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martedì 4 dicembre 2012

Holy Motors



Holy Motors
(Francia, Germania 2012)
Regia: Leos Carax
Sceneggiatura: Leos Carax
Cast: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Zlata, Jeanne Disson, Elise Lhomeau, Jeanne Disson, Leos Carax
Genere: totale
Se ti piace guarda anche: Synecdoche New York, Cosmopolis, Enter the Void

La bellezza? Si dice si trovi nell’occhio. Nell’occhio di chi guarda.”
E se nessuno guarda più?”

Holy Motors è Carax che scopa con Cronenberg che scopa con Kaufman che scopa con Jonze che scopa con Lynch che scopa con Noé (il regista Gaspar, non quello dell’arca) che scopa con Gondry che scopa con Kylie Minogue che scopa con Eva Mendes che scopa con una scopa che scopa con Carax che scopa con un pubblico di spettatori zombie che scopano con nessuno perché sono zombie e gli zombie non scopano si limitano a mordere altri spettatori che diventano altri spettatori zombie che mordono altri spettatori zombie e tutti insieme appassionatamente vanno a vedere Breaking Dawn Parte 2 con Robert Pattinson che fa finta di scopare con Kristen Stewart in realtà scopa con Juliette Binoche su una limousine che trasporta gli spettatori zombie in un cinema dove andranno a vedere il prossimo cinepanettone in cui De Sica scopa con Belen che scopa con Boldi che scopa con una scimmia che scopa con il protagonista di Holy Motors Denis Lavant che indossando una tutina da motion capture mentre scopa con Carax che scopa con una limousine che
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Holy shit, che film!
Leos Carax, Leo Scaracchio per i detrattori, Leos 18 Carati per gli estimatori, nella scena iniziale guarda il pubblico. Il regista guarda il pubblico. Un pubblico di zombie al cinema.
Holy Motors è un invito a uscire fuori dagli schemi, dalle pareti fisse, un invito a prendere la “sortie” ed entrare in qualcosa d’altro, di diverso.

Enter the void. Entrate nel vuoto e salite su una limousine. Non insieme al Robert Pattinson yuppie moderno del Cosmopolis di David Cronenberg, bensì insieme a Denis Lavant, attore chiamato a una prova di recitazione all’interno della recitazione stessa.
Il protagonista di questo film è uno, nessuno e centomila. La sua professione è quella dell’attore ma, c’è un ma. Nel mondo di Holy Motors, tutto può succedere, anche perché non si sa bene se sia un futuro prossimo, oppure una visione distopica del presente, o più probabilmente e semplicemente (mica tanto, semplicemente) si tratta dell’interno della testa di Carax che proietta il suo contenuto per un pubblico di spettatori zombie che non possono capire.

Denis Lavant, uno nessuno e centomilamilionidimiliari, dicevamo. Attore dal simbolico nome di Oscar, o forse non attore bensì impersonatore di vari ruoli, da interpretare non dentro un film ma nel mondo reale: imprenditore, assassino, mostro, signora che chiede l’elemosina, tipo che si mette una tutina da motion capture come Andy “Gollum” Serkis, padre, padre morente, uomo con la fisarmonica e poi forse pure se stesso. Forse. Perché l’attore in realtà non esiste. Forse. O forse è la realtà a non esistere. Viviamo in un mondo talmente mixato con la finzione che è difficile capirlo. Forse.


Riflessione sulla realtà (o la non-realtà), riflessione sull’identità personale, sulla professione dell’attore, ma anche sul cinema. C’è tutto il cinema che più amo, dentro questi sacri motori. Le allucinazioni di David Lynch, la follia di Charlie Kaufman + Spike Jonze + Michel Gondry nessuno escluso, il trip alla Gaspar Noé, la maschera alla Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick o meglio alla Occhi senza volto di Georges Franju, il rapporto corporale con la limousine come e più del Cosmopolis di David Cronenberg, una nuova idea di intrattenimento e recitazione come nella serie Dollhouse di Joss Whedon o in Quella casa nel bosco di Drew Goddard (e sceneggiato sempre da Whedon) o nell’Alpeis di Giorgos Lanthimos. Ed è altro, molto altro ancora. Il tutto con uno stile Carax del tutto personale e senza scimmiottare nessuno e, quando vedrete il film, capirete che la parola scimmiottare non è usata a caso.
Più che Holy Motors, l’Holy Bible del cinema.

Un viaggio su una limousine tra passato, presente e futuro del cinema, e soprattutto dentro la testa di Leos Carax, in un mondo in cui sulle tombe vengono scritti i nomi dei siti Internet, in cui Eva Mendes è una Madonna statuaria accanto a un Cristo col pisello duro, in cui il protagonista è una maschera mostruosa che somiglia al tipo del video “Rabbit In Your Headlights” degli UNKLE, in cui le scene più vere sembrano quelle più finte e quelle più finte sembrano quelle più vere, in cui la scena della fisarmonica diventa la cosa più rock’n’roll vista quest’anno, in cui “la tua punizione è di essere te stessa e di doverci convivere”, in cui si suona il tema di Godzilla e in cui si suona “Can’t Get You Out of My Head” e poi Kylie Minogue appare veramente out of Carax head e ci regala uno splendido momento musical che altroché Glee e questo film non te lo puoi più togliere dalla testa.
Per non menzionare il doppio finale, doppiamente geniale e la fenomenale interpretazione multipla del protagonista Denis Lavant.

Leos “genio” Carax ha girato il film più finto e più vero che potrete vedere quest’anno, o il prossimo anno, o quando la distribuzione deciderà di mostrarlo anche al pubblico zombie italiano.
È la vita. È il cinema. È il cinema che prende vita. È Holy Motors.
(voto 9/10)
Cannibal Kid


mercoledì 4 luglio 2012

HARRY TI PRESENTO SALLY


Harry, ti presento Sally…
(USA 1989)
Titolo originale: When Harry Met Sally…
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Nora Ephron
Cast: Billy Crystal, Meg Ryan, Bruno Kirby, Carrie Fisher
Genere: romcom
Se ti piace guarda anche: C’è post@ per te, Insonnia d’amore, Prima dell’alba, One Day

Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: “Frank, io devo! Ma tu?”
Harry (Billy Crystal)



Ci sono quei film che pensi di aver visto. Sai di aver visto. Tutti li hanno visti. Poi ci pensi bene e ti rendi conto che hai presente solo una scena, quella più famosa, ma in realtà non l’hai davvero visti dall’inizio alla fine. Per me, Harry, ti presento Sally è uno di quei film.
La celeberrima scena orgasmica di Meg Ryan, quella sì, almeno quella, l’avevo vista.



Forse avevo visto anche qualche altro minuto, in qualche passaggio televisivo. Però non mi ero mai messo lì fermo a vedermi tutto Harry, ti presento Sally. Non so nemmeno perché. Questione generazionale, magari. O perché Billy Crystal non mi ha mai fatto impazzire, sarà anche per quello. Meg Ryan mi sta moderatamente simpatica, mi è piaciuta soprattutto in In the Cut di Jane Campion, ma pure lei non è che mi abbia mai sconvolto più di tanto l’esistenza. Com’è, o come non è, mi sono messo a vederlo solo ora, all’indomani della scomparsa della sceneggiatrice della pellicola, Nora Ephron, e così finalmente Harry e Sally si sono presentati anche a me.
Ciao Harry, ciao Sally. Io sono Cannibal.

Nonostante abbia scritto e diretto altri capisaldi nel genere sentimentale come Insonnia d’amore e C’è post@ per te, lo script di Harry ti presento Sally rappresenta il vero testamento spirituale di Nora Ephron. Più che un semplice script, è un autentico manuale su come realizzare la perfetta romcom, in grado di mischiare amore e amicizia, sentimentalismi vari alleggeriti però da una dose abbondante di umorismo. Un autentico modello cui hanno preso ispirazione, per non dire copiato spudoratamente, un sacco di altri film venuti negli ultimi 20 e passa anni.

Di cosa parla Harry, ti presento Sally… lo sapete tutti, considerando come al contrario di me l’avrete sicuramente già visto mille e mila volta. Harry incontra Sally, all’inizio si stanno sulle palle, come accade in ogni buona storia romantica che si rispetti, perché se si piacciono fin da subito è tutto troppo facile. Dove sta il divertimento, per lo spettatore? Seguendo il detto: chi disprezza compra, tra loro la situazione via via cambierà, prima diventeranno amici, poi trombamici, poi forse qualcos’altro…


La maestria di Nora Ephron sta nel combinare alla perfezione comicità e sentimenti, in un’epoca in cui le commedie romantiche per carità esistevano già, così come un certo tipo di cinico umorismo newyorkese sembra preso in prestito da Woody Allen, però un film come questo inventa la romcom nella concezione moderna del termine, oltre a diventare un esempio fondamentale per ogni buon “boy meets girl movie” che si rispetti. Quardi Harry, ti presento Sally… e fai fatica a credere sia uscito nel 1989. È una pellicola troppo più attuale e moderna per ritmo, battute e ironia, rispetto a un sacco di commedie pseudo romantiche americane uscite negli ultimi anni che appaiono vecchie, stanche, conservatrici. Poi, come tutti i film avanti nei tempi destinati a essere presi a modelli dalle generazioni futuro, ha generato pure proprio quel sacco di pellicole modeste, derivative ed evitabili, di cui dicevamo sopra. Ma di questo non possiamo fargliene una colpa.

Oltre a essere riuscito a invecchiare splendidamente, cosa che non si può dire di molte altre pellicole 80s, è un film che riesce in un altro gioco di equilibrio affatto semplice: raccontare una storia che si dipana su differenti piani temporali, attraverso i vari incontri tra i due protagonisti. Se un tipo di narrazione del genere funziona bene nello spazio lungo di un romanzo, non sempre risulta facile realizzare una storia di questo tipo nella breve durata di un film. Harry, ti presento Sally… lo fa invece con grande facilità, partendo dal primissimo incontro tra i due personaggi ai tempi del college e poi andando avanti con le loro vite. Una cosa ad esempio fatta bene, seppure in maniera un pochino meno riuscita, anche nel recente One Day.

I vari piani temporali sono intervallati da interviste di alcune coppie che parlano della loro relazione. Un espediente che fa molto mockumentary, genere oggi molto in voga, a ulteriore segno dell’attualità del film, ma di cui comunque io avrei fatto volentieri a meno, visto che costituisce un surplus che non aggiunge niente di particolare alla storia principale.
A parte questo, la sceneggiatura è davvero un saggio di bravura e i dialoghi tra i due protagonisti sono fenomenali. Insieme ad Aaron Sorkin (The Social Network, la nuova serie The Newsroom) e Amy Sherman-Palladino (l’autrice di Una mamma per amica e della novità Bunheads), Nora Ephron è da considerarsi tra i più grandi maestri nella realizzazione dei dialoghi degli ultimi 30 anni.



Tra le cose che mi hanno convinto meno del film, c’è invece una regia molto piatta e molto standard di Rob Reiner, non un virtuoso della mdp, ci sono i classici amici comprimari dei protagonisti che però non riescono a lasciare il segno (Carrie Fisher/principessa Leila in primis) e una colonna sonora da diabete o da Benedetta Parodi: si senta ad esempio l’uso di “Let's Call The Whole Thing Off” cantato da Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, poi ripetuto fino alla nausea (letteralmente) nel programma culinario Cotto e mangiato.
Anche nei suoi difetti, Harry, ti presento Sally… è una pellicola che ha cambiato e definito il genere romcom nell’accezione moderna del termine, è entrato nell’immaginario collettivo e, insomma, ha fatto Storia. Felice che si siano presentati anche a me, finalmente.

(voto 7+/10)

CANNIBAL KID, Mercoledì 04/07/2012

mercoledì 13 giugno 2012

Omaggio a Ray Bradbury
(1920-2012)


Fahrenheit 451
(UK 1966)
Regia: François Truffaut
Cast: Oskar Werner, Julie Christie, Cyril Cusack, Anton Diffring, Alex Scott
Genere: distopico
Se ti piace guarda anche: Pleasantville, Orwell 1984, Gattaca

“I libri sono soltanto un mucchio di spazzatura. Non servono a niente.”

Forse per alcuni libri, la frase pronunciata dal capo dei ‘pompieri’ di Fahreinheit 451 non è nemmeno tanto campata per aria…



Questioni mocciane a parte, 451 gradi Fahrenheit è la temperatura di autocombustione della carta. E alla fine nemmeno solo quella. Ad occuparsi di quest’operazione incendiaria ci pensano paradossalmente i pompieri. Nel futuro distopico immaginato negli anni ’50 da Ray Bradbury e portato su grande schermo nei 60s da François Truffaut, i pompieri infatti i fuochi non li spengono bensì li accendono, per bruciare i libri.
Perché lo fanno?
Perché i libri rappresentano la cultura, la fantasia, il libero pensiero, contribuiscono a rendere ‘diversi’ dalla massa uniforme, schiava del governo, delle regole e della televisione.

Il racconto originale di Ray Bradbury è stato pubblicato per la prima volta nel 1953 su Playboy, alla faccia di chi pensa che il porno sia solo cul e non cultura, andando a fare il paio con 1984 di George Orwell (pubblicato nel 1949). Per quanto entrambi siano riflessioni di stampo fantascientifico sui regimi totalitari, risultano storie sempre attuali e avvertimenti utili anche per gli stati (teoricamente) democratici in cui abbiamo la fortuna di vivere oggi.
Le regole sono una delle basi su cui si fonda una società e, per quanto io non abbia nessuna voglia di cantarne le lodi, sono necessarie. Il problema è quando queste regole diventano opprimenti, proibizioniste e finiscono per diventare assurde. La cosa ancora peggiore è però quando le persone smettono di rendersi conto di quanto assurde esse siano.

In Fahrenheit 451 la gente, pure i bambini, si divertono a vedere prendere fuoco i libri. Non ci sono proteste. Non c’è una ribellione. La società è stata addomesticata al punto che quasi nessuno riesce a pensare a un mondo differente. Per quanto immaginato in maniera meno complessa e stratificata rispetto al romanzo di Orwell, anche il governo del racconto di Bradbury ha vinto. Ha annientato le persone, le ha rese tutte uguali, ha annullato il libero pensiero, ha regalato a tutti un’apparente felicità fatta di pillole e programmi idioti alla tv che ti danno l’illusione di poter diventare anche tu un protagonista. Non mi sembra un quadro tanto diverso da quello dipinto dalla società capitalista attuale dominata dai reality-show e dal pensiero di dover possedere determinati oggetti per uniformarsi alla massa. Anche se per fortuna adesso stiamo, forse, passando da un’era dominata dalla tv, un medium che lascia lo spettatore passivo, a una dominata o meglio accompagnata da Internet, medium che invece non ha un centro e lascia l’utente attivo, in una posizione realmente democratica. Almeno fino a che non cercheranno di regolamentare troppo anche la rete. E ci stanno provando.



La bellezza delle grandi storie è proprio questa, riuscire a parlare a epoche differenti con immutata efficacia. François Truffaut ha trasportato questa grande storia su grande schermo dall’alto del suo grande talento registico, con il suo primo film a colori nonché la sua prima produzione internazionale. Il francese ha adottato uno stile visivo molto 60s, si è divertito a usare vari stratagemmi cinematografici, rimanendo comunque sempre concentrato soprattutto sulla storia, ed ha inserito anche un paio di chicche-omaggi: in mezzo ai libri bruciati figura un numero di Cahiers du cinéma, prestigiosissima rivista cinematografica francese per cui lo stesso Truffaut scriveva, mentre nel finale viene citato Cronache marziane, raccolta di racconti realizzata dall’autore di Fahrenheit.



Venendo al finale, il film riesce a regalare un messaggio di speranza. Nel corso della pellicola non vi sono momenti particolarmente violenti, a eccezione della scena in cui un’anziana appassionata di libri viene bruciata viva insieme a loro o del ‘finto’ omicidio del protagonista Guy Montag. L’umanità di Fahrenheit 451 non è annientata tanto sul piano fisico, quanto su quello culturale. E non c’è cosa peggiore. Essere oppressi, senza neppure rendersene conto.
A questa umanità del tutto annientata si contrappongono per fortuna alcuni spiriti liberi, o forse è meglio definirli spiriti libri. Persone che imparano a memoria ognuno un libro differente, in modo da poter tramandare a livello orale la tradizione letteraria. Quella dei grandi autori. Quelli come Moccia? No, quelli come Ray Bradbury.

(voto 7,5/10)


Cannibal Kid

mercoledì 9 maggio 2012

La classe




La classe
(Francia 2008)
Titolo originale: Entre les murs
Regia: Laurent Cantet 
Cast: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucouré, Louise Grinberg
Genere: scolastico
Se ti piace guarda anche: Polisse, 17 ragazze, Fish Tank

“Ti ricordi che meraviglia, la festa delle medie?”
Certo, Elio. Però questa è un’altra storia. Un’altra epoca. Un’altra nazione. La scuola media presentata ne La classe è tutto un altro mondo. Rispetto ai tempi di “Tapparella” e pure rispetto al cinema italiano.
Una full immersion totale entre les murs, tra le mura di una classe di terza media, un quasi documentario che segue tutto ciò che avviene al suo interno. Detto così non sembra il massimo della vita e dell’interesse e invece il film ha un ritmo indiavolato.
Senza l’ausilio di musiche, senza effetti cinematografici elaborati, le macchine da presa si limitano a seguire da vicino, da vicinissimo, gli studenti e il professore di lettere perno del racconto. Il protagonista è uno straordinario François Bégaudeau, pure autore del romanzo semi-autobiografico da cui la pellicola è stata tratta. Un vero insegnante nei panni di un insegnante. Beh, insomma. Non dev’essere stato molto difficile per lui entrare nella parte. Un po’ come Eminem a fare il rapper in 8 Mile. E vabbè, sono bravi tutti a recitare così, facendo se stessi. Togliamo il mestiere agli attori veri: la Manuelona Arcuri, per esempio, che indossa vesti per lei totalmente inedite come quelle della carabiniera. Lei sì che offre una grande prova di versatilità…
No, eh?
La smetto di dire stronzate?
La smetto.
Mi siedo nel banco in fondo e la pianto di disturbare la lezione. Scusi, prof.


A colpire in una pellicola dall’impronta così fortemente documentaristica è la cura nei dialoghi, un confronto incessante, tamburellante, senza soste tra il prof. e i ragazzini della classe, un branco di giovani (non) attori. Botta e risposta di un adulto che parla loro come a degli adulti, evitando sia di trattarli come bambini che di fare il ggiovane a tutti i costi. Una serie di dialoghi senza soste che ci raccontano della vita nella Francia di oggi, o meglio di ieri visto che il film è del 2008 e ci sono vari riferimenti calcistici al periodo post-Mondiali 2006 (“Odio Materazzi”, dice un ragazzino illuminato).


Proseguendo nella tematica calcistica, possiamo dire che la scuola media è forse il “campo da gioco” più duro per un professore. Non si trova a dover avere a che fare con dei bambini, come alle elementari, né con degli adolescenti veri e propri, come alle superiori. Si trova nella difficilissima terra di mezza dell’era tween, quel periodo in cui ti trattano tutti come se fossi ancora un bambinetto, mentre tu ti senti ormai un teenager, o quasi.
Il regista Laurent Cantet sceglie di mostrarci questa età evitando, proprio come l’autore/attore François Bégaudeau, di fare il Moccia della situazione. Ci scaraventa nella vita di una classe di terza media ma non ci ammorba con un pruriginoso interesse sulle storielle sentimentali e sugli amori 14, preferendo documentare uno spaccato realistico della società multietnica attuale. Lo fa usando dei ragazzini in età harrypotteriana, ma alla fine riesce a fotografare la società attuale tutta. Tutta francese e parigina, certo, però anche le classi italiane di oggi non sono poi così distanti.
Oddio, forse le classi di Rosello, il paesino in Abruzzo che ha letto Moccia come sindaco (ma peeerché?), sono davvero distanti.


Dentro La classe ci sono i conflitti razziali e culturali, più che quelli generazionali. C’è un cinema realista, ma che tuttavia non abbandona mai un tocco artistico, uno sguardo cinematografico sempre ben presente. Ci sono dialoghi che passano con disinvoltura dalla leggerezza alla profondità, dalla battuta ironica al risvolto drammatico. C’è la vita e c’è il cinema, degno di una Palma d’Oro, un cinema che negli anni successivi condurrà ad altre opere dal french touch simile, come Polisse e 17 ragazze (che vedrà come protagonista la qui esordiente Louise Grinberg).
In Italia, ben che vada, tra gli esempi di fiction “scolastica” migliore mi vengono in mente I liceali. Serie che guardi e pensi anche: “Carina”. Però, dopo aver visto il film di Cantet, ti rendi conto che i francesi hanno davvero tutta un’altra classe.
(voto 8/10)