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giovedì 4 luglio 2013

La cosa più strana che troverete è l'amore

In questi giorni ho capito una cosa molto importante: perché Berlino in qualche modo mi scioglie. Il mistero mi è stato svelato già a pagina 11, dove Berlino viene definita come “la capitale europea verosimilmente meno stressata”. D’altronde quando in un posto si vive certe cose si danno per scontate e semmai ci si stupisce quando ci si rende conto che altrove non è così.

Oggi, come da tradizione, vi darò prima la cattiva notizia, che forse avevate già temuto con la mia premessa: ho letto un altro libro che parla di Berlino.
Ma stavolta c’è anche una buona notizia, anzi ce ne sono tre:
1) questo libro è una sorta di guida, ma presenta Berlino da un punto di vista talmente alternativo da sembrare logico, ovvero non come una vetrina da ammirare, ma come un’amica da conoscere pian piano;
2) questo libro si legge come una lunga fiaba, o come tante brevi favolette, a seconda della vostra voglia del momento o del tempo a vostra disposizione, rendendovi così flessibili come la Berlino rilassata di cui sopra;
3) dulcis in fundo (per chi pensa che Berlino – Germania – lingua tedesca abbiano un gusto amaro quasi aspro al quale non riusciremo mai ad abituarci): 1- questo libro esiste solo in italiano, 2- e si rivolge direttamente agli italiani, anche a quelli che non saprebbero nemmeno loro perché sono finiti a Berlino per tre, sette, dieci giorni, o forse per sempre, 3- e vi farà innamorare della città.

Si tratta di una guida di Berlino, ma fra le righe leggerete amore per Berlino, leggerete la consapevolezza che anche il Lettore si innamorerà della città, che quel Lettore siete proprio voi, e che è a questo che vi prepara il libro, che è in questo innamoramento inspiegabile che il libro vi guida. Un innamoramento all’ italiana, nel senso più poetico e pervaso di maraviglia del termine.
Quindi non è una normale guida turistica, vi avviso.
Le normali guide turistiche di Berlino (e io lo so, perché ne ho viste tante e alcune, pensate, le ho pure lette) hanno una struttura ben precisa. Innanzitutto, la lista di attrazioni consigliate è sempre la stessa, ciò che cambia è come vengono presentate. Ci sono ad esempio guide patinate con molte fotografie, e altre che a malapena hanno la foto di copertina. Tutte hanno nel risvolto di copertina iniziale la mappa del centro della città e alla fine del libro la mappa delle linee della metro. Alcune guide sono suddivise per percorsi tematici di cui dovrete seguire le singole tappe, pena non capire perché quello sia stato chiamato “percorso consigliato”, altre sono suddivise per possibili esigenze e supposte priorità: cultura e musei, mangiare e dormire, divertirsi e rilassarsi eccetera. Quasi tutte offrono informazioni aggiuntive, compresi gli indirizzi dei chioschi d’informazioni turistiche, caso mai quelle della guida non vi sembrino aggiornate o siano apparentemente incomplete. Alcune guide però sono così scarne da sembrare semplici album fotografici con didascalie lunghe.
Questo libro offre di più, perché vi offre 101 Spunti per conoscere la città, intesi come informazioni complete, sì, ma che vi invoglieranno ad approfondire, conoscere, toccare con mano, sperimentare. Vi invoglieranno ad esserci. Gli Spunti sono numerati, ma non necessariamente devono essere letti in ordine, io ci ho visto tanti possibili filoni di lettura, ma qui ve ne riporto solo tre, esatto.


Filone Numero 1: la diversità si può far propria senza appianarla.
Le attrazioni “della lista” non mancano nemmeno in questo libro, eppure questa rimane una guida che vi accompagnerà alla scoperta dei vostri gusti, e in 101 Spunti vi sfido a non trovarne almeno tre che li rispecchino. Il libro inizia con la presentazione della città così come la vedrebbe un italiano che ci arriva per la prima volta, sappiamo che siamo diversi eppure quando arriviamo tutto ci sembra stranamente assurdo o incredibilmente affascinante. La diversità però non deve sembrare strana o incredibile, è del tutto normale, e a Berlino ogni diversità trova il suo spazio vitale.
Le prime dieci delle 101 cose da fare a Berlino almeno una volta nella vita* illuminano le prime perplessità che a un italiano sorgono quando arriva a Berlino, e che rispecchiano le fisse tipiche degli italiani, ad esempio: 1- perché su tutte le mini-mappe della città, anche su quella gratuita della società dei trasporti che avete preso all’aeroporto, ci sono tutte le linee di metro e treni, poi arrivate in città e la trovate attraversata anche da una miriade di linee di tram e di bus di cui non sapevate nulla, però è come se i vari mezzi di trasporto si fossero divisi le zone da servire? 2- Perché l’omino del semaforo è così famoso, quasi più famoso dell’orso simbolo della città? 3- Va bene l’indiano, va bene il turco, va bene il messicano, va bene il greco, va bene pure il cinese anche se l’ho mangiato l’altro ieri, va bene, ma: un ristorante italiano non c’è? E con tutti questi ristoranti, i berlinesi qualcosa di tipico ce l’avranno, no?


Insomma, converrete anche voi che le paure tipiche degli italiani sono tre: usare i mezzi pubblici, trovare traffico, morire di fame all’estero, ma questo libro vi tranquillizza: rilassatevi, siete a Berlino, se rispettate le piste ciclabili e non ci camminate sopra, sopravvivrete.
La cosa più strana che troverete a Berlino? Al contrario degli italiani, che sono fissati con l’igiene personale e con la pulizia della propria casa, i tedeschi hanno la fissa dell’igiene, della pulizia e della cura maniacale dei beni e dei luoghi pubblici.


Filone numero 2: non c’è solo ciò che vedete in vetrina.
Gli Spunti dal Numero 11 al Numero 100 sono fra i più disparati, accanto alle attrazioni più rinomate svelano anche curiosità più nascoste, di quelle che potrebbe non capitarvi mai di incontrare per caso, perché la vostra normale guida da quattro soldi ha la mappa del solo centro e voi non conoscete nessun italiano che sia già stato a Berlino, o che ci sia rimasto così a lungo da scoprire certi angoli non ancora famosi. Vi raccontano anche curiosità sui palazzi particolari di cui vi chiederete ”ma cos’è ‘sta roba?”, e su personaggi che sentirete nominare qua e là. Se leggerete questo libro nella sua interezza troverete tanti nomi di persone, di edifici, di luoghi, di locali e spesso, tra parentesi, la via e il numero civico: non lasciatevi spaventare, non dovete leggere tutte le vie, ma segnarvi solo quelle degli Spunti che vi interessano (non per niente sono tra parentesi, no?)*.



Alcuni degli Spunti li leggerete solo per curiosità, perché forse non vi interesserà tentare di entrare nella discoteca più famosa e con la selezione più rigida all’ingresso, in nessuno dei tre giorni in cui fa orario continuato ininterrotto, cioè nemmeno il primo giorno quando è vuota e dovrebbero far entrare cani e porci, e nemmeno il terzo, quando i meno resistenti son già andati a casina. Altri Spunti saranno nella vostra lista sin da subito, poi incomincerete una seconda lista, erroneamente chiamata “di riserva”, e poi una terza, segretamente chiamata “a tema”, come a dire che vi siete già immaginati il vostro percorso, per poi temere che il tempo non vi basterà, anche se una volta a Berlino, e fatta amicizia con i mezzi pubblici così presenti e puntuali, riuscirete a spuntare molte delle voci delle vostre liste, per poi accorgervi che, senza volerlo consciamente, avete in realtà costruito pian piano, e guida Berlino 101 alla mano, una quarta lista, più interessante, più personalizzata, in qualche modo più adatta alla “vostra” Berlino. E sentirete spesso parlare de “la mia Berlino” perché ognuno ha la sua, ve ne accorgerete appena l’avrete conosciuta. O forse non lo dirà mai nessuno, ma voi saprete che è così. Infine, alcuni Spunti li terrete per la prossima volta, perché un’altra cosa che succederà a vostra insaputa, sarà il nascere e crescere dentro di voi della consapevolezza che a Berlino ci tornerete. E questo libro vi aiuterà a capirlo un po’ prima.



Gli Spunti offerti sono storici, architettonici, letterari, musicali, mondani, teatrali, artistici e artistico-stravaganti, sportivi, ambientalistici e di vita quotidiana (per chi vorrà fare il biglietto di sola andata), e ci sono pure consigli pratici: siti internet da consultare, riviste da sfogliare, abbigliamento da indossare davanti a buttafuori pignoli, quale biglietto comprare e dove, cosa fare delle bottiglie vuote, quali pregiudizi giustificabili lasciare a casa e quando. Questa guida è una sorta di amica che vi presenta un’amica, la quale ha pregi e difetti come tutti, ma che non potrà non piacervi una volta che l’avrete conosciuta meglio, una volta che avrete “imparato a conoscerla”, come si dice in tedesco, basta sapere come prenderla (lo dico per i più restii a fare nuove amicizie). Io stessa, che leggo per il 50% libri che parlano di Berlino (e ora non ditemi che non ve ne eravate accorti), ho sorriso nel ritrovare alcune curiosità che solo se si vive in una città, fra i suoi abitanti, si possono scoprire: piccole manie come quella di mettere i soprannomi ai palazzi, soprattutto quando non si approva tanto quell’ennesima opera edilizia. A prima vista, infatti, la tolleranza di Berlino si manifesta soprattutto quando viene demolito e ricostruito un palazzo, o quando viene progettato ex-novo in un luogo improbabile, con forme impossibili e di dubbia utilità. Eppure anche i berlinesi si lamentano inascoltati, perciò palazzi spariscono e risorgono a Berlino, e il vuoto che si crea o il nuovo palazzo che viene costruito, si becca a quel punto un bel soprannome. Vi capiterà di passare davanti al Palazzo della Cancelleria federale, un edificio moderno, bianco, geometrico, con enormi vetrate, alcune tonde: questo è quello che sembra a me quando lo guardo, ma i berlinesi, quando l’hanno visto la prima volta, l’hanno soprannominato “la lavatrice”*. Ma non solo i soprannomi vi verranno svelati in questo libro, bensì anche altri termini molto usati dai berlinesi, che saranno anche famosi per essere musoni, ma che non mancano di un certo senso dell’umorismo. Vi riporto ora una frase trovata su internet in questi giorni, che vi preparerà alla vostra vacanza, se deciderete di farla tra luglio e agosto: “Adoro l’estate berlinese, per me è la più bella settimana dell’anno”.



Filone Numero 3: andare oltre il limite noto.
Il terzo filone che ho individuato è seminascosto fra le righe, prima di leggerlo lo sentirete. Se all’inizio vi sembrerà che questo libro, pur nella sua atipicità, sia in fondo una guida per turisti di passaggio, man mano vi renderete conto che non solo vi siete innamorati della città e vorreste restarci per sempre, ma che questo libro è proprio dedicato a persone come voi. È vero, voi potreste essere davvero persone che a Berlino si sono trasferite in cerca di lavoro (e non faccio riferimento solo al tormentone dell’anno “in Italia c’è crisi”, perché gli italiani berlinesi d’adozione hanno una tradizione più lunga che ha origini nella canzone “voglio imparare il tedesco, lo voglio imparare in Germania, a Berlino per la precisione”), ma è più probabile che siate partiti con l’idea di comportarvi come ammirati turisti di passaggio, purtroppo però non riuscirete ad esserlo. Una volta arrivati in città, finite le prime presentazioni, vi si affaccerà alla mente gradualmente un pensiero strano, un pensiero che vi farà sorridere nella sua assurdità, ma che allo stesso tempo non vi sembrerà poi tanto incredibile. Un pensiero alimentato dalla scoperta che a Berlino da anni vivono stranieri che continuano a non sapere una parola di tedesco, che davvero sentire il tedesco per strada è difficile, che si spende poco, che quello che state vivendo come turisti a Berlino è la vita quotidiana, perché Berlino non è solo una metropoli alternativa e all’avanguardia, ma è la città dei parchi, dei parchi giochi per bambini, dei giochi di una volta, delle famiglie giovani e non, delle notti al museo, delle biciclette come mezzo abituale di trasporto, dei vecchietti che camminano tenendosi per mano, della cacca di cane sui marciapiedi e all’improvviso vi sentirete davvero rilassati. Lo Spunto Numero 101 vi propone di vivere la città per scoprire da soli il vostro Spunto Numero 102. Quello che sarà davvero il primo verso la vostra Berlino.
Questo libro è fatto per essere tenuto in mano, per essere sfogliato con la crescente sensazione di conoscere da sempre Berlino e il suo modo di essere, di offrirsi, e voi salterete da uno Spunto all’altro grazie ai rimandi, rapiti dalla vostra stessa curiosità vorrete saperne di più, e non vi sentirete più turisti di passaggio, nemmeno quelli di voi che andranno via davvero dopo tre, sette o dieci giorni, non consulterete questo libro come una normale guida della città, ve l’avevo detto, ma come un diario in cui di volta in volta ritroverete voi stessi a Berlino. Nella vostra Berlino.
 
 101 cose da fare a Berlino almeno una volta nella vita di Chiara Fabbrizi
Ancora tre cosucce:
*Perché questo titolo? Scommetto che la risposta oramai la sapete: perché ci vorrete tornare almeno un’altra volta nella vita.
*Per questo viaggio alla scoperta della vostra Berlino vi servirà una mappa dell’intera città e dei dintorni (in tedesco “Berlin und Umgebung”), ovvero di boschi, laghi e località.
*In questo libro non ci sono foto, solo le fedelissime illustrazioni di Fabio Piacentini; le foto fatele voi dall’angolazione che preferite, se invece volete l’inquadratura ufficiale, compratevi le cartoline e usatele come segnalibro.

lunedì 6 maggio 2013

Un approdo tranquillo




Il sole, a picco sulle nostre teste, il frinire, incessante, delle cicale è ormai entrato nelle orecchie superato, per intensità, solo dal potente soffio del Mistral.
Camminiamo di buon passo per arrivare alla Courtade, la spiaggia più piccola, meno accessibile, lontana dal centro di Porquerolles, nostro buen retiro.
Nel dipartimento del Var, Porquerolles è la più grande, la più conosciuta, la più (ahimè) turistica delle isole di Hyères (les Iles d’Or). Tre isole (Porquerolles, Port Cros, le Levant) e una manciata di spuntoni rocciosi che solo i francesi, nella loro grandeur, riescono a definire isolotti. Siamo a poco meno di 500km da Milano, a 20 da Tolone circa 50 da Marsiglia.
Piazzeforti militari (ben visibili i resti dei forti) fin dal XVI secolo, nelle epoche successive videro passaggi di ogni tipo di soldati ed eserciti, fini alle navi degli alleati che, nel 1945 andavano a liberare la Provenza.
Storia un po’ diversa per le Levant, da covo di pirati, nel VI secolo, a penitenziario nel XIX°; oggi le Levant rimane la più incontaminata delle tre grandi isole, essendo divisa tra il controllo militare e il villaggio naturista di Héliopolis. Qui si accede solo se naturisti: questa forma di “discriminazione positiva” ha fatto si che le Levant conservasse una notevole integrità di fauna e flora, soprattutto nei fondali marini.
Proprietà private, fino alla prima metà del XX secolo, ora Port Cros e Porquerolles sono parchi nazionali, di proprietà statale. La protezione della natura (una splendida macchia mediterranea con presenza di vegetazione tipica di zone tropicali) è al primo posto delle priorità: non si può fumare (in giro per l’isola), assolutamente vietato il campeggio (sia libero, sia controllato, non ci sono camping) e non ci sono automobili: ci si sposta in mtb o a piedi. Si è collegati alla terraferma da un servizio di battelli che partono ogni ora dal Porto di Hyères o (molto più suggestivo) dalla Tour Fondue (il nome, appunto, dai resti del forte di avvistamento) punta quasi estrema della penisola di Hyères.
Dal porticciolo dell’isola ci appare il “centro” di Porquerolles. Un gruppo di case, dai colori e profumi di Provenza. La piazza del gioco delle bocce, comune nei paesini di questa zona, tanto quanto le varie piazze Mazzini o Garibaldi da noi. Una manciata di negozietti, un paio di ristorantini, il noleggiatore di bici e di barche.
E’ da suicidio vedere questo luogo dell’anima nel periodo della piena estate (luglio/agosto) quando i traghetti della TLV “vomitano” (mi sia concesso il termine un po’ pulp) turisti affamati di un posto spiaggia che si scapicollano verso la Plage d’Argent, la più vicina al porto. Plage d’Argent, per la sabbia grigia, che grazie al riflesso del sole, sembra appunto d’argento….inutile dire che, in piena estate sembra un mix fra le spiagge super affollate della riviera adriatica nostrana e la Costa Smeralda con i suoi yacht ormeggiati al largo…
Più lontana (circa 30 minuti, di buon passo) è la spiaggia di Notre Dame, la più grande dell’isola, con alle spalle una bella pineta di pini marittimi. Di fronte, ovunque, un mare dalle sfumature smeraldo e turchese, completa il panorama da “Laguna Blu”…
Posto, dicevo, che bisogna assolutamente evitare d’estate: in primavera o alla fine di settembre Porquerolles si presenterà ai nostri occhi come apparve a Simenon.
Il grande autore belga, completamente travolto dalla “porquerolite” che scriverà qui un buon numero di opere, ambientandoci anche tre romanzi e un racconto.
Sull’isola lo ricordano come “il puttaniere”, l’uomo delle nebbie belghe, qui era un gaudente pescatore, giocatore di carte o bocce nonché tombeur de femmes, che non si lasciava scappare occasione di prendere alloggio a Le Mas, oggi hotel di charme, all’epoca albergo-bordello…
Oltre a Le Mas esistono altri piccoli alberghi o super lussuosi hotel (con piazzola per fare atterrare il vostro elicottero privato, sapevatelo!!!). Fuori stagione è anche possibile trovare una camera privata, a prezzi non eccessivi.
Non è esattamente dietro l’angolo, questo posto, dove, come diceva Simenon “tutti pescano, tutti giocano, tutti sparlano, non tutti amano ma nessuno ha fretta, nessuno insegue un’affermazione, un obiettivo”; dove si può camminare, a volte inerpicandosi, alla ricerca (anche interiore) e alla scoperta di posti segreti, inattesi, intonsi, accompagnati solo dall’instancabile, eterno frinire…o dalla musica (da portare con sé) di Henry Salvador (personalmente consiglio Chambre avec vue).



I.E.


Soundtrack per accompagnare la lettura:


lunedì 29 aprile 2013

Fumi, profumi e colori... (momenti a Marrakech)

Questa settimana partiamo con un novità: una nuova collaboratrice con un suo post nuovo di zecca. Lei è Irriverent Escapade e ha mandato una cartolina da Marrakech...


Abdullah, Abdu per gli amici, è un bell’uomo, dagli occhi fieri, elegantemente vestito di una candida tunica bianca. Non la porta tutti i giorni, anzi, solitamente veste all’occidentale, per lo più sponsorizzato da tour operators europei. Non sta mai fermo, Abdi, come lo chiamo io, quasi vezzeggiandolo. Quando cammina, passi lunghi e ben distesi, ha un non so che di marziale. Eccoci, siamo nella medina, al’ingresso del souk. “Che cosa volete vedere?” ci chiede il nostro accompagnatore. “Tutto Abdi, ogni cosa”. Abituato a richieste specifiche , rimane un po’ interdetto; forse sperava di cavarsela velocemente con noi. “Take it easy” gli dico io, oggi va così… Al seguito del nostro moderno condottiero ci addentriamo nelle strette e animatissime vie del souk, su e giù, passiamo attraverso la zona dei pellai, quella degli orafi dove una miriade di donne dalle vesti lunghe e dal capo coperto, si ferma davanti a queste vetrine che, i miei occhi, sinceramente, leggono cariche di paccottiglia. Abdi, captata al volo l’espressione della mia faccia, tira dritto e, non visto, tira pure un sospiro di sollievo. Non so dove posare il mio sguardo curioso ed incuriosito. Mi fermo ad osservare un fabbro che sta abilmente lavorando ad una cornice. Nel suo negozio ci sono anche molte lampade, in ferro e vetro. Belle. Questa starebbe bene sul mio tavolino da notte, penso…Voilà. Ecco che, velocissimo, il fabbro ha fiutato l’affare. Lascia immediatamente la cornice cui stava lavorando, si avvicina a me, biascica qualcosa in tedesco, “sono italiana” gli rispondo in francese (sorridendo tra me e me, pensando allo splendido Abatantuono di Marrakesh Express “Ponchià, je m’appelle Ponchià!!”) “Italia aah bella Italia…Italiano-Marocchino, una faccia, una razza!”, replica il nostro, additando il mio compagno. “Belli cose, belli cose, cosi vuoi tu, tu piaci lampada, regalo, prezzo regalo”. Inutile dire che, immediatamente, spara uno sproposito (per i prezzi locali), se sarà fortunato, dopo qualche minuto, i miei compagni cominceranno a scalpitare e io dovrò cedere ad un prezzo affare, solo per lui!!..Ma io non ho intenzione di mollare il colpo. Abdi si accende, rassegnato, la terza sigaretta consecutiva (ti fa male, smetti!), il mio compagno scuote il capo, ancor più rassegnato. La contrattazione comincia. Ben presto, intorno a noi, si raccoglie un gruppo di variegati personaggi, il popolo del souk. Un ragazzino (perché non è a scuola a quest’ora? Boh) con la maglia (taroccata, ca va sans dire) di Francesco Totti, si affianca a me, mi guarda con i suoi occhi scuri e vivacissimi, nel mio vorticoso mercanteggiare. E’ passata quasi mezz’ora, non posso cedere, è una questione di principio, ma nemmeno la mia controparte sembra voler lasciare, sta diventando una questione di principio anche per lui…ma alla fine cede, il mini show che sta interpretando con me, gli fa perdere altre vendite a vantaggio delle botteghe vicine.
“On y va, Abdi” dico soddisfatta e divertita. Imbraccio il mio primo trofeo, di questa strana (quanto incruenta) battuta di caccia, in questa splendida terra che è il Marocco, in questa magica città che è Marrakesh.
Quando, vittima di croniche turbolenze, l’aereo scende sulla città e l’occhio, immancabilmente viene rapito (e il passeggero distratto) dalle morbide curve che l’Atlante, visto dall’alto, disegna, ci si interroga sulla meta di arrivo. Il terreno, benché montuoso, appare dolce, le aride rocce hanno una parvenza meno sterile. Questo è solo l’inizio di una esperienza indimenticabile, un’altra appendice dell’inguaribile mal d’Africa.
Il Marocco è un Paese molto completo e Marrakesh altro non è che la sua immagine fatta a città. La più turistica delle Città Imperiali si presenta a noi con il suo abito più bello: la grande piazza Jemaa el Fna (letteralmente “la riunione dei trapassati”, luogo dove, un tempo, venivano eseguite le condanne a morte) al calar del sole. Tutto intorno si colora del caldo rosso del tramonto: cominciano ad accendersi i fuochi delle “cucine di piazza”, i venditori d’acqua, girano ancora più vorticosamente mentre si sciolgono piano piano i capannelli intorno ai farmacisti e ai dentisti ambulanti. Gli incantatori di serpenti e gli acrobatici saltimbanchi continuano il loro spettacolo per quei turisti che, timorosi di avventurarsi all’imbrunire nella sempre brulicante piazza, si sono, nel frattempo accomodati sulla terrazza del Café Glacier. E guardano, osservano, spettatori estranei ed immobili, la vita che scorre vorticosa sotto i loro piedi, in questa piazza sempre più rumorosa, sempre più colorata….salvo poi tornare alle loro borghesi realtà e raccontare di mirabolanti cose viste.
Il rassegnato e (ormai) rilassato Abdi ci guida attraverso le varie cucine. Sono incosciente e golosa: dimentico (volutamente) che le delicatessen che appaiono davanti ai miei occhi sono cucinate in ambiente poco igienico. Abdul assaggia e io, compiaciuta (malgrado il mio compagno mi redarguisca brandendo dell’enterogermina), lo imito. Non domando cosa sto mangiando, gusto e basta. Riconosco a tratti questa o quella spezia, mi lecco dalle dita, alternativamente, schizzi di piccantissima harissa o appiccicose lacrime di miele.
Ebbra di queste (per lo più) misteriose delizie mi faccio trasportare dall’entusiasmo. Vorrei tornare per un altro giro all’interno della medina. Categorico rifiuto da tutti i fronti. Smonto dal mio attacco di egoismo ed accetto di andare a sedermi e fare (per un po’) la normale turista. Perché no?! Evitiamo il Glacier e ci accomodiamo al Cafè de France. Fendendo letteralmente una bolgia umana, saliamo al primo piano, dove guadagniamo una buona postazione. Lo spettacolo della piazza che si apre sotto i miei occhi è quello di una grande onda colorata che si muove in un disordine affatto casuale, paradossalmente, ordinato. Cerco di togliere la messa a fuoco della mia vista e il tutto mi appare come un dipinto divisionista. Vorrei essere un artista e poter fermare i colori e le luci nel modo in cui i miei occhi (volutamente) sfocati li stanno vedendo. Ma purtroppo artista non sono.
Dal maggio 2001, l’Unesco ha proclamato questa piazza “Patrimonio orale dell’Umanità”. Non serve essere antropologi o sociologi per capirne le motivazioni. Basta lasciarsi guidare dai sensi, dall’istinto. Ascoltare, annusare, osservare con gli occhi del cuore ancor più che con quelli della ragione, senza aver troppa fretta. Si arriverà a penetrare veramente questa piazza, abbeverandosi della vita che da lei trabocca, così come fece un ormai vecchio (e cieco) Jose Luis Borges paragonandola alla musica delle dune del deserto.



Musica consigliata per la lettura:

Cheb Khalid - Wahran Wahran

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I.E.

lunedì 10 settembre 2012

Viaggio a Berlino



Durante le mie vacanze estive brevi e anomale (solo cinque settimane, e a 40 gradi all’ombra), ho avuto modo di notare, io che ho provato diversi mezzi di trasporto nella vita (come tutti), che avere una macchina a disposizione è una gran comodità, perché non mi lega ad orari di partenza e di rientro o alle sole località ben collegate, e fin qui so per certo di non aver detto nulla di nuovo; eppure avere una macchina a disposizione ha un lato negativo non indifferente: arrivare in una città, trovare il parcheggio più comodo (e possibilmente gratuito), lasciare lì la macchina (possibilmente all’ombra), e incamminarmi verso il centro cittadino, non è affatto romantico. Infatti, la visita alla scoperta di una città ricca di storia e fascino per il solo fatto di esistere e di essere diversa da quella in cui sono cresciuta (che oltretutto è un paese, non una città), non può banalmente partire da un parcheggio alle porte della ZTL: il vero punto di partenza originario storico e romantico per la visita di una città è la stazione ferroviaria.

mercoledì 20 giugno 2012

Il cielo nella Staatsbibliothek di Berlino


“Passai quasi tutto il pomeriggio successivo nella biblioteca dentro cui Wenders Ha girato molte scene del suo film Il cielo sopra Berlino. La Staatsbibliothek di Hans Schroun direi che è un luogo privo di volumi, se l’espressione non suonasse come un calembour un po’ cretino. Lo spazio pare avvolgerti e nello stesso tempo collocarti a distanza da ciò che ti circonda. Gli altri sembrano privi di profondità. Impressione di pura superficie, scivolamento. L’edificio, magnifico esempio di quella che si chiama architettura organica, è quasi coetaneo del Muro: curioso come un Paese possa dare di sè, nello stesso momento storico, due immagini così diverse- una soffice ed accogliente, l’altra rigida, fratta. Quando uscii, verso sera, guardai Berlino come fosse la versione tutta a colori del film di Wenders. Una versione più morbida, tumefatta.”
Mario Fortunato, Quelli che ami non muoiono


La Biblioteca Nazionale di Berlino, progettata da Hans Scharoun, venne costruita volutamente e provocatoriamente, negli anni della guerra fredda, a ridosso della “terra di nessuno”, la zona della vecchia Postdamerplatz, ripresa da Wenders ne “Il cielo sopra Berlino”.



Nel film di Wenders (1987),  due angeli, Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander), scendono sulla terra e si mescolano fra la popolazione di Berlino. Damiel incontra Marion, una trapezista; per lei deciderà di perdere le ali. Un ex angelo (Peter Falk) lo aiuterà a trasformarsi in un semplice mortale.


Giacy.nta