il grano saraceno) o i pizzoccheri di Chiavenna, piuttosto che la “slinzega” (striscia di carne essiccata); il nostro giornalista alterna incontri con antichi artigiani. Quali gli anziani cavatori di pietra. Di quella pietra ollare che troviamo oggi, bella, squadrata, quasi finta nei barbecues che troneggiano nei nostri giardini o sulle nostre terrazze. La stessa pietra che, scura, diventa rovente al sole. Quella “pioda” (in dialetto) sulla quale qualche antico spaccapietre aveva posato un pezzo di toma o di taleggio, inventando (inconsapevole chef) la svizzera raclette o la lombarda cucina alla pioda...
Un moderno pellegrinaggio fatto anche di esperienze e di ricordi di una terra fra laghi e montagna. La Grigna, il Resegone, il monte Badile: alpi prese d’assalto dai milanesi in libera uscita, da veri montanari e da scalatori della domenica. Le montagne di confine, quelle dei contrabbandieri (“ninna nanna, dorma fioeu che te sognet un sacch in spala per rampegà de dree al tò pà…….so questa vita che vivum de sfroos in questa nòcc che prégum de sfroos….”)
Quei rami del lago di Como, spazzati dalla Breva e dal Tivano (Breva e Tivann, Breeva e Tivann, i tirén e i molen e i te porten luntàn, varda de scià, varda de là, la spunda la ciàma ma la barca la va) . Su su fino all’Engandina, nei luoghi dove visse i suoi ultimi anni il pittore Segantini per cercare di vedere e filtrare con i propri occhi tutto quello che il pittore aveva ritratto nelle sue tele.
Cercare Segantini e scoprire Giacometti. Il primo che in Svizzere cercava la luce, il secondo, di quei luoghi nativo, che cercò l’ispirazione altrove…
Ecco, questo è “Cuochi, artisti, visionari”, di Paolo Paci.
So di aver proposto un triplo salto mortale ai non pratici di dialetti nordici con le citazioni (in originale) delle liriche di Davide van des Sfroos ma l’autentica genuinità delle persone e delle cose incontrate in questo libro hanno spesso richiamato alla mia mente le parole e i personaggi cantati e descritti dal cantautore lariano. Il sottofondo delle sue musiche (in particolare quelle dell’album Breva e Tivan) non è obbligatorio ma vivamente consigliato a chi volesse godere appieno dell’atmosfera che si respira in questo godibilissimo libro di 270 pagine.

I.E.


lunedì 6 maggio 2013

Un approdo tranquillo




Il sole, a picco sulle nostre teste, il frinire, incessante, delle cicale è ormai entrato nelle orecchie superato, per intensità, solo dal potente soffio del Mistral.
Camminiamo di buon passo per arrivare alla Courtade, la spiaggia più piccola, meno accessibile, lontana dal centro di Porquerolles, nostro buen retiro.
Nel dipartimento del Var, Porquerolles è la più grande, la più conosciuta, la più (ahimè) turistica delle isole di Hyères (les Iles d’Or). Tre isole (Porquerolles, Port Cros, le Levant) e una manciata di spuntoni rocciosi che solo i francesi, nella loro grandeur, riescono a definire isolotti. Siamo a poco meno di 500km da Milano, a 20 da Tolone circa 50 da Marsiglia.
Piazzeforti militari (ben visibili i resti dei forti) fin dal XVI secolo, nelle epoche successive videro passaggi di ogni tipo di soldati ed eserciti, fini alle navi degli alleati che, nel 1945 andavano a liberare la Provenza.
Storia un po’ diversa per le Levant, da covo di pirati, nel VI secolo, a penitenziario nel XIX°; oggi le Levant rimane la più incontaminata delle tre grandi isole, essendo divisa tra il controllo militare e il villaggio naturista di Héliopolis. Qui si accede solo se naturisti: questa forma di “discriminazione positiva” ha fatto si che le Levant conservasse una notevole integrità di fauna e flora, soprattutto nei fondali marini.
Proprietà private, fino alla prima metà del XX secolo, ora Port Cros e Porquerolles sono parchi nazionali, di proprietà statale. La protezione della natura (una splendida macchia mediterranea con presenza di vegetazione tipica di zone tropicali) è al primo posto delle priorità: non si può fumare (in giro per l’isola), assolutamente vietato il campeggio (sia libero, sia controllato, non ci sono camping) e non ci sono automobili: ci si sposta in mtb o a piedi. Si è collegati alla terraferma da un servizio di battelli che partono ogni ora dal Porto di Hyères o (molto più suggestivo) dalla Tour Fondue (il nome, appunto, dai resti del forte di avvistamento) punta quasi estrema della penisola di Hyères.
Dal porticciolo dell’isola ci appare il “centro” di Porquerolles. Un gruppo di case, dai colori e profumi di Provenza. La piazza del gioco delle bocce, comune nei paesini di questa zona, tanto quanto le varie piazze Mazzini o Garibaldi da noi. Una manciata di negozietti, un paio di ristorantini, il noleggiatore di bici e di barche.
E’ da suicidio vedere questo luogo dell’anima nel periodo della piena estate (luglio/agosto) quando i traghetti della TLV “vomitano” (mi sia concesso il termine un po’ pulp) turisti affamati di un posto spiaggia che si scapicollano verso la Plage d’Argent, la più vicina al porto. Plage d’Argent, per la sabbia grigia, che grazie al riflesso del sole, sembra appunto d’argento….inutile dire che, in piena estate sembra un mix fra le spiagge super affollate della riviera adriatica nostrana e la Costa Smeralda con i suoi yacht ormeggiati al largo…
Più lontana (circa 30 minuti, di buon passo) è la spiaggia di Notre Dame, la più grande dell’isola, con alle spalle una bella pineta di pini marittimi. Di fronte, ovunque, un mare dalle sfumature smeraldo e turchese, completa il panorama da “Laguna Blu”…
Posto, dicevo, che bisogna assolutamente evitare d’estate: in primavera o alla fine di settembre Porquerolles si presenterà ai nostri occhi come apparve a Simenon.
Il grande autore belga, completamente travolto dalla “porquerolite” che scriverà qui un buon numero di opere, ambientandoci anche tre romanzi e un racconto.
Sull’isola lo ricordano come “il puttaniere”, l’uomo delle nebbie belghe, qui era un gaudente pescatore, giocatore di carte o bocce nonché tombeur de femmes, che non si lasciava scappare occasione di prendere alloggio a Le Mas, oggi hotel di charme, all’epoca albergo-bordello…
Oltre a Le Mas esistono altri piccoli alberghi o super lussuosi hotel (con piazzola per fare atterrare il vostro elicottero privato, sapevatelo!!!). Fuori stagione è anche possibile trovare una camera privata, a prezzi non eccessivi.
Non è esattamente dietro l’angolo, questo posto, dove, come diceva Simenon “tutti pescano, tutti giocano, tutti sparlano, non tutti amano ma nessuno ha fretta, nessuno insegue un’affermazione, un obiettivo”; dove si può camminare, a volte inerpicandosi, alla ricerca (anche interiore) e alla scoperta di posti segreti, inattesi, intonsi, accompagnati solo dall’instancabile, eterno frinire…o dalla musica (da portare con sé) di Henry Salvador (personalmente consiglio Chambre avec vue).



I.E.


Soundtrack per accompagnare la lettura:


venerdì 3 maggio 2013

Il cuore a due ruote


Gioann Brera fu Carlo è stato e rimane, il più grande giornalista sportivo italiano; Fausto Coppi era “il Campionissimo”: cosa può nascere da un incontro di due numeri uno? Una storia di altri tempi, in bianco nero e seppia, di prepotenti ascese e di violente cadute; con la guerra a fare da sfondo; una favola bella ma senza lieto fine. Una “autobiografia impropria”, scritta da Brera raccogliendo le testimonianze dalla viva voce di Coppi.
Si parte da Castellania, il paesino in provincia di Alessandria dove il Campionissimo nacque nel settembre del 1919: le sue origini, la sua famiglia, sono gli elementi indispensabili per capire tante cose di quest’uomo, nato per stare in bicicletta, con quel torace enorme, fatto per ospitare un cuore e due polmoni fuori del comune.
L’origine contadina accomunava questi due straordinari, due “principi della zolla”, come diceva Brera, impareggiabile creatore di definizioni (onomatopeicamente splendido il suo “rombo di tuono”, coniato per Gigi Riva). Forse per questo motivo quel piemontese timido, dal profilo (e le fragili ossa) da airone decise di aprirsi e raccontare “al Gioann” la sua vita.
Diario di un ciclista, dei suoi esordi, delle gare, delle squadre, dei gregari, degli avversari ma anche e, soprattutto, direi, vita di un uomo che diventa il Campionissimo. Famoso, ricco, ma sempre fragile, insicuro, di quelle insicurezze di chi, in realtà, non si trova mai, veramente a suo agio. La sua voglia di riscatto (ma da che? Dall’essere nato contadino?!!) espressa nello sfoggio di opulenza fatta ai tempi della sua storia con Giulia Occhini (la tanto vituperata Dama Bianca); il suo essere avversario per tutti (Koblet, Bobet, van Loy e quanti altri) ma comunque, sempre invidiato; fino alla perenne contrapposizione a Bartali, l’uomo probo, il buon cattolico, monogamo, per bene.Coppi, nella sua semplicità, elegante, amante delle cose belle: avulso dallo stereotipo del ciclista un po’ sempliciotto che “sono contento che sono arivato uno, ringrasio il mio papa e la mia mama”, no, Coppi era uno che pedalava “per la micca e per il caviale”: era il Campionissimo, lui.
La lettura scorre come sulle strade di una Roubaix, tortuosa, sul pavé infangato dei contenuti ma sempre liscia e pulita come il legno di un velodromo per quanto concerne la scrittura e la narrazione. Si sta li, a bocca semi aperta, quando c’è una caduta, un infortunio e si sorride, ci si rilassa quando si arriva vincitori, a braccia alzate sul traguardo. Fino all’ultima volata, la più brutta, quella persa, con la malaria che ha vinto sul Campione, uccidendolo a quarant’anni.
Una storia, fondamentale per chi (come me) è “malato di ciclismo” ma anche per quelli che di questo sport conoscono solo gli echi di cronache brutte e scandalistiche, affinché si possa instillare in loro, il pensiero che il ciclismo, quello vero, è passione, sacrificio e fatica.

I.E.

lunedì 29 aprile 2013

Fumi, profumi e colori... (momenti a Marrakech)

Questa settimana partiamo con un novità: una nuova collaboratrice con un suo post nuovo di zecca. Lei è Irriverent Escapade e ha mandato una cartolina da Marrakech...


Abdullah, Abdu per gli amici, è un bell’uomo, dagli occhi fieri, elegantemente vestito di una candida tunica bianca. Non la porta tutti i giorni, anzi, solitamente veste all’occidentale, per lo più sponsorizzato da tour operators europei. Non sta mai fermo, Abdi, come lo chiamo io, quasi vezzeggiandolo. Quando cammina, passi lunghi e ben distesi, ha un non so che di marziale. Eccoci, siamo nella medina, al’ingresso del souk. “Che cosa volete vedere?” ci chiede il nostro accompagnatore. “Tutto Abdi, ogni cosa”. Abituato a richieste specifiche , rimane un po’ interdetto; forse sperava di cavarsela velocemente con noi. “Take it easy” gli dico io, oggi va così… Al seguito del nostro moderno condottiero ci addentriamo nelle strette e animatissime vie del souk, su e giù, passiamo attraverso la zona dei pellai, quella degli orafi dove una miriade di donne dalle vesti lunghe e dal capo coperto, si ferma davanti a queste vetrine che, i miei occhi, sinceramente, leggono cariche di paccottiglia. Abdi, captata al volo l’espressione della mia faccia, tira dritto e, non visto, tira pure un sospiro di sollievo. Non so dove posare il mio sguardo curioso ed incuriosito. Mi fermo ad osservare un fabbro che sta abilmente lavorando ad una cornice. Nel suo negozio ci sono anche molte lampade, in ferro e vetro. Belle. Questa starebbe bene sul mio tavolino da notte, penso…Voilà. Ecco che, velocissimo, il fabbro ha fiutato l’affare. Lascia immediatamente la cornice cui stava lavorando, si avvicina a me, biascica qualcosa in tedesco, “sono italiana” gli rispondo in francese (sorridendo tra me e me, pensando allo splendido Abatantuono di Marrakesh Express “Ponchià, je m’appelle Ponchià!!”) “Italia aah bella Italia…Italiano-Marocchino, una faccia, una razza!”, replica il nostro, additando il mio compagno. “Belli cose, belli cose, cosi vuoi tu, tu piaci lampada, regalo, prezzo regalo”. Inutile dire che, immediatamente, spara uno sproposito (per i prezzi locali), se sarà fortunato, dopo qualche minuto, i miei compagni cominceranno a scalpitare e io dovrò cedere ad un prezzo affare, solo per lui!!..Ma io non ho intenzione di mollare il colpo. Abdi si accende, rassegnato, la terza sigaretta consecutiva (ti fa male, smetti!), il mio compagno scuote il capo, ancor più rassegnato. La contrattazione comincia. Ben presto, intorno a noi, si raccoglie un gruppo di variegati personaggi, il popolo del souk. Un ragazzino (perché non è a scuola a quest’ora? Boh) con la maglia (taroccata, ca va sans dire) di Francesco Totti, si affianca a me, mi guarda con i suoi occhi scuri e vivacissimi, nel mio vorticoso mercanteggiare. E’ passata quasi mezz’ora, non posso cedere, è una questione di principio, ma nemmeno la mia controparte sembra voler lasciare, sta diventando una questione di principio anche per lui…ma alla fine cede, il mini show che sta interpretando con me, gli fa perdere altre vendite a vantaggio delle botteghe vicine.
“On y va, Abdi” dico soddisfatta e divertita. Imbraccio il mio primo trofeo, di questa strana (quanto incruenta) battuta di caccia, in questa splendida terra che è il Marocco, in questa magica città che è Marrakesh.
Quando, vittima di croniche turbolenze, l’aereo scende sulla città e l’occhio, immancabilmente viene rapito (e il passeggero distratto) dalle morbide curve che l’Atlante, visto dall’alto, disegna, ci si interroga sulla meta di arrivo. Il terreno, benché montuoso, appare dolce, le aride rocce hanno una parvenza meno sterile. Questo è solo l’inizio di una esperienza indimenticabile, un’altra appendice dell’inguaribile mal d’Africa.
Il Marocco è un Paese molto completo e Marrakesh altro non è che la sua immagine fatta a città. La più turistica delle Città Imperiali si presenta a noi con il suo abito più bello: la grande piazza Jemaa el Fna (letteralmente “la riunione dei trapassati”, luogo dove, un tempo, venivano eseguite le condanne a morte) al calar del sole. Tutto intorno si colora del caldo rosso del tramonto: cominciano ad accendersi i fuochi delle “cucine di piazza”, i venditori d’acqua, girano ancora più vorticosamente mentre si sciolgono piano piano i capannelli intorno ai farmacisti e ai dentisti ambulanti. Gli incantatori di serpenti e gli acrobatici saltimbanchi continuano il loro spettacolo per quei turisti che, timorosi di avventurarsi all’imbrunire nella sempre brulicante piazza, si sono, nel frattempo accomodati sulla terrazza del Café Glacier. E guardano, osservano, spettatori estranei ed immobili, la vita che scorre vorticosa sotto i loro piedi, in questa piazza sempre più rumorosa, sempre più colorata….salvo poi tornare alle loro borghesi realtà e raccontare di mirabolanti cose viste.
Il rassegnato e (ormai) rilassato Abdi ci guida attraverso le varie cucine. Sono incosciente e golosa: dimentico (volutamente) che le delicatessen che appaiono davanti ai miei occhi sono cucinate in ambiente poco igienico. Abdul assaggia e io, compiaciuta (malgrado il mio compagno mi redarguisca brandendo dell’enterogermina), lo imito. Non domando cosa sto mangiando, gusto e basta. Riconosco a tratti questa o quella spezia, mi lecco dalle dita, alternativamente, schizzi di piccantissima harissa o appiccicose lacrime di miele.
Ebbra di queste (per lo più) misteriose delizie mi faccio trasportare dall’entusiasmo. Vorrei tornare per un altro giro all’interno della medina. Categorico rifiuto da tutti i fronti. Smonto dal mio attacco di egoismo ed accetto di andare a sedermi e fare (per un po’) la normale turista. Perché no?! Evitiamo il Glacier e ci accomodiamo al Cafè de France. Fendendo letteralmente una bolgia umana, saliamo al primo piano, dove guadagniamo una buona postazione. Lo spettacolo della piazza che si apre sotto i miei occhi è quello di una grande onda colorata che si muove in un disordine affatto casuale, paradossalmente, ordinato. Cerco di togliere la messa a fuoco della mia vista e il tutto mi appare come un dipinto divisionista. Vorrei essere un artista e poter fermare i colori e le luci nel modo in cui i miei occhi (volutamente) sfocati li stanno vedendo. Ma purtroppo artista non sono.
Dal maggio 2001, l’Unesco ha proclamato questa piazza “Patrimonio orale dell’Umanità”. Non serve essere antropologi o sociologi per capirne le motivazioni. Basta lasciarsi guidare dai sensi, dall’istinto. Ascoltare, annusare, osservare con gli occhi del cuore ancor più che con quelli della ragione, senza aver troppa fretta. Si arriverà a penetrare veramente questa piazza, abbeverandosi della vita che da lei trabocca, così come fece un ormai vecchio (e cieco) Jose Luis Borges paragonandola alla musica delle dune del deserto.



Musica consigliata per la lettura:

Cheb Khalid - Wahran Wahran

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I.E.