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lunedì 27 agosto 2012

La pioggia gialla delle forsizie


Una pioggia calda arrivò tamburellando sulla carrozzeria delle macchine, appannandone i vetri. Tossii nel palmo della mano una boccata di fumo aspra come il veleno, restituendo un sorriso di compiacenza alla cameriera che mi aveva servito un caffè, bollente che quasi mi raschiò la gola. Fuori dalla pensilina del bar soffiava un vento di scirocco che rendeva l’aria umida e tiepida. I passanti per strada sgattaiolavano rapidi. Come il mondo, d’altronde. Accesi un altra sigaretta e osservai la fiammella gialla e guizzante spegnersi tra le dita. Con un mal di testa in sordina che non si decideva a deflagrare, eccomi di nuovo solitario. Ordinai sempre alla stessa cameriera un Bloody Mary, che mandai giù di un fiato. A furia di stare da soli si diventa cauti, tanto che quella paura fottuta d’innamorarmi, di lasciarmi andare, di aprirmi e raccontarmi, continuava puntualmente a presentarsi, maltrattandomi e rivoltandomi in maniera feroce l’anima. Mentre i pensieri se ne andavano alla deriva, mi ricordai di quei brividi che mi avevano scosso prima che tutto finisse. Sapevo bene che era troppo tardi per cambiare rotta.

Attraversai la città a piedi con le palpebre strette e considerai che non si ha mai ragione da soli. Il vento era calato e una pioggerella, sorda e triste come un dolore, mi sorprese. Mi alzai il bavero del sgualcito soprabito, come per difendermi. Maddalena aveva portato scompiglio nella mia esistenza. Una vita senza infamia e senza lode, la mia, ma non mi andava di farmene una colpa. Camminavo sotto la pioggia e, rimasticando pensieri, tirai un sorso di gin dalla bottiglia che mi penzolava tra le mani. Era quasi mezzanotte quando rientrai in casa. Osservai le pile di dischi, i libri accatastati alla rinfusa sugli scaffali, il caos totale sopra il tavolo e mi sdraiai sul divano, osservando la luce obliqua della notte che penetrava dalla finestra. Avevo fatto in tempo a mettere sul giradischi Autumn in New York di Charlie Parker che caddi in un sonno tumultuoso.

Charlie Parker fu l’uomo della pioggia. Quella pioggia che si schioda ad un tratto dal cielo e viene giù come un diluvio universale. Un visionario delle sette note, che solo quando era intento a suonare riusciva a liberarsi dall’eroina. Una tossicomania acquisita sin dall’adolescenza. Era in quei frangenti che il suo dialogo interiore si metteva in moto. Attraverso di lui la musica si esprimeva in tutta la sua naturale bellezza. Notturna, violenta, brutale e, alle volte, tenera e dolce, la sua arte lambiva i contorni incerti del bene e del male, emanando un’ondata scura e affamata d’amore. Una storia, quella di Charlie “Bird” Parker, di ordinaria solitudine.

Un anima pesta, gettata tra le fauci di un mondo privo di delicatezza. Così come è capitato a tutti i dannati di questa terra, teneva più ai suoi veleni che a tutto il resto. Anche se, poi, lui trovava sempre uno spicchio di luce dentro i crepacci dove dimoravano i suoi mostri. Quegli scampoli d’innocenza e d’ingenuità, che gli restarono sempre attaccati dentro, lo preservarono dal cinismo del mondo. “e state a sentire vi prego, questo vecchio sax-tenore che suona come un dio”- alzò il volume della radio fino a far vibrare la macchina - “e ascoltatelo mentre racconta la sua storia ed esprime il vero rilassamento e le vera conoscenza” (Jack Kerouac - Sulla Strada)

Avevo collezionato un gran bel numero di errori non c’è che dire, ed ero pure cresciuto con la testa piena di cazzate. Guardai la mia immagine accigliata nello specchietto retrovisore dell’auto mentre procedevo a trenta all’ora, ascoltando Monk, il santone pazzo del jazz, in Round Midnight. E’ risaputo che a furia di cercare si finisce sempre per trovare qualcosa. Ma lei era ormai un capitolo chiuso. Avevo avuto il mio momento di gloria, non potevo più accedere ai suoi pensieri, né al suo corpo, ma di questo potevo biasimare solo me stesso. Guidavo non sapendo dove andare, solo che quell’unghiata mi doleva come un ostinato mal di denti. Uno stuolo di nuvole grigie si addensò nel cielo, ascoltai i gemiti sordi del vento. Tra non molto, ci avrei scommesso, sarebbe venuta giù la maledetta pioggia. ”vidi improvvisamente due fari che mi abbagliarono in faccia nella pioggia scrosciante. ahimè, credetti di essere sul lato sbagliato della strada; mi spostai verso destra e mi ritrovai a correre in mezzo al fango; mi riportai sulla strada. di nuovo i fari mi investirono diritti in viso; all’ultimo momento mi resi conto che era l’altro ad essere sul lato sbagliato della strada e non lo sapeva. (Jack Kerouac - Sulla Strada)

Con una barba lunga di tre giorni mi ripresentai al lavoro. Linda la mia collega di stanza, che solitamente era una donna gentile, mi guardò con attenzione e poi esclamò ambigua: “la malinconia alle volte non serve a nulla, non trovi Ferdinando?” Feci finta di non voler capire, mostrandole un ghigno da lupo e inabissandomi nelle pratiche arretrate che inevitabilmente si erano accatastate sulla mia scrivania. La vita mi aveva allenato a temere sempre il peggio e, in quanto a innocenza, non sapevo più che sapore avesse, da molto tempo ormai. Lavorai senza staccare neanche per la pausa pranzo, anche perché non avevo nessuna voglia di incrociare gli sguardi curiosi dei colleghi, né di scambiare con loro alcuna parola. Quando uscii dall’ufficio erano le sei e un quarto del pomeriggio. Avevo completato il lavoro arretrato e mi sentivo con la coscienza a posto. Nessuno, oltre me, doveva pagare le conseguenze delle mie condanne. Quelle erano solo le mie. Prima di rientrare a casa feci un giro a piedi nel centro della città. Una ragazza in carne con una maglia a fiori e un viso grazioso mi diede un volantino che pubblicizzava una palestra. Gli uomini come al solito andavano di fretta. Mi fermai nelle vicinanze del porto ad osservare le navi che attraversavano lo Stretto. Sembrava che graffiassero l’acqua piatta senza lasciare alcuna traccia del loro andirivieni, quei giganti del mare, a differenza di noi uomini che, ad ogni movimento, segniamo impronte profonde, persino dolorose, come quelle che Maddalena mi aveva impresso.

Florence disse che desiderava che Neal la stringesse anziché masticare quel sigaro. Jack fece segno di si con la testa e sognò di trovarsi in un bar con Charlie Parker sul palco e nessuna preoccupazione (Jack&Neal - Tom Waits). Durante gli anni settanta Tom Waits se ne stava rintanato al Tropicana Motel di Los Angeles. Prima di lui in quelle camere erano stati ospiti Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix ed Alice Cooper. Al Tropicana le band di rock’n’roll si lasciavano andare ai piaceri più sfrenati, quelli che Ian Dury riassunse in una semplice e perfetta canzoncina “Sex & Drugs & Rock’n’roll”. Waits a quel tempo abbaiava alla luna e dormiva fino a mezzogiorno. Viveva da vero beat in compagnia di Rickie Lee Jones e dell’amico Chuck E. Weiss. Un trio di randagi che usavano il Motel come base, per poi spostarsi ad esplorare i sogni in bianco e nero che Jack aveva raccontato e che Neal aveva percorso con la sua lucida follia. Prima di morire lungo i binari della ferrovia agli inizi del 1968, dopo anni di abusi di alcool e droghe. Lungo le arterie americane la magnifica macchina faceva sibilare il vento; faceva sì che le pianure si svolgessero come un foglio di carta; staccava da sè l’asfalto bollente che la rispettava; una macchina da re. Aprii gli occhi alle brezze dell’alba; andavamo incontro a tutta forza. La faccia impietrita e ostinata di Dean stava sempre piegata sul cruscotto con un’ossuta decisione tutta sua (Sulla Strada - Jack Kerouac). Nel 1975 insieme ad Allen Ginsberg, William Burroughs e Patty Smith, Waits prese parte al pranzo per la presentazione del libro di Ed Sanders Tales Of Beatnik Glory. Barba caprina arruffata, capelli incatricchiati e la bombetta dei jazzmen in testa. Tom Waits fumava come una pentola le ansie di chi, come lui, transitava nei territori che stanno in fondo all’oscurità. Da nord a sud, da est ad ovest, da Denver a Pittsburgh, sotto le stelle del west.

Una sera Charlie Parker, mentre improvvisava con il suo sassofono suonando ripetutamente Cherokee, un brano di Ray Noble, si accorse che impiegando sulla linea melodica del pezzo gli intervalli più alti degli accordi e mettendoci sotto delle nuove armonie abbastanza affini, il brano catturava un nuova percezione. Il bebop nacque da questa sua intuizione. Provavo un senso di benedizione dolce, travolgente, come un grosso getto di eroina nella vena principale; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa rabbrividire (JackKerouac - Sulla Strada). Prima di salire nell’appartamento mi fermai a parlare con il giardiniere della villetta di fronte casa. Un uomo acuto e affabile che mi illustrò alcune caratteristiche della forsizia, una pianta che mi attraeva e a cui teneva molto. Intanto che parlavamo, scrutai il palazzo dove abitavo e mi parve come un dipinto di Edward Hopper, per quell’ aria triste e solitaria che aveva. Al pari del sax di Charlie Parker in Out Of Nowhere. Salendo le scale rimuginai tra me e me che se pure l’avessi chiamata non avrei avuto più niente da perdere. Era inutile macerarsi nell’incertezza, al massimo mi sarei potuto afferrare un sonoro vaffanculo. Lo avevo letto da qualche parte che i dannati non piangono, ma era pur vero che avevo l’anima come mangiata dalla ruggine. Ed allora sarebbe stato meglio morire subito che in una lenta agonia.

Non appena rientrai in casa, accesi lo stereo e misi sul piatto Foreign Affair di Tom Waits. Un disco che porta con sè brandelli di pioggia, destinato a tutti quei pazzi di vita che hanno ricevuto un colpo da ko, ma che, pur traballando, riescono in qualche modo a non cadere. Vecchio figlio di puttana ti sei finalmente messo su questa benedetta strada (Jack Kerouac - Sulla Strada). Canzoni che sono come tante piccole lacrime tra le ciglia, narrate in notti spese alla ricerca di quella cosa che mai raggiungeremo. Ballate dolci e amare, perfette per coloro che si sentono in fuga dal mondo. Preparai delle uova fritte con prosciutto e formaggio e bevvi del vino. Un Nero d’Avola acquistato al supermercato. In Foreign Affairs Tom Waits è un vero vagabondo, in viaggio con la sua signora Fortuna. Ha un ombrello di malinconia aperto sulla testa e insegue a rotta di collo quei sogni selvaggi che crescono ai margini della strada dalle parti di Burma Shave. Ma è anche un bastardo pianista da luride bettole ”dove tutti hanno un piede nella fossa” mentre, avvolto dal fumo di una sigaretta che si consuma da sola nel posacenere, alticcio e stralunato, sussurra alla luna che: L’ossessione è nell’inseguire qualcosa non nell’apprenderla. Nel continuare a muoversi senza riposarsi mai. Presi il telefono e composi il numero di Maddalena. Dall’altra parte del filo la suoneria squillò cinque, sei volte e poi entrò il bip della segreteria telefonica che mi invitò a lasciare un messaggio. Non mi persi d’animo e recitai: Piccola ti prego non andartene ti chiedo scusa cara. Ho scambiato una bottiglia per una tromba e una cappelliera per una batteria. Ti chiedo scusa cara. Sono dispiaciuto ho perso la testa. Non pensavo davvero le cose che ho detto. Tu sei l’essenza dei miei sogni. Cara ti chiedo scusa(*). Mi addormentai un pò brillo sulla sedia a dondolo, aspettando che mi richiamasse. La mattina dopo, appena sveglio, feci un caffè come si deve e mi affacciai sul balcone. Vagliai che mi sarei dovuto fermare, correvo il rischio di non ritrovarmi più. Ero già sotto la linea di galleggiamento. Udii i passeri cinguettare, sbattei le palpebre e guardai nel giardino di fronte la pioggia di fiori gialli delle forsizie. Me lo aveva spiegato il giardiniere. Queste piante fioriscono con l’approssimarsi della primavera, quando preannunciano l’allungarsi delle giornate e l’aumentare delle temperature.

Il cielo era di un azzurro nuovo. Mi accesi una sigaretta, e pensai ad alta voce che questa volta sarebbe andata bene.

Bartolo Federico Giugno2012
(*) I beg your pardon (da One from the heart - Tom Waits)


art: Cherotto

lunedì 25 giugno 2012

Melissa



Erano quasi le dieci di una mattina di fine maggio, senza sole e con le nuvole dietro la collina che minacciavano una pioggia torrenziale. Me ne stavo sotto la pensilina di legno della veranda di casa di Melissa e guardavo il Mississippi scorrere. Lei era in ospedale, dove lavorava come infermiera. La  mattina, quando era uscita, mi aveva baciato sugli occhi che ancora dormivo, sussurrandomi di fare la spesa perché “di lì a poco il frigorifero avrebbe fatto le ragnatele”.

mercoledì 6 giugno 2012

Scuro come un cunicolo


Glauco se ne stava sulla branda tentando di familiarizzare con la penombra ma, avendone viste fin troppe di cose non chiare, era troppo suscettibile per riuscire a rilassarsi e dormire di botto. Così, i fantasmi che lo avevano in custodia fecero presto ad arrivare per tormentarlo. Non aveva mai avuto vita facile con quegli esseri inquieti e dalle mille facce strane. Scrutò il soffitto per tentare di scacciarli e iniziò a porsi degli interrogativi. Il treno delle due e trenta passò puntuale sotto la finestra con il suo carico di anime tremolanti, facendo oscillare le pareti della casa. Hai voglia a credere a tutti quei progetti, a quei tentativi per continuare a fare quello che avevi sempre fatto. Ogni sforzo è inutile se il destino non ha l'intenzione. Persino ritrovare dentro di sè quello slancio furioso è complicato. Mentre un angoscia profonda lo prendeva si sentii sempre più solo. Bisogna cadere in piedi, pensava, ma con l’età ad un certo punto la musica che hai dentro finisce. E non ha più voglia di ballare con la vita. Nel buio si era giocato pure quel po’ di sonno ristoratore. Assopirsi con tutti quei dubbi, quelle paure, quegli enigmi che gli rimbalzavano nella mente, non era per niente facile.

mercoledì 23 maggio 2012

Lupo solitario




Mi ero imbottito di quei blues scontrosi e poco confortanti, che amavo ascoltare quando volevo fare chiarezza con me stesso. E siccome queste cose mi accadono sempre di notte, per dimostrare quanto ero forte, mi ero lavato le ferite e stavo sprofondato nell’ombra, in attesa dei primi colori dell’alba, che chissà perché tardava a venire. Avrei dovuto sistemare quella porta del bagno che cigolava fastidiosamente ad ogni colpo di vento, pensai, intanto che accendevo una sigaretta e tiravo qualche boccata. Era una notte anonima e senza sfondo, una delle tante notti che avrei preso volentieri a calci se le mie ossessioni non avessero deciso di assalirmi e vendicarsi per i soprusi e le angherie a cui le sottoponevo.

giovedì 10 maggio 2012

Malo odore blues



Cielo poco nuvoloso. I venti saranno prevalentemente moderati e soffieranno da sud-sudovest. Le temperature minime saranno comprese tra 16 e 20 gradi. La voce squillante dell’uomo delle previsioni del tempo, che giungeva dalla televisione rimasta accesa, mi scrollò dal torpore in cui ero piombato. Dormivo ancora vestito e con le scarpe ai piedi da chi sa quanto tempo.

sabato 28 aprile 2012

Tracce nel deserto


 Il freddo non mi faceva paura, c’ero abituato ma non vedevo l’ora che si facesse giorno. Quel figlio di puttana di un segugio mi aveva odorato e mi era toccato starmene rintanato in quella buca dietro quel dirupo con i rospi che gracidavano e la faccia incollata alla terra umida. Col chiaro di luna e il cielo che sembrava un cuscino coperto di spilli ci vedevo meglio, avrei solo dovuto aspettare il momento propizio per passare quella cazzo di linea. Ma quella notte non mi fu possibile per cui restai vigile e attento ai minimi dettagli perché sono loro che poi ti fottono. Ero pronto anche a morire pur di andarmene.


lunedì 23 aprile 2012

Viaggiatori nella notte

L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti...

domenica 15 aprile 2012

La mano e il cuore

Stavo in sella alle mie illusioni in un alba rosso prugna. Mi fermai in un area di servizio e feci colazione con un doppio caffè e brioche. Comprai una cartolina e in un angolo scrissi “Ti Amo”. Gliel’avrei spedita da qualche punto lungo il tragitto. Poco prima che andassi, lei mi disse, abbracciandomi: - Non mi spezza re il cuore, se puoi non farlo mai -. Guidavo e non riuscivo a dimenticare la su a ultima frase, era quella che mi rimbombava nella testa come una palla da biliardo: - Lo sai che il tempo prima o poi porta tutto alla luce, lo sai che è cosi.
Non fingere su questo neanche con te stesso -. Mi domandavo perché mai mi avesse detto quelle cose. Forse le mie ombre, i miei buchi erano visibili. La muffa sul mio cuore mi aveva sovrastato.Cosa mi era successo? Perché non avvertivo più quel segnale che mi aveva sempre messo in allerta? Avrei disinfettato e guarito definitivamente le mie ferite. Avrei tenuto fede ai miei propositi prima che, ancora una volta, fosse troppo tardi. Ma tutto ero stagnante. Mi guardavo come fossi un passante davanti ad una vetrina di un negozio che, gettata un occhiata veloce, proseguiva dritto per la propria strada. Un visitatore frettoloso di me stesso. Ecco cos’ero diventato. St. James Infirmary suonata da Allen Toussaint in “The Bright Mississippi” un disco che è un tributo ai grandi del jazz come Louis Armstrong, Sidney Bechet, Jelly Roll Morton, e Joe “King” Oliver, reggeva quei pensieri cullando i mie deliri.
La strada era rivestita dei sogni frantumati di tutti quei randagi che l’avevano attraversata. Mentre lo scenario che mi circondava toglieva il fiato, ebbi quasi paura che disturbassi quell’immensa bellezza con il mio passaggio. La strada era da sempre l’unico luogo dove riuscivo a fare chiarezza, sin da ragazzo era stato così. Sanguinavo sotto il cielo che era un tappeto di sogni usati, ma era anche il luogo da dove lei era sbucata tutto ad un tratto riempiendo la mia vita.
Dopo, lentamente si era trasfusa nelle vene e il muro era crollato. Adesso era l’essenza di tutti i miei sogni. Adesso avevo ricominciato a vivere dopo essere scivolato nel regno dei morti. Sistemo nel lettore il cd “One foot in the Ether” dei The Band Of Heathens che è un disco dove il gospel, il blues e certo funky&roll si attorcigliano come serpenti, alle tre voci dei leader che accompagnate da chitarre slide che sanno di polvere e fango si intersecano in canzoni avvolgenti che ti ronzano nelle orecchie fino a diventare appiccicose come le zanzare. L.A. Country Blues ha lo spirito fiero del rock di strada e germoglia di libertà narrando la storia dello scrittore Hunter S. Thompson morto suicida mentre era al telefono con la moglie. Ma in realtà assassinato per le sue inchieste dopo l’attacco terroristico alle torri gemelle. Let Your Heart Not Be Troubled è una ballata alla Stones, Shine a Light un gospel con slide e organo e le voci che si inseguono, What’s this world è la canzone che Steve Earle non scrive più da quando ha lasciato il Sud e la Gibson. Ancora oggi pur in pellegrinaggio dal vecchio Hank Williams non gli gira più come un tempo. Torna indietro Steve! Say è un R&B che mi riporta alla mente i Semi-Twang di Salty Tears, ma anche gli ultimi arrivati Statesboro Revue. Ad eccezione di Look at Miss Ohio di Gillan Welch è tutta farina del sacco dei leader: Ed Jurdi, Gordy Quisty e Colin Brook. La luna sottile è un cerino pronto a dar fuoco al cuore di tutti i soul lovers che bazzicano ancora le terre cattive del rock e Golden Calf con il suo incedere voodoo è perfetta per andare incontro alla notte.
Cosa avrà provato il piccolo Willie Johnson quando quel liquido tossico lo accecò, cosa fece dopo che quel secchio da bucato gettato con rabbia durante una lite tra suo padre e la matrigna gli bruciò le pupille. Forse avrà corso con le mani sugli occhi piangendo per il dolore e la disperazione attraversando i campi di Marlin in Texas senza riuscire a fermarsi mentre il mondo si oscurava per sempre. Avrei voluto essere li e tenerlo forte, abbracciarlo sorreggerlo ed avrei pregato Dio in qualche modo affinché gli restituisse la vista. Avrei voluto esserci quando scisse “Dark was the night And Cold The Ground “ un blues strumentale che esprimeva il dolore la sofferenza, il bene e il male, con note raschiate sulle corde della chitarra da un coltellino usato come slide, mentre spargeva tutto il suo tormento. Avrei voluto vederlo suonare per strada mentre predicava, perché era nella fede che si era rifugiato per trovare ristoro ad una vita fatta di stenti e miseria. Avrei voluto conoscerlo ed essergli amico. “Gesù Cristo era un uomo e aveva viaggiato in lungo e in largo. Era un lavoratore coraggioso e instancabile. Diceva ai ricchi: “Date la vostra roba ai poveri”. Così hanno fatto il funerale a Gesù Cristo” (Jesus Christ - Woody Guthrie) Blind Willie Johnson si fece predicatore battista e iniziò a divulgare il credo per le strade del Sud. Era un abilissimo chitarrista, dal suo strumento traeva suoni limpidi e puliti che lo differenziavano da tutti gli altri bluesman che bazzicavano l’area del Delta. La sua musica era un misto di gospel blues e folk dai toni caldi e seducenti ed aveva un canto che scuoteva l’animo come un fuscello.
La sua voce, potente e roca ma velata di tristezza, era il suo grido profondo, per una vita durissima, che sapeva donare comunque consolazione a chi gli prestava ascolto. Willie, come tanti altri bluesman ciechi, si guadagnava da vivere suonando per le strade in cambio dell’elemosina. ”Well, who's that a-writing?/ John The Revelator/ Who's that a-writing?/ John The Revelator/ Who's that a-writing?/ John The Revelator/ A book of the seven seals ” (John the Revelator)
Quando conobbe Angelina, un’ex cantante gospel, si sposa e va a vivere a Dallas. Ed è in Texas che inizia ad incidere le sue canzoni, una trentina in tutto, che nel tempo diventeranno pietre miliari del blues. If I Had My Way, Let YourLlight Shine On Me, You’re Gonna Need Somebody On Your Bond, Motherless Children Have A Hard Time, Make Up Dying Bed. Canzoni spesso accompagnate dal controcanto di Angelina che diedero alla sua musica un fascino tutto particolare. Un uomo sensibile e toccato nel profondo dagli eventi ingrati che lo perseguitarono. Una vita passata nell’indigenza, dove solo la musica riuscì a lenire il suo profondo dolore, un musicista sincero e speciale, ma sfortunato, anche nell’orribile morte che fece. “Qualcuno qui mi può dire che cosa è l'anima di un uomo?/ Ho viaggiato in diversi paesi/ Ho viaggiato per terre straniere/Non ho trovato nessuno che mi dica che cosa è l'anima di un uomo.” (Soul of a Man). La sua casa andò in fumo e Willie Johnson, che non sapeva dove andare, restò a dormire tra quelle macerie. Quella sera il cielo lampeggiò e faceva un freddo cane. Si rannicchiò su se stesso e si addormentò. A testa in giù, nella fredda terra sprofondò. Quando Ry Cooder suonò Dark Was The Night nella colonna sonora di Paris Texas di Wim Wenders sono certo che ogni nota che ha centellinato, scolpito con la sua chitarra, è stata guidata dalla mano e dal cuore di Blind Willie Johnson.
Eccomi in cammino, con il tempo che mi spia, cercando di mettere in chiaro quello che non so. Ho le mani sudate e il cuore che mi martella mentre salgo le scale del Motel. Ho con me la mia piccola chitarra da viaggio, getto la sacca da marinaio sul letto e cerco la melodia per quei versi che da tutto il giorno mi frullano nel cervello: ”A meta strada sto tra le tue braccia/ correndo nella notte/ guidando contromano/ ho trovato la chiave/ Se piovono stelle vienimi vicino/ non guardarti indietro/ in fondo siamo vivi ed è quel che conta/ Trattieni il respiro/ manda giù la promessa/ non lasciamoci più/ non lasciamoci più/ non lasciamoci più/ Ci si abitua a tutto anche a morire/ Oggi come allora/ prendi la mia mano tienimi cosi/ Oggi come allora/ prendi la mia mano tienimi cosi.” (Come Allora) 
Il giorno dopo scrissi quelle strofe sulla cartolina e prima di ripartire la imbucai.