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venerdì 9 agosto 2013

agosto agosto, blog mio non ti conosco...


...e invece noooo, vi sembra che noi ce ne partiamo armi e bagagli e vi lasciamo qui, soli e soletti, per andare a spaparanzarci sotto il sole di meravigliose spiagge solitarie o a prendere il fresco ai piedi di immacolati ghiacciai??
Beh in realtà si. Ovvero, magari non partiamo per lidi meravigliosi e super esclusivi ma ci prendiamo un po’ di (meritato) riposo. In fondo non vi lasciamo proprio soli: potrete scegliere quale film vedere pescando tra le recensioni del Ragazzo Cannibale, decidere quali letture vi accompagneranno sotto l’ombrellone dai consigli di Elle e de la Firma Cangiante o attingere alla fonte del fantasioso Robydick o dei racconti musicati di Bartolo Federico. Saranno deliziosi compagni di vacanza la saggia Vincenzina e le sue incursioni fra arte e realtà o il globetrotter Badit. Non dimenticate di mettere nel vostro ipod le canzoni di Diamond Dog, le compilation di Bartolo e, last but not least, di quei quattro disgraziati di (in rigoroso disordine ma partendo dai padroni di casa Radiopanesalame) Alediggei, Fradiggei, DannyRock ed IndieBrett. Qui ve lo chiediamo come favore personale, ascoltateli e, soprattutto votate la compilation che preferite: i ragazzi (beh, per un paio, si fa per dire…) si sono impegnati parecchio per scegliere la migliore colonna sonora dell’estate. E che il pacato spirito di Bradi Pitt sia con tutti voi e vi accompagni con la rilassatezza dovuta ai periodi di vacanza, ovunque essi siano trascorsi.
Noi riposeremo le stanche membra ma continueremo a pensare a come tenervi compagnia all’agorà de L’Orablù. Torneremo fra qualche giorno, con nuove iniziative e con il solito, esorbitante entusiasmo
Nel frattempo continuate a mandarci le vostre cartoline...

Prima di concludere vorremo ringraziare infinitamente Cristina (I.E.) per il suo prezioso supporto a questo blog, un abbraccio da tutti noi de L'Orablù!

Ultimissima cosa... in anteprima data e logo della nuova edizione di Senza Palco...



A presto!



domenica 30 giugno 2013

Pezzi di un uomo




Oggi è sabato e il tempo è incerto. Dalla mia finestra guardo il sole che sta scemando lentamente dietro la collinetta e sono quasi ubriaco. Il telefono continua a squillare ma me ne sto fermo su questa sedia a cercare di afferrare il significato delle cose che seguitano a sfuggirmi. Così, senza accorgermene, finisco per scolarmi la bottiglia di vino da due euro al litro. Desidero andarmene da qualche parte, è da tempo che voglio cambiare aria perché a stare fermi le cose peggiorano di giorno in giorno. Tengo le palpebre strette, il capo reclinato e intanto penso che non ho mai fatto realmente parte di questa società e che il distacco tra me e il mondo si fa sempre più grande. Ma è solo colpa mia se adesso non riesco più a tenere a bada l’inquietudine. Ho i capelli arruffati e la faccia tirata. Mi alzo e vado in cucina a bere un bicchiere di acqua minerale. Qualcuno suona alla porta di casa, lo mando affanculo, che non mi rompa i coglioni chiunque esso sia. Per il momento ho voglia di dormire e che mi lasci a sudare e imprecare mentre qui da solo impazzisco. Cull'uocchie astritte e chino e suonno te resta 'o munno 'mmano e po' l'haje suppurtà cull'uocchie astritte e 'o viento attuorno te vieste e nun saje cchiù che cosa haje raccuntà' E nun ce sta piacere nun ce sta piacere nemmeno a ghi a fà' 'nculo pe' 'na sera (Nun ce stà piacere - Pino Daniele).

“Deve fare il furbo per riuscire a farcela in questo mondo” mi ripete lo strizzacervelli della mutua. Per un attimo mi guardo allo specchio che sta sulla parete proprio di fronte a me. Il foulard di seta legato al collo è assai simile a quello che usavo quando avevo diciassette anni e di cui allora mi servivo per affrontare i miei primi giorni di pioggia. Ho ancora i capelli lunghi alla Jim Morrison, sono vestito di nero e porto scarpe a punta di camoscio, come quelle che aveva Bob Dylan in una foto scattatagli  durante gli anni sessanta. E mi sento spacciato. Con questa faccia da stupido che mi ritrovo dove vuoi che vada, penso. Forse ad inseguire la pazzia della notte per poi restarmene supino a guardare il soffitto mentre ascolto la pioggia cadere. Lo strizzacervelli mi scuote urlandomi sul viso: “Non c’è posto in questo mondo, se continua in questa maniera”. “Non c’è posto cerchi di capirlo per i sognatori, per chi si affaccia al balcone solo per sentire l’aria del mattino sulla pelle o il tepore del sole. Non c’è posto per chi vuole perdersi dentro un giorno senza tempo. Lei deve pensare a produrre e consumare, lo capisce questo, vero? Non c’è posto per un confuso come lei. Deve prendere posizione avere un leader politico, dibattere cosa è giusto o sbagliato. Anche se poi resta tutto uguale non importa. Deve pensare a migliorare la sua posizione sociale, farsi un abbonamento ad una tele e guardare le partite di calcio. Iscriversi a facebook, cinguettare, farsi una cultura. Leggere gli articoli preziosi e saggi di Severgnini, Aldo Grasso, Ezio Mauro, Concita De Gregorio, Massimo Franco, e Eugenio Scalfari. In estate andare in vacanza con gli amici in barca a vela. Non può continuare a starsene in silenzio e pensare che un goccio di vino rosso, per di più scadente, o una canzone, una frase, uno sguardo, un libro di Bukowski, una carezza, banalità del genere possano cambiarle l’umore e renderla felice. Si faccia coraggio, mister Tristezza, una volta per tutte e accetti la realtà prima di diventare totalmente pazzo”, mi chiosò il dottore. Giuro che non eri una mia ambizione. Avevo in mente come stemperarmi. Camminai verso il bar e ordinai. Poi presi fuori il ghiaccio, sedetti al sole caldo. Guardai intorno a questa terra nuova. E dopo, oh Cool Blue Long Dark, mi hai rubato il cuore. (Cool Blue Stole My Heart-Joan Armatrading).  

Esco dall’ambulatorio con l’inventario delle mie disgrazie, e decido di andarmene a zonzo per la città. Arrivato nei pressi del porto, un gran via vai di militari mi mette in allarme e, siccome sono assai allergico alle divise, nella confusione che si è creata tento di cambiare rotta ma, dopo un occhiata un po’ più attenta, capisco che non ho nulla da temere, che è solo una parata militare in memoria di non so che cosa. Ascolto la fanfara suonare l’inno nazionale, poi mi accendo una sigaretta e sputacchio di lato. Ci sarà sempre la guerra e ci sarà sempre gente pronta a scannarsi. E in quell’istante prendo nota che ho perso l’ultimo scampolo di fiducia, l’ho cacciata da qualche parte ma non ricordo più neanche dove. Forse l’ho spinta in fondo al corpo insieme alla speranza e l’ho mandata giù talmente in profondità che è finita nell’intestino insieme alla merda. “Non scoppierà mai la rivoluzione”, me lo disse il vecchio Charlie, ma io allora non gli credetti. La gente non è disposta a cambiare se stessa. La prima cosa che farebbe durante i tumulti si accapiglierebbe per rubare un televisore, la stessa feccia che li ha avvelenati. Sono un cane solitario, e su questo non ci piove. Uno che preferisce fare tutto da solo, anche ubriacarsi. Sulla strada di casa, da Angelo, il bottegaio che vende il vino sfuso, ne prendo a credito cinque litri e adesso, e solo adesso, nel brusio del mio cervello si apre un varco. Mostra qualche emozione. Metti un’espressione nei tuoi occhi. Accenditi se sei felice. Ma se ti senti male, fai scivolare via queste lacrime. Suvvia, prova ad imparare a sanguinare. Quando prendi una brutta caduta. Accenditi se tutto va bene. Ma se va male, lascia che queste lacrime scivolino via (Show some emotion  - Joan Armatrading).

Sly Stone, prima di diventare un divo del rock, lavorava per una stazione radiofonica da dove trasmetteva ogni genere di musica. Da Dylan a Hendrix e James Brown. Questo gli permise di abbattere qualsiasi barriera e di non fissarsi solo con un genere musicale, cosa che generalmente i musicisti fanno. Nel 1969 sale sul palco di Woodstock insieme ai Family Stone e davanti a quell’ immensa platea si esibisce con il set esaltante di I want to take you higher e Dance to the music. Sly Stewart è un tipo difficile, ha seri problemi con la droga (ma chi non li ha in questo mondo!), è stato in carcere ed è pazzo quanto basta. Sul palco è un istrione animalesco e alle volte capita anche che è troppo “fatto” per suonare decentemente. La sua è una sintesi anarchica di musica soul, psichedelica, gospel, i cui intrufola anche della musica latina e della fusion ante litteram. Nel 1971 pubblica There’s A Riot Goin’On, un album di rottura, dove rock, acido e soul la fanno da padroni. Con puro radicalismo e militanza politica si schiera dalla parte dei sopraffatti, ed è strano che accada, ma alle volte succede che raggiunge le vette delle classifiche di vendita. Ha testi duri, questo disco, che parlano di rivolta, della ribellione dei ghetti, della lotta per l’integrazione razziale, del potere nero e del separatismo. ”La mia sola arma è la penna. E mi sento capace di usarla. Sono uno scrittore, un poeta. Le cose che fotografo ogni giorno, le faccio ritrovare in ciò che dico (The Skin I’m In).  Ma tocca anche i temi della disgregazione familiare in Family Affair. Sly, dopo l’uccisione di Martin Luther King, diventa portavoce del suo popolo ed è con questo disco e queste canzoni che lancia un duro attacco all’ordine mondiale dei bianchi. Tutte cose che il pallido, pallidissimo, signor Obama, si sognerebbe di pronunciare anche in una conversazione privata.

Nel corso della notte mi sono svegliato più volte con l’angoscia che mi attanagliava il cuore. E alla fine ho deciso di non dormire più, tanto i miei incubi avrebbero continuato a perseguitarmi e non me lo avrebbero permesso neppure se avessi voluto. Come chiunque, ho sempre fatto molti errori ma non ho mai cercato scuse o trucchi per difendermi. Forse non ho mai spiegato fino in fondo cosa mi accade dentro, ma è sempre stato troppo faticoso. Così, mi sono sequestrato da solo e sono rimasto in silenzio. Non ho rimpianti per questo, perché dovrei averli adesso che sono come una vecchia abat-jour posata sul comodino ad illuminare i ricordi. Adesso che intorno a me vedo solo i pezzi di un uomo sparpagliati per la stanza. La rivoluzione vi metterà al posto di guida. La rivoluzione non la daranno alla televisione, non la daranno alla televisione. Non la daranno alla televisione, non la daranno alla televisione. La rivoluzione non sarà una replica, fratelli. La rivoluzione sarà in diretta (The Revolution Will Not Be Televised - Gil Scott Heron). Mi sento davvero stanco in questo periodo, sarà che la primavera mi tiene l’umore basso. O, invece, è il fatto che più invecchi più capisci come vanno certe cose e  allora o t’incazzi, oppure ti ubriachi. Io ho scelto di ubriacarmi, anche se sotto la mia crosta il sangue ribolle. Sono circondato da disonesti, bidonari, gente che tesse la tela stando ben attenta che non si apra nessun buco. Tutto è già segnato scrupolosamente per i loro leccaculi, persone abituate all’ingrasso. E tutto se ne va alla deriva. Il mondo è buio e silenzioso. Sono fermo sul baratro quando dal brusio di una radio mi arriva una melodia che ho sepolto sotto cumuli di macerie. Lei mi manda lettere d’amore blu fin dalla lontana Filadelfia per ricordare l’anniversario di qualcuno che io non sono più e mi fanno sentire come se ci fosse una taglia per il mio arresto. Mi sono rivisto com’ero anni fa. Adesso sono sempre in fuga e mi sposto in continuazione. Ecco perché ho cambiato nome. E non pensavo mi avresti mai trovato qui (Blue Valentine - Tom Waits).

Nel Bronx un gruppo di ragazzi sta in mezzo alla strada. Hanno l’aria aggressiva. Un uomo nero vestito di nero porta un cappellino di lana e occhiali a specchio. Sta  attraversando con passo veloce il marciapiede. I cugini Bramante lo osservano, seduti su una decapottabile bianca, toccandosi il  cazzo e passandosi uno spinello che è lungo come una tromba. L’uomo nero è un sobillatore, poeta, musicista,  scrittore. Un genio. Uno che non ha mai alzato la bandiera dei vincitori. Chiude gli occhi per un istante. E’ un circo d’anime questa strada. Il jazz è John Coltrane. Il blues e a Jackson, Tennessee. Occhi che tornano a guardare. La poesia è Gil Scott Heron. Un pallido sorriso è lo spettro di un sorriso. Reflection è del 1981 e chi non lo hai mai ascoltato può solo farsene una colpa. C’è polvere e sangue, odio e amore. C’è la rivoluzione, i ghetti pieni di droga, i diritti civili e l’angoscia, quell’angoscia di non farcela. La vita scorre e pulsa, anche dove si spengono i lampioni e non passa più nessuno. E’ come una cicatrice profonda sulla pelle del popolo americano, questa voce. Mattino come principio di un nuovo giorno con tutta la sua luminosa promessa splende prima pallido poi brilla sullo Zimbabwe su El Salvador sulla Namibia sulla Polonia ovunque un uomo osa protestare per un cambiamento. Siamo nati alla mezzanotte del periodo più scuro  ma sicuramente il primo minuto di un nuovo giorno offre… nuova forza (Morning Thoughts - Gil Scott Heron). 

Cammino su e giù per la stanza e tutto mi sembra una fregatura. In cosa si sono trasformati i miei sogni non lo so più. Certo ci sono un sacco di persone sbronze come me a quest’ora della sera. Da dove comincio allora? Forse da quel libro che devo scrivere. Mi riempio il bicchiere mentre una fredda tristezza mi attraversa il cuore. L’ho imparato su me stesso che quando si cammina dal lato infernale non si torna più indietro. È una notte molto buia e sento le sirene nella strada. Credo che lascerò dondolando questa città. Come sogni mezzi dimenticati, come una pietruzza nella scarpa. Mentre cammino per queste strade e il fantasma del tuo ricordo e una spina dentro un bacio e il ladro che spezza il gambo di una rosa (Blue Valentine - Tom Waits).





sabato 22 giugno 2013

Il grido del cuculo





Il cielo sulla sua testa si era fatto rossiccio e quella stella sperduta gli parve un fermaglio per capelli. La notte era calata ruvida come una ballata rock di Frankie Miller. Non c’era più niente in questo fottuto mondo che gli importasse, disse pensieroso fissando la strada buia e rigirandosi tra le mani la bottiglia vuota. Un vento umido proveniente dal mare saettò sul suo viso. Era caduto ancora una volta, ma non era una novità neanche questa per uno precipitato in terra ancora prima che nascesse. Spinse il tasto del play che stranamente schioccò come un bacio sulla guancia e la canzone ripartì.Melinda era mia fin al momento che la trovai stretta a Jim mentre lo amava. Poi arrivò Sue mi amava intensamente questo è quello che ho pensato. Io e Sue. Ma anche questo finì. Non so cosa farò. Ma fino a che non troverò la ragazza che vuole rimanere e non giocherà alle mie spalle. Sarò quello sono. Un uomo solitario. Un Uomo solitario (Neil Diamond - Solitary Man).
Hai voglia a spingerli da qualche parte, a seppellirli nell’immondizia o sotto fiumi di alcool, i ricordi tornano sempre, specie quelli più dolorosi. La strada silenziosa era gialla di luna. Strinse per un attimo gli occhi che gli bruciavano maledettamente e congiunse le mani a mo’ di preghiera. Nel palazzo di fronte si accese la luce di un bagno. Si sbottonò la camicia bianca intrisa di sudore e una smorfia gli irrigidì il volto. Il pallore del suo viso celava una rabbia mortale. Era sbucata all’improvviso quella donna, alta, bella, con uno charme tale da mandarlo in tilt come non gli era capitato mai in vita sua. Forse era un fantasma sbucato da chissà dove e a cui lui non doveva dire nulla. Adesso, però, seduto nell’abitacolo, sembrava che portasse tutto il peso del mondo sulle sue spalle e,  a guardarlo negli occhi, faceva davvero spavento. Con quell’aria da animale ferito sembrava una ballata aspra dei Thin White Rope E qualcuno al telefono seppe le cose che io avevo sempre conosciuto Colonne sonore canticchiate ai sogni che avevo dimenticato Ho amato il telefono, parlato col segnale di linea Mentre la gente sui marciapiedi fuggiva da me (Diesel Man –Thin White Rope). 
L’orologio a cucù sulla parete dell’ingresso misurava inesorabile il passare delle ore. Si racconta che il canto del cuculo è profetico, capace d’indicare la buona e la cattiva sorte. Poco prima che quell’uomo arrivasse, sua madre era solita chiuderlo a chiave nella viscere buie della sua stanza e solo dopo che il cuculo cantava tre volte gli riapriva la porta. Aveva otto anni, e questo succedeva ogni qual volta suo padre si allontanava per lavoro. Un commesso viaggiatore, suo papà, che ogni quindici giorni faceva il giro dei suoi clienti fuori città assentandosi anche tutta la settimana. Aveva memorizzato le gesta di sua madre e sapeva che quel giochino, così lei lo chiamava, stava per iniziare. Poco prima che quell’uomo arrivasse si sistemava i capelli, si profumava il collo e indossava sotto la vestaglia una sottanina nera di seta. Poi accendeva il giradischi e ascoltava quella canzone. Sempre la stessa: Mi ricordo quando noi eravamo due bambini e puntavamo le pistole dai cavalli a dondolo. Bang bang. Io sparo a te. bang bang. Tu spari a me. bang bang. E vincerà bang bang. Chi al cuore colpirà (Bang Bang - Dalida).  
Lo chiamava “Bang Bang”, era così che lo chiamava da sempre sua mamma. Avvicinandosi al suo viso, glielo raccomandava che quello era un segreto fra di loro e che doveva restare tale per sempre. “Ricordalo, Bang Bang, ricordalo”, gli ripeteva, “non dirlo mai a nessuno”. Lui, così piccolo, non capiva e si limitava ad annuire stringendosi forte alle sue gambe. Quando era chiuso nella stanza per non sentire i gemiti aveva imparato a svuotare la mente, a non pensare a nulla. Restava immobile seduto sulla poltroncina, inebetito chiudeva gli occhi e vedeva tutto nero. Ed era come se morisse. Solo il canto del cuculo lo scuoteva. Ma era un fremito che durava un attimo. 
Nella penombra dell’abitacolo si guardò le mani ingiallite dalla nicotina e quelle dita diventate tozze da sembrare gonfie. Erano mani possenti, le sue, mani che avrebbero potuto uccidere. Tali e quali a quelle di suo padre. Tre uomini in abiti eleganti con cravattino e scarpe lucide lo distolsero dai pensieri. Parlottando tra loro gli passarono accanto, e gettandogli un occhiata svogliata scomparvero nella notte. Aveva come l’impressione che dovesse stare sempre in castigo tanto che non ci capiva più nulla delle cose del mondo. Troppo dure le batoste che aveva ricevuto. Ma giù nei vicoli, se abbassi la guardia, ti fanno fuori in un baleno. E i teneri di cuore hanno vita breve. Accese una sigaretta, anche se si sentiva la gola grattare, e tirò una lunga boccata bruciando il filtro che divenne molle. Abbassò il finestrino e una folata di vento lo fece rabbrividire. Come una canzone dei Beasts Of BourbonRidestato nella stanza di Johnny, Mama era proprio lì accanto al suo letto e le mie mani intorno alla sua gola, desiderando che entrambi fossimo morti. Pensi che sia pazzo, Mama, e tu? Ho appena ucciso il cagnolino di Johnny. Pensi che sia fuori di testa, e tu, Mama? Faresti meglio a farmi rinchiudere (Psycho - Beasts Of Bourbon).
Con le dita si trastullò per un po’ sul volante. Poi si ricordò di prendere la pillola per i nervi che teneva nel taschino della giacca. Tirò fuori l’astuccio, ne staccò una e la inghiottì. La luce dei fari di una macchina che transitava in senso opposto illuminò per un attimo il marciapiede. Qualche isolato più avanti, sepolto nel buio riconobbe un uomo. La sua faccia era  indubbiamente smorta, ma sinistra. Però su di lui non sortì alcun effetto. Mise il nastro di Otis Redding e Hard To Handlepopolò le ombre. Era chiaro che non gli faceva bene rimuginare nel passato, ma quello torna sempre quando meno te lo aspetti ringhiandoti nell’anima. Certo, aveva fatto di tutto per dimenticare, ma alle volte dimenticare è quasi impossibile.Ho lasciato la mia casa in Georgia. Diretto verso la baia di Frisco. Perché non avevo niente per cui vivere. E sembra che niente incrocerà la mia strada (Sittin’On The Dock Of The Bay - Otis Reeding).
Il cuculo aveva cantato tre volte e poi altre due. Le aveva contate con le dita della manina, tenendola aperta sulle ginocchia. Come pietrificato, se ne restava seduto immobile aspettando che sua madre lo facesse uscire. Dopo il primocucù aveva udito dei passi nel corridoio ma era tornato subito con la mente nel vuoto, non immaginando nessuna cosa. O forse fingendo a se stesso. Finalmente la porta della stanza si schiuse. Con la coda dell’occhio vide entrare due poliziotti in divisa che si avvicinavano delicatamente. Uno di loro lo prese in braccio e si accorse che si era bagnato. Bisbigliandogli di stare tranquillo, con la sua grossa mano gli coprì il viso mentre lo portava fuori dalla stanza. Ma l’odore pungente della morte è inconfondibile, lo senti anche se sei un bambino e lo avverti perché ti penetra nelle narici quasi fino a sfondartele. Velocemente l’agente percorse il corridoio, ma lui gli spostò la mano e vide il corpo di sua madre nuda riverso in terra. C’era sangue, sangue sui muri, sul pavimento, sui quadri, sulle maniglie. Persino sull’orologio a muro. C’era sangue dappertutto. Vide anche quell’uomo accasciato sulla porta della stanza da letto con un profondo taglio nel petto. L’agente lo caricò alla svelta dentro un auto cercando di tenergli con molto garbo la testa bassa, ma bang bang, sempre con un gesto fulmineo si divincolò e dietro la siepe incrociò lo sguardo di suo padre. Lo scorse lì, fermo, ammanettato, con gli occhi stralunati e le sue grandi mani tinte di rosso. E fu quella l’ultima volta. Non c’è solo odio nel mondo. Non ci sono solo buchi nel cielo. C’è solo un destino che non puoi rinnegare. Due amanti aspettano di morire. Joe si è ammalato in guerra, tra le vene e la mente. Sammy si è ammalato a causa di tutte le bugie. Due amanti aspettano di morire…C’è solo una lacrima che continua a volar via…(Two lovers Waitin’ To Die - Green On Red)
Anche se Bang Bang riusciva a svuotarsi la testa, quelle urla disumane non potevano essere ignorate. Suo padre li aveva uccisi con una crudeltà inaudita.  Durante quei momenti aveva azionato i meccanismi che ci portano a rinchiuderci nella nostra linea di difesa. Come una pietra scagliata in uno stagno forma dei cerchi che man mano si dilatano e si estendono per poi scomparire nell’infinito. Bang bang era scomparso da quel luogo e si era messo a volare nello spazio tra le nuvole. Ma quella puzza di morte, lui, la sentì sempre incollata addosso. Pure adesso la percepiva mentre sbucavano fuori dalle ombre anche i più piccoli dettagli. Quando fu tutto finito suo papà aveva azionato il giradischi e messo quella canzone. Sempre quella. Sempre la stessa. Ora non mi ami più Ed ho sentito un colpo al cuore Quando mi hai detto che Non vuoi stare più con me Bang bang  E resto qui Bang bang A piangere Bang bang hai vinto tu Bang bang Il cuore non l'ho più. (Bang Bang -Dalida).  
Non era più tempo d’ ingannare nessuno, neppure se stesso. Lei aveva un bel viso liscio che assomigliava a Emmylou Harris. Indossava una giacca di pelle nera striminzita e una camicetta bianca di raso sopra un jeans attillato. Quando arrivò sorridendo e salì in macchina, si strinse contro di lui. Quel calore che lei emanava lo aveva scosso fino dentro le ossa e sentirsi vivo, per uno che aveva le carte del destino nate male, era una sensazione indescrivibile. Guardando la strada mentre calava la notte, aveva parlato e ancora parlato, fino a spurgarsi l'anima. Poi si era librato nel cielo, ma questa volta lo aveva fatto un attimo prima che non riuscisse più a piangere. Quando riaprì gli occhi lei lo stava guardando e sfiorandolo con un bacio si accorse che c’era ancora una certa tensione in lui. “Adesso puoi levarti quella faccia da lupo”, gli sussurrò con dolcezza accarezzandogli i capelli. Lui avviò il motore, inserì un nastro e fece partire Burn, una canzone dei Dream Syndicate. Il cielo era scintillante di un blu intenso. Lei si girò nuovamente verso di lui e, affondando lo sguardo nei suoi occhi, si accorse che per la prima volta gli sorridevano Ma puoi sentirlo nel cuore. Sentirlo nell’anima. Sentirlo andare intorno finché non perdi il controllo. Sono solo poche cose che non possono essere raccontate. Non lo senti bruciare? (Burn - Dream Syndicate).





domenica 2 giugno 2013

Dove cadono le lacrime


Secchiate di malinconia gli caddero addosso. Rivide lei, colma di odio e con il diavolo nel cuore strepitargli che era un coglione, un bastardo, una merda rinsecchita. Fermo sotto un cartello stradale con quella faccia da tenebre e nebbia che si ritrovava, fece una risata rauca.  Le aveva replicato questo è ciò che mi hanno fatto diventare, bambina, non averne a male. E glielo disse con una voce metallica, puntando dritto dentro i suoi occhi freddi. Poi, lentamente, girò lo sguardo intorno e con garbo si  aggiustò il cappello. E si sentì andare in pezzi. Si avviò arrancando lungo la strada fosca. Dal taschino della giacca prese il pacchetto nuovo di sigarette e scartandolo si rese conto di avere il cervello come appannato da cumuli di polvere. Le lacrime gli sfondarono le palpebre e attese che il suo cuore si calmasse. La pioggia continuava a cadere diritto sulla sua testa, incurante di tutto. Come la sorte. Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c'è il posto dove vaidove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa,lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiantedove cadono le lacrime. (Where Teardrops Fall - Bob Dylan)

Where the Teardrops Fall by Bob Dylan on Grooveshark

Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine. Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati,le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e' spezzato. (Everthing Is Broken-Bob Dylan). 

Everthing Is Broken by Bob Dylan on Grooveshark

Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro. Ma fin quando gli era stato possibile aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla, e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti. Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramontofra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare(Where Teardrops Fall - Bob Dylan) 
Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra. Ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. E sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si  bruciasse tra le dita. Da un balcone aperto  il crepitio di una radio lo scosse. Viviamo in un mondo politico la saggezza e' sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull'asse la vita e' negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World - Bob Dylan).

Political World by Bob Dylan on Grooveshark

Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta. C'era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell'ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C'è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco?Che cos'era che volevi? E' qui nella mia mano? (What Was It You Wanted - Bob Dylan). 

What Was It You Wanted by Bob Dylan on Grooveshark

Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane, quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena era uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina,  obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli.  Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio. Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidarequando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non e' facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all'uomo dal lungo cappotto nero. (Man In The Long Black Coat - Bob Dylan)

Man in the Long Black Coat by Bob Dylan on Grooveshark


Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi. Ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi Gravity Talks dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas, il Roy Bittan dei poveri e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato. A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. ed io dov'ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo? (What Good Am I? – Bob Dylan)

What Good Am I? by Bob Dylan on Grooveshark


Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll  sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto. Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo (Knockin’On Heaven’s Door-Bob Dylan). Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero. Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l'innocenza muore. (Ring Them  Bells - Bob Dylan)

Ring Them Bells by Bob Dylan on Grooveshark


Il telefono squillò per terra, nell’ombra ,una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola.Con le labbra incollate alla cornetta disse: Si!... Ciao, sono Wilma. Buon Natale.  Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l'abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. (Shooting Star - Bob Dylan)

Shooting Star by Bob Dylan on Grooveshark

Bartolo Federico

domenica 26 maggio 2013

Innocenti nell'oscurità



Caracollando guardò la sua ombra sul marciapiede spostando il collo in avanti. I ragazzi avevano fatto il pieno, tirato a lucido la macchina e messo a punto il motore che rombava una bellezza. Lo guardarono aspettando che salisse. Quella sera si sentiva cosi triste che riusciva a vedere la sua disperazione specchiarsi sotto le luci delle insegne al neon. Con la sua voce rotta e gioiosa Rosa Maria disse: - Andiamo via da qui Bruno, andiamo via, in fondo è tutto quello che desideriamo -. E urlò forte in mezzo alla strada che puzzava di marcio. La guardò mentre scendeva dall’auto con i suoi stivali decorati e la giacca di jeans. Lei rifiutava le fatalità, la rassegnazione era sempre stata la più determinata di tutti loro. 
Quando era poco più di una bambina stava quasi per uccidere il patrigno che aveva tentato di violentarla. Nel sonno gli piantò il collo spezzato di una bottiglia in mezzo al petto. Quell’uomo si salvò perché la forza con cui lo colpi non fu tale da arrivare al cuore. Rosa crebbe pigiando tutto dentro, centrifugando ogni cosa. Il gelo, la paura, la morte, non segnarono mai la sua anima. Tanto che appariva sempre sicura di sé da sembrare invulnerabile. Molti  nel quartiere  confondevano quella voglia di vivere per pazzia, ma lei era tutt’altro che pazza.
- Coraggio ragazzi! – continuò, - Torneremo con il bottino e daremo un senso alle nostre vite, balleremo come spiriti della notte, tutta la notte -. E lo baciò come solo un angelo solitario sa fare. La città era un imbuto, il quartiere un deserto, mentre l’oscurità avanzava e i loro cuori battevano come pistoni. Romeo in piedi sul lato sinistro della strada guardò Bruno. Anche lui aveva raccattato tutto il coraggio che aveva per essere lì quella sera, ma notò delle ombre sul suo viso  che erano le sue stesse ombre.
La luce della vetrina era una stella cadente. Rosa Maria aprì il cofano della macchina, le pistole erano pronte per essere usate. Cadendo nel buio chi si era preso la loro parte migliore? Bruno se lo chiese sapendo che lei non era riuscita a convincerlo. Lei era nata per essere una regina, ma lui non voleva essere un suo martire e lo aveva scoperto casualmente quella mattina.
Alzandosi si sforzò per uscire dal letto. Mentre andava in cucina senti il brusio dei ragazzini del quartiere che giocavano per strada. Si trascinò fino al fornello preparandosi una tazza di caffè.  Accese la radio e  fu investito in pieno da un tizio che con una voce disperata cantava una canzone che lo tramortì all’istante. Quel tizio stava parlando di lui, di Romeo, di Rosa, di Liborio. Si sedette sulla sedia e guardò fuori dalla finestra, ascoltando quelle parole che gli si attaccarono addosso come un tatuaggio sulla pelle:
”Spanish Johnny arrivò ieri notte dai bassifondi con lividi sulle braccia e un’andatura traballante in una Buick tutta ammaccata ma vestito che era uno schianto. Provò a vendere il suo cuore alle dure ragazze di Easy Street ma loro gli dissero “Johnny, il tuo è così facilone e tu lo sai che i cuori oggi sono a buon mercato” e i protettori ruotando i loro bastoni dissero“Johnny sei un imbroglione”, allora i protettori ruotando i propri bastoni dissero “Johnny sei un bugiardo”, e dalla penombra giunse la voce di una ragazzina che disse ”Johnny non piangere” (Incident on 57 Street, Bruce Springsteen).
Dapprima restò stordito, annichilito  su quella sedia, mentre il caffè si gettava di fuori e la moka prendeva fuoco. Il cuore gli si spappolò in mille pezzettini e una lacrima solitaria scese lentamente lungo il viso. Poi il pianto divenne sommesso, lungo, infinito, liberatorio. Quella canzone fu un vero dono di Dio. Per la prima volta in vita sua non si sentì più un relitto, la strada si era ad un tratto illuminata, capì cosa poteva fare e quel dolore sordo che gli stringeva il petto scomparve. Uscì in fretta e furia e andò in città, comprò quel disco di cui si era appuntato frettolosamente il nome ed il titolo e stette tutto il giorno ad ascoltare quelle canzoni che adesso davano un senso alla sua vita.
Rosa Maria si accorse che c’era qualcosa che non andava. Si avvicinò a Bruno cercando di abbracciarlo. Lui fece un passo indietro per non sentire quel calore che lei riusciva a trasmettergli e che lo inebriava, ma nello stesso tempo ebbe paura che lei si accorgesse di quel segreto che celava in fondo, nel buio del suo cuore. Allora davvero avrebbe perso tutto.- Non vengo, Rosa- disse, - Non è la mia vita questa, voglio ricominciare, ma in un altro modo, senza inganni, senza bugie. Ti amo e ti amerò per sempre, ma adesso è tempo che io vada, lo devo a me stesso e alla mia famiglia che mi ha tirato su con fatica. Voglio trovare un posto e ricominciare tutto da capo, in modo pulito, non voglio finire ammazzato o in galera, pretendo una possibilità come per tutti gli altri. Sguscerò nell’oscurità e non mi volterò mai indietro finché sarò sparito ed andrò avanti, avanti da solo e c’è la farò. Puoi contarci -.
La strada si ammutolì  le ombre danzarono al chiaro di luna. Avrebbe bevuto volentieri un sorso d’alcool mentre restava da solo in mezzo alla strada dove non c’era più nulla che gli somigliasse un po’. Poi sentì il clacson della macchina si girò, vide Romeo che, seduto dalla parte del passeggero, gli faceva segno di salire. Bruno corse verso l’auto ed era come se corresse verso la vita, l’unica vera amante di tutti noi.

domenica 19 maggio 2013

Il mio nome è Billy Austin



Mentre mi radono i capelli osservo il mio volto stanco e tirato, sono stati giorni duri questi per me. Ho ingoiato sangue e odio e tutti mi guardano come fossi merda secca. Ma sono un uomo, un semplice uomo, che ha cercato riparo mentre imperversava la tempesta. Sono cresciuto in Oklahoma ma sarei potuto nascere in qualsiasi altra parte del mondo. Quando ero piccolo, rannicchiato nel mio letto, mia madre mi accarezzava i capelli e pregavamo il Grande Spirito. Poi spegneva la luce e mi dava il bacio della buonanotte e non chiudeva mai la porta della mia stanzetta, perché sapeva che avevo paura del buio. Crescendo, sentivo tante cose nel mio cuore. Per questo in un diario segreto scrivevo tutto quello che mi passava per la mente. Me lo ricordo ancora, quel quaderno era a quadretti piccoli con la copertina verde ed è stato il mio migliore amico per tanto tempo. Non mi ha mai tradito. L’ultima volta scrissi che da grande volevo andare dove splende il sole, anche se è la pioggia che fa crescere i fiori.
Quando conobbi Esmeralda fu subito amore. Lei era tutto per me ed io ero tutto per lei. Facemmo l’amore per la prima volta nel granaio in mezzo alle galline. Nessuno dei due sapeva che fare. Provammo vergogna come due bambini, ma ci arrangiammo e fu bellissimo. Avevo sedici anni è il mondo mi rideva, portavo collane e bracciali, avevo i capelli lunghi e scrivevo canzoni. Mio zio Tom, il mio vecchio zio, mi aveva regalato una chitarra Stella che un marines gli aveva venduto quando dovette partire per il Vietnam. Ora quell’uomo è tornato, non suona più la chitarra e abita sulla collina dove coltiva marijuana. Lo zio mi insegnò a suonare le canzoni di Hank Williams, il rock’n’roll e il blues di Mississippi John Hurt. Ma a me piaceva cantare le canzoni che scrivevo, anche se erano storte e sgangherate come diceva lui. Ogni tanto i miei mi permettevano di esibirmi davanti a loro nel cortile di casa. C’erano ancora i miei nonni, si beveva birra e mangiavamo lo stufato di montone. Bei tempi quelli, si proprio bei tempi.
L’amavo la mia Esmeralda, l’amavo con tutto me stesso. Tutti i giorni mi alzavo e andavo a lavorare in un officina meccanica. Avevo le unghie nere e puzzavo di benzina, ma mi piaceva aggiustare le moto, era il mio regno ed ero felice. Il capo mi trattava con dignità e anche i clienti avevano imparato a rispettare un indiano Cherokee. Il sabato, quando il buio calava sulla città, ce ne andavamo in giro abbracciati, lei si metteva il vestito rosso e si agghindava i capelli. Le luci al neon illuminavano i nostri sogni, ero un vero romantico con la mia ragazza di campagna. Le tenevo la mano e le compravo sempre una rosa rossa da Willy il fioraio che aveva i fiori più belli dell’Oklahoma. Non le promisi mai nulla perché le promesse di un uomo sono le menzogne di un altro. Avevo tutto scritto negli occhi. Ringrazio sempre la buona stella che mi ha dato lei. Ecco guarda ho le sue iniziali tatuate sul braccio.
Ero solo un ragazzo, un ragazzo normale che voleva vivere la sua vita. Volevo costruirmi una famiglia come mio papà aveva fatto con la mia mamma. Non mi interessava diventare ricco, ma avrei fatto del mio meglio per renderla felice, prendendomi cura di lei e dei nostri bambini. Quando ci sposammo ci recammo in macchina in Nebraska a trovare dei suoi cugini. Sulla strada sognai molto e ci intendemmo meglio. Quel giorno le nuvole in città erano nere e gonfie d’acqua, ma in seguito il tempo fu bello che arrivammo d’un fiato. Fu in quel viaggio che lei restò incinta di nostro figlio. Se non ero troppo stanco, alle volte suonavo con il mio amico Steve a cui piacevano le mie canzoni. Tutte quelle che ho scritto quando mi hanno arrestato le ho regalate a lui. Durante un colloquio mi guardava e singhiozzava come un bambino. Non c’e giustizia in Oklahoma disse .
Una sera tornando da lavoro mi fermai in quella stazione di servizio come avevo fatto un centinaio di volte per prendere delle birre. Il ragazzo del banco giaceva a faccia in giù sul pavimento in una pozza di sangue. Invece di girarmi e scappare, feci quello che ogni buon cittadino americano avrebbe fatto: aspettai che arrivasse la polizia. Quando giunsero mi guardarono e solo perché ero indiano, dissero che ero stato io a sparare e mi arrestarono. Al processo il giudice mi condannò a morte non avevo i soldi per difendermi. Il mio avvocato d’ufficio alzò le spalle, chiuse la valigetta, girò i tacchi e se ne andò. Fu un gioco fin troppo facile gettarmi in questa cella per nove lunghi anni, dove ho incontrato solo poveri e negri e non tutti colpevoli. Questa è la mia ultima ora. Il prete è venuto a prendermi. La guardia mi ha legato i piedi e le mani con le catene e sta gridando, mentre apre la cancellata, che sono un “Uomo morto che cammina, un Uomo morto che cammina”. Ma chi siete voi per giudicare con certezza che un uomo è colpevole. Mi chiamo Billy Austin, ho 29 anni, sono nato in Oklahoma e vengo dal quartiere Cherokee.



domenica 12 maggio 2013

La mia casa è nel Delta




Perché nasconderlo? Ascoltare certa musica mi è venuto sempre complicato. Con i Beatles, ad esempio, non sono mai riuscito ad entrare in sintonia. Eppure ho cercato di scrollarmi di dosso  quei pregiudizi che in qualche modo, e mio malgrado, avevo alimentato nei loro riguardi. Fra i tanti, il solo fatto che piacessero a mia sorella bastava  per farmeli stare sulle palle. Ma avevo deciso di fare il musicista e non potevo permettermi di avere i paraocchi di fronte ad un gruppo considerato fondamentale per l’evoluzione del pop - rock. Così un giorno acquistai tutti i loro dischi e qualche libro  a loro dedicato ma, per quanto armato di questi buoni propositi, naufragavo sempre dopo l’ascolto di un paio di canzoni. Mi rendevo perfettamente conto che ero tra i pochi al mondo a non riuscire ad amare una band che ha fatto impazzire milioni di persone.

domenica 5 maggio 2013

Uomini in bilico



Ho dovuto sempre lavorare in vita mia per combinare qualcosa di buono, per diventare qualcuno. Sin da quando intrapresi l’attività di commerciante all’ingrosso di pesce surgelato ho avuto vita difficile. Se nasci povero i tuoi mezzi sono limitati e deve spingere e tirare cazzotti e alle volte essere anche crudele se vuoi restare a galla. Perché c’è sempre qualcuno che prova a metterti i bastoni tra le ruote. Maledizione! Una volta che veniamo al mondo nessuno di noi sa qual’é  la strada che gli è stata riservata. Avanziamo nel chiarore della luna pensando di scegliere il nostro destino. Che ingenui siamo! Ci beiamo delle nostre conquiste o delle nostre eventuali fortune,  navigando senza accorgercene da una pena all’altra, dritti verso la fine. E ci sono persino quelli che si infilano dentro strade strette, strette, illudendosi di trovare sentieri non ancora battuti. Ma ben presto anche questo si rivelerà un esercizio superfluo. Camminando di sbieco ci si accorge di trovarsi in mezzo a tante  ombre  piccole e grosse che si trascinano nel buio. Allora per non finire a non sperare più in nulla ci rifugiamo nei sogni. E sognando ci accomodiamo dentro l’esistenza, insieme a quella gustosa frenesia che ci sorregge per non cadere irrimediabilmente giù. 

giovedì 2 maggio 2013

La luna è nel rigagnolo


 


E’ davvero piacevole un posto nuovo. Ci vuole un po’ perché la gente impari a conoscerti. Ed è di questo lasso di tempo che conviene approfittare per godersi un po’ la vita, perché dopo, statene certi, si daranno da fare per trovare un modo per fottervi. Gira e rigira, scopriranno la via da dove è più facile ferirvi. Il motel sulla strada 61 era messo, male sembrava cadesse a pezzi per come era ridotto. Ma ero troppo stanco per proseguire. Nel buio pesto della notte posteggiai l’auto ed entrai. Il proprietario, seduto dietro un bancone scalcinato, mi osservò attentamente e con fare indisponente mi chiese i documenti. “Dall’aspetto mi sembri un musicista”, disse, “sei venuto nel sud per il blues, vero?” e prosegui “quella tiritera è una rottura di coglioni, dopo due tre pezzi diventa noiosa sia ascoltarla, che suonarla. Lasciatelo dire da uno che se ne intende. Tutto il mondo adora i Beatles anche quel pazzo di Charles Manson, quella sì che è musica!” Doveva appartenere al Ku Klux Klan meditai, per cui restai in silenzio. Dalla sacca da viaggio estrassi il portafoglio e mi avvicinai al bancone. Sotto la luce fioca della lampadina gli tesi un documento e lo scrutai. Era sulla cinquantina di corporatura media. Portava capelli lunghi incanutiti, divisi da una riga nel mezzo, che gli ornavano degli occhietti chiari ed un naso acuminato. Il suo abbigliamento era anonimo come quello di un impiegato delle poste o del catasto, ma aveva dipinta sul volto un’espressione che esprimeva tutta la sua ostilità. Quella faccia mi ricordava qualcuno che avevo intravisto di sguincio tempo addietro in una piccola foto. Qualcuno che, come lui, allora avevo catalogato come una vera faccia di cazzo. Firmai il foglio delle generalità e agguantai la chiave della camera. Quando girai le spalle il tizio mi mormorò qualcosa dietro. Ero talmente stanco che avevo solo voglia di dormire e feci finta di nulla. 

domenica 21 aprile 2013

Nero e blu








 Quella piccola notte si era infilata in un'altra più grande. Fuori in strada c’era freddo e silenzio. Fu così che Nora mi sussurrò in un orecchio: ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri. Mi girai verso di lei e la fissai per un lungo istante dritto negli occhi, ma non sapendo  cosa dire restai in silenzio. Di sicuro a quel punto della mia esistenza non pretendevo da nessuno di essere consolato e, per di più, non mi sentivo vulnerabile negli affari di cuore. Le miserie più intime, quelle che raccogliamo nel carrello della vita, le spingevo benissimo da me. Forse  in un attimo di compassione umana, lei cercava il modo migliore per non ferirmi. Per dirmi che voleva andar via, che si sentiva soffocare, che rivoleva la sua libertà. Insomma era pronta a dirmi le solite bugie, quelle che si raccontano quando semplicemente non si ha più voglia di farsi scopare. Ma io ero già pronto, al riparo da tempo. Da quando un giorno ero scivolato nel buio guardando la pioggia cadere. Da allora non esigevo più nulla dal genere umano. Avevo imparato a resistere, senza un singhiozzo, senza una parola, senza un sorriso, senza niente. Troppe volte c’ero cascato e il risultato era stato quello di ridurmi in un colabrodo. Facevo acqua da tutte le parti.

sabato 13 aprile 2013

Nel mio quartiere

Salutiamo il ritorno di Bartolo Federico sul nostro blog con una novità: a fine articolo potete scaricare una playlist con alcuni brani citati nel post. Buona lettura e... buon ascolto ;-)


Ero lì che ascoltavo e intanto speravo, aspettavo, che so, un treno, un bacio, una cattiveria. Attendevo che qualcuno mi venisse a prendere. Ma non accadeva mai nulla. Era tutto grigio e monotono sopra la mia vita. Mi alzai dalla poltroncina in similpelle marrone e chiusi la porta della stanza. Volevo stordirmi di parole e musica. Seduto sull’immaginaria riva di un fiume, osservavo quelle piccole onde che il vento formava sul pelo dell’acqua. Erano incessanti come le passioni. Il disco continuava a suonare e l’armonica di Racing in The Street lacerava le mie barriere. Allora non avevo fantasmi intorno a me. C’erano invece promesse, fiori colti in un giardinetto e ideali. Vero, avevano tutti l’aria un po’ triste, ma mi tenevano in piedi. Oh Thunder road, Oh Thunder road…


venerdì 4 gennaio 2013

Fratelli bastardi


Quella mattina mi svegliai molto presto, bevvi un caffè, mi infilai i pantaloncini, le scarpe da footing, una t-shirt ed uscii di casa che ancora era buio. L’aria era fresca e secca. Lentamente presi a correre in salita. Nei primi due chilometri mantenni un’andatura costante per permettere ai muscoli di scaldarsi, poi aumentai gradualmente. Mi piaceva correre in salita, provavo quel gusto sottile della sfida con me stesso che in qualche modo placava la mia aggressività. Mentre arrancavo, sentii l’odore della terra e dell’erba arata da poco. Continuai ad arrampicarmi con veemenza. Poi la strada scollinò e ci diedi dentro per qualche chilometro, fin quando da dietro una curva sbucarono delle mucche che mi guardavano con superiorità. Mi portai a ridosso del guardrail e continuai la mia corsa solitaria. Mentre correvo, riuscivo a mettere ordine alle cose e a scarabocchiare i ricordi. Quando arrivai in cima grondavo di sudore, avevo i polmoni che mi bruciavano, mentre il sole si alzava da dietro la montagna e filtrava sulle chiome degli alberi. In quel momento mi sentii appagato e vivo come non mai.
Vivo, talmente vivo, come solo certo rock’n’roll sapeva esserlo, prima che lo mandassero in pensione tra galline e maiali, fienili e sterco di vacca. Il rock sta diventando noioso. Quel rock che è nato e germogliato per la strada, nelle cantine umide e gocciolanti di pioggia, grezzo e volgare, diretto come un pugno allo stomaco, quel rock che era rivolta dei giovani contro i vecchi é finito in fattorie con parquet, svuotato della sua vera natura di ribelle dissacrante. Un combattente che sta invecchiando malamente da non essere più così importante nella vita della gente, perché semplicemente non lotta più, non rompe più i coglioni al potere.
Il rock è stato affidato all’industria, ai suoi manager, a certi produttori e non vive più senza limiti e confini. Ma quel rock sta rintanato da qualche parte e chiede, ne sono certo, di essere nuovamente suonato senza compromessi, integro e puro. Di farsi nuovamente portatore della rabbia di una generazione. Il rock come è stato per Jim Carroll. Il “Catholic Boy” drogato e omosessuale, dimenticato dai più, che ha dedicato la sua vita alla causa suonando duro e usando parole taglienti e poesia da strada. Portavoce di una generazione di sbandati con un ago in vena. Benedetto da Jack Kerouac, William Burroughs e Allen Ginsberg per la sua prosa. Un rocker che faceva ballare e inginocchiare gli angeli ha ricevuto indietro meno di nulla se non quella sensazione di appagamento per avere fatto ciò che ha sempre voluto, con una dignità che non ha uguali, senza trucchi, senza inganni, schietto e diretto, in una società umiliata dal qualunquismo e incapace di ribellarsi. Dove, usando le sue parole, presente e futuro diventano cenere, e forse fulgida fiamma.
I miei fratelli bastardi. Sono stati loro a prendersi cura di me, quando tutto mi precipitava addosso, quando rincorrevo la vita e nascondevo l’inferno sotto la camicia. Ma andavo dritto, come un bisonte impazzito, per la mia strada, per ritrovarmi alla fine solo, all’alba di un nuovo giorno, a vagare appeso alle canzoni dei Senders di “Return a’l’Envoyeur”. Quattro gatti randagi delle banlieue francesi, terra di rock per antonomasia, di una generazione perduta nei sogni di rock’n roll. Veri e autentici i The Senders! Delinquenti prestati al rock per salvarsi la pelle; una meteora di quelle che non ricorda nessuno ma, chi in quei giorni li ha incrociati sa che suonavano canzoni ispirate da Willy “il gatto blu”, canzoni che erano come battiti del cuore.
Willy mi manca maledettamente. Saperlo in giro mi rassicurava. Non tutto era perduto. Un musicista a 360 gradi come non ne esistono più. Uomo dal cuore immenso che ha vissuto il rock come pochi altri, una stella per chi è cresciuto nelle ultime file e ha dovuto sgomitare per farsi largo. Un artista che non si è mai piegato di fronte a nessuno, un esempio per tutti.
Ebbi la fortuna di incrociarlo l’hanno prima che morisse in un festival blues a Mascalucia in provincia di Catania, un paesino sotto le pendici del grande vulcano. C’era un atmosfera magica che colpi molto anche lo stesso Willy ,e lo disse biascicando le parole in una pallottola di fumo. Quando sbucò da dietro il palco, accompagnato dalle note di un blues secco come un chiodo, con i suoi lunghi capelli, mi parve uno dei cavaliere della tavola rotonda. Lo guardavo ipnotizzato, avevo la bocca asciutta per l’emozione. Lui invece era rilassato e a suo agio. Non ricordo null’altro se non che quando imbracciò la Fender e si piazzò davanti al microfono e parti Savoir Affair mi fiondai sotto il palco e non capi più nulla. Mi sentii come se fossimo al CBGB’s e mi ricordai dei miei giorni disperati, di quando ero debole ed indifeso mentre lui mi cullava tra le sue braccia, insieme ad altri fratelli nati alla periferia dell’impero.
I “nati perdenti”, con la strada sempre in salita. E quando arrivava la notte ci si scaldava con quell’urlo disperato che era Born Too Loose di Johnny Thunders, un altro che macinava rock’n roll a mille. Un “Keith Richard dei poveri” che non si è fatto mancare nulla nella sua esistenza fino ad auto distruggersi; troppo innamorato del rock per capire che la sua non era finzione. E dopo tutta quell’energia si restava da soli, perché alla fine si resta sempre soli, e ci si accarezzava il cuore con “Devon Song” degli Only Ones di Peter Perrett, un cantante che sembrava un incrocio tra Dylan e Lou Reed. Saliti e subito scesi dal podio grazie ad una canzone “Another Place, Another Planet “che ancora oggi resta bella e malata, figlia di quei fiori selvaggi, di quel bianco calore che erano i sogni di velluto. Musica schietta, sincera, cosi sincera da farti male, molto male se avevi il cuore a pezzi e gli occhi gonfi.
E’ stata la musica che mi ha protetto dalla pazzia ed è venuta a stanarmi fin dentro la mia stanza anonima della mia anonima casa di periferia. Quella che bussava alla porta era una generazione cresciuta ascoltando Hendrix, Jim Morrison, Stones, Velvet , Mott The Hopple, Who, Kinks. Una generazione che prendeva in prestito la poesia di Baudelaire e di Rimbaud e la trasformava in energia, in rock’n’roll. E tutti prendevamo coscienza, per emanciparci, per crescere. La sacerdotessa del rito è stata lei, Patti Smith, la prima cantante donna che non doveva niente a nessuno, che risplendeva come una divinità anche se era vestita tutta di nero. Quando arrivò Horses le regole furono infrante, l’anarchia in musica prese per la prima volta forma e il rock ‘n roll fu libero da qualunque legame, come non era riuscito di fare neanche a Jim Morrison .
Poi a Londra accadde il miracolo. Inaspettatamente, tutto in una notte. Potevi ascoltare una miriade di gruppi punk nati dopo aver visto i Sex Pistols. Gente come i Vibrators , Stranglers, Ian Dury, i Damned, Slaughther &the Dogs, ragazzi emarginati, senza prospettive, senza futuro: unica certezza il rock’n’roll. Quei giovani proletari erano come migliaia di altri ragazzi sparsi per il mondo. Con le loro canzoni denunciavano il vuoto esistenziale e la sofferenza di un’intera generazione. Ed arrivò Joe Strummer e i Clash, e fu come vedere la luce. Finalmente uno che lottava contro la miseria e l’alienazione, uno che aveva la morale comunista e lo spirito socialista. Il mio “Che Guevara”. Finalmente qualcuno che ti faceva sentire orgoglioso di essere un proletario, che ti spingeva ad uscire dal guscio, che ti parlava sostenendo che era possibile farcela, anche se non avevi opportunità. Quelle te le dovevi prendere, ti toccavano in un modo o nell’altro. Eri un Sandinista, un guerriero di strada, un indomabile. Anche se avevi perso la tua battaglia andava bene lo stesso, avevi lottato, avevi dato tutto te stesso. Perché, da quel momento in poi, non saresti stato più un ribelle senza causa. Troppo comodo, aveva fatto questa storia del ribelle senza causa al Potere. Ora avevi un identità ben precisa e una Band che ti sosteneva. E’ grazie ai Clash che molti di noi non sono finiti a rubare autoradio per comprarsi la dose. E’ grazie a loro, ed anche agli Stiff Little Fingers, che abbiamo imparato che la musica non é solo divertimento, ma può essere anche qualcos’altro. Grazie anche ai fratelli Severini (l’unica vera Gang italiana ) che nel tempo hanno mantenuto quella fiamma sempre accesa; gli unici e soli che possono andare ad Hyde Park e cantare “London Calling” con i pugni alzati e il fazzoletto rosso al collo .
Adesso lo sento questo vento che sta cambiando. La gente che torna ad occupare le strade, a chiedere giustizia e libertà, pane e lavoro . E il sogno di un nuovo ordine mondiale continua. I ragazzi hanno riattaccato la spina. Gli amplificatori ronzano e le cantine sono piene di gente che scrive, che parla, che lotta. Il rock, come per magia, si è rimesso in sesto ed è arzillo è vivo nuovamente. Pronto per una nuova rivoluzione. Contiamoci, siamo in tanti. Fratelli Bastardi.

Bartolo Federico

mercoledì 19 dicembre 2012

Il tempo non aspetta nessuno



Seduto in un bar qualsiasi bevo caffè e fumo di tanto in tanto qualche mozzicone. Me ne sto con le tempeste sonore di Bob Dylan nelle orecchie e sono davvero su di giri. Ho la stessa eccitazione che si prova quando si fa una cosa che non si può fare. O come quando cerchi delle risposte e non le trovi neanche a spremerti il cervello come un limone. “Dici che sono un giocatore d’azzardo, dici che sono un magnaccia. Ma non sono nessuno dei due. Ascolta il fischio di Duquesne che soffia” (Duquesne Whistle). Qualche giorno fa sono andato per l’ennesima volta all’ufficio di collocamento. Un nuovo impiegato, simpatico come un becchino delle pompe funebri, mi ha detto che non c’era trippa per gatti, per cui facevo meglio a ripassare tra qualche mese o tra qualche anno, tanto era lo stesso. Nel frattempo frusciai ad alta voce: “vengo a mangiare da lei”. Il tizio ha fatto finta di non capire. Mi incamminai a testa bassa rovistando nei pensieri più infimi verso i bassifondi della città, che poi non sono altro che il quartiere dove sono nato e cresciuto. Ho  molti amici da queste parti è un lavoretto più o meno lecito sarebbe venuto fuori.
Avevo sempre sognato di scivolare nel ventre della notte per perdermi nella sua anima. Ma anche di andarmene da qualche parte dove il sole splende sempre. Avrei voluto fare un sacco di cose, anche amare qualcuno, ma non facevo un cazzo di niente. Mi ero laureato in giurisprudenza con il massimo dei voti. I miei genitori avevano tirato la cinghia e anche qualcos’altro per farmi studiare perché sin da piccolo promettevo bene e il loro sogno era quello di avere un figlio da chiamare dottore. Quasi fossi una roulette, avevano puntato tutto su di me. Indubbiamente, avevo fatto la mia parte fino in fondo, se lo meritavano, ma a dire il vero anche allora alle volte avrei voluto dileguarmi come un fuggiasco nella notte. A cosa sono serviti tutti quei sacrifici, pensai ingoiando un sorso di caffè, se sono uno dei tanti che rimpingua la fila dei disoccupati? Mi do da fare, svolgo mille lavoretti, anche cose odiose come il venditore porta a porta. Però, in questo cazzo di paese, vendere è l’unica prospettiva che ti viene data. Alla fine qualcosa vendo e qualcosa riscuoto, ma sempre troppo poco per tirare avanti. Insomma, mi sento  bello e inguaiato e non ho un piano B. In fondo la questione è una sola: c’è chi ha le possibilità e chi no. In quale categoria rientro l’avrete capito da  soli, immagino.  Mi tocca ancora aspettare, pensai, tirando una lunga boccata di fumo velenoso. Mi alzai e andai via dal bar. Ero davvero stufo di tutto questo. Il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.“il tempo non aspetta nessun uomo e non mi aspetta. si il tempo non aspetta nessuno e non aspetta me. sfrutta la tua estate, raccogli il grano. i sogni di una notte svaniranno all’alba. e il tempo non aspetta nessuno”(Time Waits For No One – The Rolling Stones).
A furia di prendere randellate, si diventa duri come il marmo. Così i minuti passano e anche le ore. E poi i giorni, i mesi e gli anni. Insomma, il resto del nostro tempo se ne va in un baleno, lasciandoci storditi e anche nauseati. Ma resistiamo ugualmente, con fatica teniamo duro di fronte a tutto. Siamo fatti così, noi uomini trascuriamo, però, che alla fine si diventa qualcun‘altro. E si è vecchi in un colpo solo.  Raggiungo  Cinzia al suo negozio di chincaglierie perché quando ho voglia di parlare con qualcuno lei è l’unica che ascolta con amore le mie peripezie. Non appena mi vede fermo sull’uscio della porta  del negozio, mi mostra un sorriso complice e avvicinandosi mi esclama schietta: “per essere qui suppongo che sei di nuovo nei guai, vieni dentro, dai” .”Abbiamo dei problemi questo è sicuro. abbiamo milioni di disoccupati. bambini che non sanno scrivere. bambini che non sanno leggere. ce ne sono di affamati e sovralimentati. il nostro capo alla TV baldanzosamente annuncia la parola di Cristo. cerca di pregare abbiamo bisogno di tener saldo il cammino. la forza dell’oscurità ancora è tra noi. deve essere un inferno vivere nel mondo. vivere nel mondo come fai tu.(It Must Be Hell – The Rolling Stones). Da ragazzi avevamo provato a stare insieme, dico come coppia. Non aveva funzionato, era finita che quasi ci odiavamo. Facevamo le cose pensando di compiacerci, ma in questo modo si combinano solo casini. In compenso, da allora non avevamo più segreti fra di noi. Scuoto la testa ed entro nel negozio. La guardo e stranamente non riesco a dire niente. Ero andato da lei pensando di raccontarle chissà cosa ma adesso non riesco più a parlare non mi viene niente. E per la prima volta mi sento a disagio. Le prendo la mano, lei sospira e si lascia andare:  “Bart quando esci dai sogni e vieni a vivere in questo mondo, quando lo farai?”. “il tempo può tirar giù un palazzo o distruggere il viso di una donna. le ore sono come diamanti non sciupatele. il tempo non aspetta nessuno non regala niente. il tempo non aspetta nessuno. e non vuole aspettarmi”. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).
Me ne torno nel mio stambugio, afflitto e più tenebroso che mai. Non me la sono sentita di speculare ancora sulla sua bontà, sul suo garbo. Adesso è tempo di mettere le cose in chiaro con me stesso. Nella solitudine il divino se ne va via e sparisce per sempre. Eccola, già pronta una nuova angoscia da accudire. “A Scarlet Town la fine è vicina. Le Sette Meraviglie del mondo sono qui. Il bene e il male convivono fianco a fianco. Tutte le forme umane paiono glorificate. Metti il tuo cuore su un vassoio e vediamo chi lo morderà. Vediamo chi ti stringerà e ti darà il bacio della buona notte.”(Scarlet Town - Bob Dylan). Incontrai Rickie Lee Jones per caso, mentre giù dal cielo i sogni piovevano a grappoli sulla mia testa. Camminavo sonnolento e anche un po’ brillo alle porte della notte, quando ad un tratto da una macchina ferma con l’autoradio accesa sentii quella canzone. It's your last chance To check under the hood Last chance She ain't  soundin' too good, Your last chance To trust the man with the star You've found the last chance Texaco Well, he tried to be Standard He tries to be Mobil He tried living in a world And in a shell There was this block-busted blonde He loved her - free parts and labor But she broke down and died And threw all the rods he gave her” (The Last Chance Texaco).
Mi fermai ad ascoltarla sotto gli occhi guardinghi della coppia che stava sull’auto. Avevo i brividi che facevano le capriole sulla pelle. Ancora oggi,  riascoltandola, provo la stessa sensazione. E’ come se ad un tratto fossi passato con una ramazza su quella nuvola di polvere che copre i ricordi. Dopo tanto tempo, finalmente mi sono riconosciuto nell’ombra. Capita di rado, ma capita, che alle volte le cose che nascondiamo dentro di noi non marciscono e di conseguenza non si mettono a puzzare insieme al tempo che passa.
Ma i sogni che attraversano troppe cose, lasciano sempre e comunque una scia di rimpianti e nuvole. I primi due album di Rickie Lee Jones, l’omonimo e Pirates, sono stati un toccasana per tutti gli innamorati della notte, per chi è annegato nei sentimenti. Rickie Lee Jones è stata la duchessa incontrastata di chi si è fatto fregare dalla luna e dal randagio di Pomona e ciondolava scompigliato nell’animo appresso a quelle canzoni, come se anch’esso si trovasse con i suoi esecutori in una discarica di oggetti usati che nessuno voleva più. Cicche di sigarette, gabbie e barattoli, poltrone di pelle coi sedili sfondati, riviste ingiallite, un ventilatore arrugginito, la canna del gas, veleno per topi in bustina, una tromba di plastica, la carcassa di un cane, libri strappati, bottiglie vuote, pezzi di ferro, un caminetto, una lampada ad olio ed ancora cicche di sigarette, una tenda bruciata, un trenino elettrico. Tre seggiole e un tavolino. 
Sin da quando nei primi anni settanta si esibiva nei bar, Rickie Lee Jones amava fare cover. Nella sua discografia sono state una costante. Dotata di una voce che sa scavare in profondità, le sue interpretazioni riescono a tirare fuori quella parte di sfumature che precedentemente ci era sfuggita, rivelando significati nascosti e trasformando la canzone in una sua creatura. Girl At Her Volcano, il mini lp uscito nel 1983,  ne è un esempio lampante. In questi giorni “Il Diavolo Che Tu Sai” è uscito e ci racconta del suo lungo viaggio attraverso la musica. E’ un album così intimo che si possono sentire i battiti del suo cuore e vedere le cicatrici che l’hanno segnata. C’è profondità ed emozione, c’è il blues dentro queste canzoni che rappresentano tutti i suoi amori musicali. Per citarne uno su tutti, il Van Morrison stellare di Astral Weeks.
 Una produzione attenta, affidata a Ben Harper, risulta essere perfetta, mai ingombrante, talmente delicata da farci percepire in pieno questa intimità. Rickie Lee Jones canta nella sua splendida solitudine canzoni musicalmente ridotte all’essenziale che sono già belle di loro ma che, attraverso la sua voce che li scortica fin dentro le ossa, sembrano essere tutte nuove. E come se lei ci facesse l’amore con questi pezzi, li accarezza senza violenza, senza cinismo, con una tenerezza e una sensibilità di cui tutti noi ci siamo dimenticati.
Guardo la foto appesa al muro, è una di quelle fotografie ingrandite e ritoccate in una cornice ovale dorata. Risale a quando ero bambino e stavo in braccio a mia madre. C’è anche mio padre con i baffi neri che sorride. E’proprio vero, non si ha mai abbastanza tempo se non per pensare a se stessi. Mi ha fatto bene incontrarla ancora, mi sono sentito addosso lo stesso rovescio di pioggia arrivato attraverso quel buco nel cielo dal quale una notte di tanto tempo fa sono fuggito insieme a lei per le strade del mondo. ”Si la stella passava dolcemente, la corrente continuava a scorrere. si eravamo tranquilli e rilassati. e la guardavamo volare. e il tempo non aspetta nessuno. e non vuole aspettarmi. e il tempo non aspetta nessuno. e non vuole aspettarmi.” (Time Waits For No One – The Rolling Stones).