mercoledì 3 aprile 2013

Molto più di una semplice personalità multipla, ovvero dell’onniscienza

Valentino è comparso per caso nella mia vita, era un pomeriggio di due mesi fa, forse tre, pensavo di andare in un museo, perché avevo finito presto di lavorare, faceva un freddo cane, e per niente al mondo mi sarei tolta i guanti, non prima di essere al caldo del museo. Lungo la strada, la solita bancarella domenicale di libri usati, mi sono fermata a darle uno sguardo, la voglia di comprare c’è sempre, la possibilità quasi mai, ma i libri usati hanno sempre ottimi prezzi tre per due ai quali è difficile resistere, e sapere che non sono propriamente una divoratrice di libri, quando questi sono in tedesco, finora non mi ha mai scoraggiata. Ad un tratto ho visto alcuni titoli in spagnolo, vuoi vedere che c’è qualcosa anche in italiano?, mi son detta, e così ho proseguito spedita, uno scatolone di banane dietro l’altro, finché ho trovato quello che conteneva i libri in italiano, e ho subito iniziato a seguire col dito guantato di triplo pile rosa i titoli sul dorso. Non ne conoscevo nemmeno uno, non a prima vista, ma qual è il problema?, si può sempre scoprire qualcosa di nuovo, mi son detta, tu leggi troppi blog di recensioni, non sempre si comprano libri di cui si è già letto, ho aggiunto cattiva, puoi osare come facevi una volta, ho pensato anche, incoraggiata però da alcuni autori conosciuti. E proprio mentre ero lì, con le mani nella scatole delle banane a frugare tra i libri usati, pronta a togliere i guanti per prendere le monetine dal portamonete, a costo di congelarmi le mani in un nano secondo, quindi decisa a trovare almeno due libri da prendere per usufruire del primo scaglione di sconto, quello del due per uno, è stato proprio allora che ho visto Valentino.
Uno sconosciuto, ma sua mamma la conoscevo già, perciò mi sono fidata di lui.
 

martedì 2 aprile 2013

Essi vivono


Essi vivono
(USA 1988)
Regia: John Carpenter
Sceneggiatura: John Carpenter
Ispirato al racconto: Eight O’Clock in the Morning di Ray Nelson
Cast: Roddy Piper, Keith David, Meg Foster, George “Buck” Flower, Peter Jason
Genere: complottista
Se ti piace guarda anche: Branded, Videodrome, Scanners

Crisi economica. Collasso del capitalismo. Zombie.

No, non si tratta di un nuovo film in arrivo nei cinema, ma di un’avantissima pellicola del 1988 di John Carpenter, ispirata a un racconto sci-fi risalente addirittura al 1963. Mentre gli USA erano ancora in piena era Ronald McDonald’s Reagan, c’era già chi attaccava il sistema yuppistico vigente e lo faceva con un film in grado di criticare in maniera feroce quel sistema oggi giunto ormai agli ultimi rantoli. Il sistema televisivocentrico, il sistema del produci-consuma-crepa, il system capitalista che sta andando down.
Mentre molte pellicole mainstream dell’epoca celebravano lo stile di vita yuppie, John Carpenter raccontava una storia diversa, quella di un uomo che vive come un homeless, vittima di una società in piena recessione economica, che trova degli occhialini e da lì in poi la sua visione della figa da vicino vita cambia.
Potrebbe sembrare la storia di James Cameron che trova degli occhialini 3D e pensa ahinoi di creare quella sciagura cinematografica di Avatar, e invece no.
Quando indossa questi occhiali magici, il protagonista di Essi vivono vede la realtà per com’è veramente: i giornali, i cartelloni pubblicitari per strada e i media in generale propongono in continuazione dei messaggi subliminali. Frasi e parole che inducono le persone a stare buone buonine nel loro recinto e a consumare. Ordini come: “OBBEDISCI”, “GUARDA LA TV”, “DORMI”, “UNIFORMATI”, “QUESTO E’ IL TUO DIO”, cose del genere.
L’idea degli occhiali per altro verrà ripresa anche nel videogioco impossibile del Nintendo The Simpsons: Bart vs. the Space Mutants. Allo stesso tempo, il protagonista della pellicola vede alcune persone per come sono davvero: degli scheletri zombie, non troppo distanti da quelli ripresi qualche anno più tardi dai Chemical Brothers nel video di “Hey Boy Hey Girl”.



Tornando al film: cosa sta succedendo nel mondo? Chi c’è dietro questo complotto?
Lo scoprirete guardando Essi vivono, che a 25 anni di distanza dimostra di essere per tematica ancora parecchio moderno. Laddove la pellicola, visivamente notevolissima, perde invece colpi è sul lato recitazione. Passi il simpatico Keith David, che negli ultimi 25 anni non è che sia cambiato più di tanto, ma il protagonista è davvero il grado zero dell’espressività. Per uno che dovrebbe interpretare uno degli illuminati che riescono a vedere le cose per cose sono davvero e smascherare gli zombie intorno a lui, è un po’ troppo zombie a livello recitativo. Si tratta non a caso di un ex wrestler, Roddy “Rowdy” Piper, che ha tentato la carriera come attore ma guarda caso, a parte questo film, non si è mai più segnalato in nessuna pellicola rilevante. Che strano. È il suo personaggio a non funzionare, a non coinvolgere del tutto, ed è un vero peccato perché per il resto John Carpenter ha realizzato uno dei suoi film più convincenti a livello di messaggio sociale e uno dei più visivamente grandiosi e di maggiore impatto della sua notevole carriera, grazie a una vicenda dai contorni sci-fi non troppo distante dalle parti di pellicole cronenberghiane come Videodrome e Scanners. E grazie a un finale geniale.



Un cult che poteva essere ancora più cult con una scelta di cast migliore, considerando come anche la protagonista femminile Meg Foster fosse ampiamente sostituibile. Comunque trattasi di un cult così attuale da essere in grado di ispirare una nuova pellicola, Branded. Perché essi vivono sì, ancora oggi. Essi chi? Essi quelli che provano a controllarci, a farci il lavaggio del cervello, a dirci cosa pensare. Una cosa abominevole. Insomma, perché obbligare le persone a fare qualcosa? Non lo so davvero, però GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM! GUARDA QUESTO FILM!
(voto 7,5/10)
Cannibal Kid

Un Biondillo tira l'altro - Terzo appuntamento
6 Aprile 2013 Marco Rovelli


Terzo appuntamento della rassegna "Un Biondillo tira l'altro".
Sabato 6 aprile sul palco de L'OrablùBar, insieme a Gianni Biondillo, ci sarà Marco Rovelli.
Poeta, scrittore e musicista Marco Rovelli si fa spazio sulla scena letteraria italiana grazie a progetti di grande impegno civile come Lager italiani, un reportage narrativo dedicato ai centri di permanenza temporanea; Lavorare uccide, un’analisi del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia; e Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro.
Come musicista, Marco si afferma all’interno del gruppo Les Anarchistes, formazione vincitrice del premio Ciampi nel 2002 per il miglior album d’esordio. Nel 2009 esce il suo primo cd libertAria e nello stesso anno gli viene assegnato il premio Fuori dal Controllo nell’ambito del Meeeting Etichette Indipendenti. Nel 2012 pubblica i romanzi Il contro in testa e La parte del fuoco.
L'incontro inizierà alle ore 21.
L'ingresso è libero (con tessera de L'Orablù).

sabato 30 marzo 2013

Ciao Dutur

Quando cominciò la “fase operativa” del Controfestival alla parola Trash, riaffiorarono alla mente, istantanei, un paio di “personaggi” musicali: il piantatore di pellame e il maiale.
Non ero in preda a fumi di nessun tipo. Semplicemente, da bambina impazzivo quando vedevo Cochi e Renato, spesso accompagnati da quel tipo strampalato con gli occhiali dalla montatura che sembrava rubata alla scatola gioco del Rischiatutto, che li accompagnava alla chitarra.
Suonavano e cantavano cose che, alle mie orecchie, risultavano completamente senza senso, assurde.
Ieri, in una grigia e noiosa giornata di una stramba primavera, Enzo Jannacci, il tipo strampalato che suonava la chitarra, verso sera se ne è andato. Non ha incontrato più l’Armando…
Con “i scarp del tennis”, la giacca un po’ stropicciata e l’impermeabile ora starà suonando da qualche parte con un altro della compagnia, Giorgio Gaber, il Signor G.
…io sono in imbarazzo nel scegliere qualcosa che possa sintetizzare l’intelligente pazzia del dottor Jannacci che quando cantava, con quel suo biascicare, sembrava l’ultimo rimasto della compagnia uscita dal “trani” (tipica osteria milanese). Oggi, sicuramente, ovunque, imperverseranno le sue canzoni più famose: io lascio questa clip de “Il maiale”, a chi legge, la voglia, spero, di ritrovare (o scoprire) le tante, belle cose che ci ha lasciato il dottor Jannacci Vincenzo detto Enzo.

Cristina

mercoledì 27 marzo 2013

Battistrada scolpiti a mano sulla propria pelle

“Dunque, tesoro, eccoci qua a New York e anche se non ti ho detto proprio tutto quello che avevo in mente quando attraversammo il Missouri e specialmente nel momento in cui siamo passati davanti al riformatorio di Booneville che mi ricordava il mio problema carcerario, ora è assolutamente necessario posporre tutte quelle cose sorpassate concernenti i nostri personali affari amorosi e cominciare immediatamente a pensare a specifici progetti di vita lavorativa…”
Sin dall’incipit viene presentato Dean, che sarebbe l’unico protagonista di questo romanzo, se non fosse presente anche Sal, la voce che ne narra le gesta e ne riporta i discorsi. Dean arriva a New York nell’inverno del 1947, Sal aveva sentito parlare di lui e ne era incuriosito e una sera finalmente fa la sua conoscenza. Sin dall’incipit io questo romanzo non riuscivo a capirlo, Sal e Dean due scapestrati, Dean che fa discorsi strani e poi parte, e Sal che finalmente riesce a partire anche lui, senza soldi, con l’autobus poi con l’autostop: mi sembrava un romanzo troppo estivo da leggere a cavallo fra dicembre e gennaio, con la neve sotto il naso come ero messa io.
Ecco infatti che “nel mese di luglio del 1947, avendo messo da parte circa cinquanta dollari della mia pensione di reduce, fui pronto ad andare nella costa occidentale”, dice Sal; andare nel West era suo sogno, e scopre che lo era anche di Dean, il quale, una volta ricongiuntosi con lui, e divenuto vero e proprio protagonista della narrazione, risulta essere uno a cui non è necessario ripetere due volte certe proposte, perché al “che ne diresti” è già salito in macchina pronto a partire. E come guida! Come corre, quale resistenza per ore alla guida attraverso gli Stati Uniti!
Pensavo che il motivo per cui non capivo il romanzo fosse che io i miei lunghi viaggi in macchina alla scoperta del mondo li ho sempre fatti in estate, frase poeticissima ma fasulla, non scoprivo proprio nulla, in realtà andavo in ferie, e mentre guidavo ascoltavo musica e pensavo, quindi cosa c’entra tutto questo con Sal e Dean che invece partono alla scoperta del mondo?


Pensavo che il motivo, dicevo, che il motivo per cui non capivo il romanzo fosse che io i miei lunghi viaggi in macchina li ho sempre fatti in estate, invece mentre leggevo era inverno, la stagione del raccoglimento, del riscaldamento acceso (sfatiamo il mito del camino, ché non ce l’ha più nessuno), dei lebkuchen, della musica classica. Non del viaggio.
Invece presto mi sono dovuta ricredere: non solo lo potevo capire, ma potevo addirittura immedesimarmi nell’atteggiamento sconclusionato dei due, nel loro vivere alla giornata, nella loro profonda curiosità di tutto, nella voglia di nuove conoscenze, nella facilità con cui alcune se le lasciano dietro, e pure in certa parte della loro particolare goliardia.

martedì 26 marzo 2013

Psyco


Psyco
(USA 1960)
Titolo originale: Psycho
Regia: Alfred Hitchcock
Sceneggiatura: Joseph Stefano
Tratto dal romanzo: Psycho (inizialmente intitolato in Italia Il passato che urla) di Robert Bloch
Cast: Janet Leigh, Anthony Perkins, John Gavin, Vera Miles, John McIntire, Martin Balsam, Simon Oakland
Genere: psycopatico
Se ti piace guarda anche: American Psycho, Hitchcock, Bates Motel, Gli uccelli

Qual è il film più, come dite voi giovani?, cool del momento?
Il grande e potente Oz? The Host? Spring Breakers?
No, no e ancora no, cari i miei giovincelli cresciuti da madri distratte. Il film più attuale oggi è Psyco. Sì, quel Psyco. Quello del 1960 girato dal fu Alfred Hitchcock. Ne avrete sentito parlare di sicuro, a meno che non siate stati proprio tirati su da delle mamme, come le chiamerebbero i francesi?, ah sì: les incompétents.
Psyco è attuale più che mai perché negli USA è appena stata lanciata una nuova serie tv, Bates Motel, che è un prequel della storica pellicola thriller, in cui i panni del giovane Norman Bates sono vestiti da Freddie Highmore. Scelta quanto mai azzeccata: Freddie Highmore è stato qualche anno fa il tenero bambino dello strappalacrime Neverland, oh quanto m’ha fatto piangere quel film, e il suo volto innocente è quindi quanto mai perfetto per trasformarsi in una maschera d’inquietudine. Stessa scelta optata dal grande Hitchcock quando scelse un Anthony Perkins giovane quanto me ai tempi, un attore fino ad allora conosciuto principalmente come volto rassicurante in pellicole romantiche.
La novella serie tv Bates Motel va a rinverdire il filone dei serial killer che sta vivendo una grande stagione quest’anno sul piccolo schermo, grazie al social killer di The Following, di cui il mio caro (nel senso che mi fa spendere un sacco di soldi) figliolo vi avrà di sicuro già parlato, e grazie anche all’imminente ritorno di un altro dei più celebri maniaci di fiction di sempre: Hannibal The Cannibal Lecter nella serie NBC Hannibal, interpretato questa volta dal danese Mads Mikkelsen. ‘Sti cannibali però io comincio a non reggerli più. Vi rendete conto di cosa si prova ad avere un figlio che per nome d’arte o, com’è che dite voi giovani?, nickname, s’è scelto Cannibal Kid? Non ve ne rendete mica conto, no. Comunque di questa rivisitazione dalle tinte teen e in chiave moderna del personaggio avrà modo di parlarvene meglio mio figlio.
Io aggiungo anche che il mito di Psyco rivive pure sul grande schermo in Hitchcock, pellicola in arrivo a giorni nelle sale italiane. Un film da non perdere per ogni appassionato del regista inglese e del cinema in generale, ricco di aneddoti sulla lavorazione della pellicola. E poi c’è pure lo spot dei cereali Choco Krave che cita la celebre scena della doccia…

Queste sono le ragioni per cui Psyco sta ritornando prepotentemente alla ribalta, ma l’attualità della pellicola non è solo dovuta a questo pluri ripescaggio. Psyco è un film ancora oggi, a più di 50 anni dalla sua uscita, di un’estrema modernità, per tematiche e per realizzazione, oltre che sempre una visione di sconvolgente tensione, superiore alla totalità o quasi dei thrillerucoli usciti nel frattempo. Mi piace immaginarmi un po’ come questo film. Non intendo che sono inquietante allo stesso modo. Non è quello che volevo dire. Ciò che intendevo è che mi piace pensare di essere invecchiata bene proprio come questa pellicola. Si possono vedere le rughe, senza lifting è difficile non ci siano, però i nostri anni li portiamo bene.




Cos’ha tanto di speciale, questo Psyco? Me lo chiedeva sempre mio figlio. Poi l’ha finalmente visto e l’ha capito. È una pellicola straordinaria. Rispetto ad altri film già notevoli di Hitchcock, possiede una tensione ancora maggiore e costante. L’unica illusione di tranquillità è nella prima scena, in cui la macchina da presa ci accompagna dentro una stanza di un hotel. Non una camera inquietante come la numero 1 del Bates Motel, bensì una stanza in cui Marion incontra il suo innamorato. Oh, che teneri. Poi basta.
È solo un’illusione, ve l’ho detto. Subito dopo Hitchcock comincia a macinare le sue trame gialle. Inizialmente con la fuga di Marion, la bionda Marion. Com’è che gli uomini amano tanto le bionde, ma poi si sposano le more? Boh, sarà che siamo più affidabili, comunque meglio per noi more. Fatto sta che, laddove molte altre pellicole del regista cicciobombo, e diciamolo che magrolino certo non era, sono a tratti attraversate da vicende romantiche e toni da commedia leggera, qui a parte la citata concessione iniziale si viaggia a mille. E così Marion prende e va via in auto. Oh, quanto piacerebbe farlo anche a me. Scappare via dalla mia famiglia, almeno ogni tanto. Andare via da tutti. Peccato che sì ho la patente, ma è da così tanto tempo che non guido oramai che mi sono dimenticata come si fa. E l’auto, poi? Mio figlio non mi darebbe mai la sua. Maledetto Kid. Ma si può chiamarsi Cannibal Kid? A l’è propi ‘n drugà!


Quella con Marion che scappa via da tutto e da tutti è una parte tesa già di suo, ma non è che l’inizio di quello che rapidamente si trasformerà in un incubo. Io sono una romantica, a me piacciono le grandi storie d’amore, i film di paura di solito cerco di evitarli, sono più una roba per quel drugà di mio figlio, però Psyco è Psyco. E Norman Bates è Norman Bates.
Voi spettatori di oggi siete già preparati, ma noi che siamo andati a vederlo al cinema negli anni Sessanta eravamo del tutto inconsapevoli di ciò cui stavamo per assistere. Anthony Perkins, come detto, era un volto tenerone delle pellicole sentimentali che tanto piacevano a me. Non avrei mai sospettato che fosse capace di fare qualcosa di male, con quel bel visino lì. Sì, questo benedetto maledetto Bates Motel aveva un che di sinistro, però quello che succede dopo non ce lo potevamo mica immaginare, all’epoca.
La scena della doccia è stata uno shock pazzesco. La volete sapere una cosa? Da allora non ho mai più fatto una doccia in vita mia. Da allora in poi ho sempre preferito fare il bagno nella vasca. Lo trovo molto più rilassante. Sarà per colpa tua, dannato Hitchcock?




ATTENZIONE CHE VI RIVELO COSA SUCCEDE NEL FINALE O, COM’E’ CHE SI DICE?, ATTENZIONE SPOILER
Il resto della vicenda non è da meno. È persino più preoccupante. Il finale presenta un colpo di scena tanto clamoroso che, per non far perdere l’effetto sorpresa, Hitchcock cercò di acquistare tutte le copie del romanzo di Robert Bloch da cui ha tratto il film per impedire alla gente di scoprirlo. E cosa scopriamo? Scopriamo che la mamma era morta e Norman Bates aveva preso le sue sembianze. Vi sembra una cosa normale? Come se uno scrivesse un, come si chiama?, un post su, come si chiama?, su un blog e lo firmasse a nome della madre. E guardate come tocca a me firmare questo post? Come la mamma di Cannibal Kid. Ma dico, con tutti i nomi che poteva scegliersi, proprio uno così?
Io non farei mai del male a una mosca, ma due sculacciate questa sera prima di andare a dormire a quel debosciato di mio figlio non gliele leva nessuno.

(voto 10/10)

La mamma di Cannibal Kid


sabato 23 marzo 2013

mercoledì 20 marzo 2013

Sabato 23 marzo a L'OrablùBar i Guajo Live




Il progetto Guajo Acoustic nasce dal desiderio dei tre componenti storici dei Guajo di proporre una versione del repertorio elettrico della band con un'atmosfera e un feeling più soft e raffinati. L'idea è quella di offrire un'interpretazione acustica adatta ad ogni tipo di palco, spaziando dall'intrattenimento coinvolgente per i pub, al sottofondo d'ascolto per un aperitivo o happy hour.
La lineup acustica è formata da:
    •    Roberto Porta: lead vocals
    •    Marco "The Mariner" Marino: guitars, vocals
    •    Mauro Castelli: guitars, vocals
Il repertorio privilegia l'immediatezza e la purezza del suono delle chitarre acustiche e della voce, e si basa sulla reinterpretazione in chiave unplugged dei migliori brani della produzione rock internazionale: dal ritmo degli AC/DC, alla melodia degli U2, dalla grinta dei Nirvana, alle ballate dei Metallica, dalle note dei Guns'N'Roses alla sensualità dei Whitesnake, il tutto condito con la solita passione e la voglia di emozionarsi ed emozionare con del buon vecchio sano contaminato e sempre dannato e benedetto Rock'N'Roll.
Vi aspettiamo!



Mi accontento di poco. È il resto del mondo il problema.


In negozio, talvolta, sono confusa, infastidita dai turisti alla cassa, sempre i soliti, sempre gli stessi. Già dalla mattina.
Turista: - Prendo queste cartoline. –
Elle: - Uno, due, tre.. Cinque euro, grazie. –
- Purtroppo ho solo cinquanta euro. –
- E perché non cerca meglio in quel portafogli? –
- Come, prego? –
- Ho detto: bel portafogli. –
- Ah, grazie. Tenga. –
- Ah, sì, i cinquanta euro. Allora sono cinque, venti, quaranta. A lei. Arrivederci. –
- Grazie. Non è che per caso ha anche i francobolli? –
- Dirlo prima, no? –
- Come, scusi? –
- Dico, per la Germania, no? –
- Sì, per favore. –
- Per favore una ceppa. –
- Scusi? –
- Se ha fretta.. –
- Fretta cosa? Mi scusi, non capisco.. –
- Le do un sacchetto, se ha fretta.. –
- … -
- Per i francobolli, ma ci sente? –
- N.. no, grazie, li attacco subito. –
- Vabbe’, come vuole, sono due euro e venticinque, paga con la carta? –
- No, dovrei avere cinque euro. –
- Certo che ce li ha, glieli ho appena cambiati, no? –
- S.. sì, ma dove li ho messi? –
- Oddiossanto. Si vuole dare una mossa? Ho la fila.. –
- Do.. ah! Eh? Ma non c’è nessuno.. –
- Vuole discutere con me? –
- … -
- Eh? -
- N.. no, tenga. Due euro, ha detto? –
- Due e venticinque, cazzo, ma oggi tutti qui venite? –
- … -
- Grazie, il resto? Ah, lo vuole.. e allora lo prenda, è lì. Arrivederci. –*

La prima impressione è di fastidio, la seconda di curiosità. Aiuta il numero di pagine, nemmeno duecento, e poi è una sorta di giallo, credo, si scoprirà qualcosa alla fine, spero.
È la storia di un investigatore privato, Nick Belane, raccontata in prima persona da lui, al quale si rivolgono diverse persone per affidargli i loro casi dietro raccomandazione di un certo John Burton che, però, Belane non conosce. In ogni caso Burton si fida di lui e gli manda cani e porci.
Questi casi in qualche modo si intrecciano fra loro, ma non in maniera risolutiva, anzi ad un certo punto sembra che abbiano in comune solo il non poter essere risolti. Ma è davvero così, o è Belane che non lavora con il metodo giusto? Ma ecco che lentamente, e non senza inciampi, Belane porta tutti i casi alla soluzione, o quasi tutti, e allo stesso tempo si ha l’impressione che i casi si risolvano da sé, quasi cadendo in prescrizione, o con aiuti esterni affatto merito dell’investigatore. Uno se vuole può pure vederci lo zampino del destino, io no.
E nemmeno Belane, perché lui sa che il merito è tutto suo, sa di essere il migliore, il super investigatore, “il più dritto detective di Los Angeles”, me cojoni. La sua vita si svolge tra casa sua, dove però ha un vicino invadente, il suo ufficio, di cui tutti sembrano avere la chiave, e un numero indefinito di bar, gestiti e frequentati dai personaggi più assurdi, ma in fondo tutto il mondo è pieno di persone assurde, e questo lo nota anche Belane: “Finii il mio drink e uscii di là. Si stava meglio per strada. Camminai senza meta. Qualcosa doveva cedere e non sarei certo stato io. Cominciai a contare tutti gli scemi che incontravo. Arrivai a cinquanta in due minuti e mezzo, poi entrai nel bar successivo”.
Questa degli scemi l’ho notata pure io.

Ieri al lavoro, ad esempio, un tipo che stava tra lo scaffale dei boccali da birra in ceramica con coperchio in zinco e la parete con le calamite da frigorifero a forma di Porta di Brandeburgo continuava a fissarmi. Sentivo che mi guardava. Il negozio era vuoto, c’eravamo solo io, lui e il tirocinante nuovo che mi hanno affidato, un cinese che non capisce niente, né io capisco lui. Ho finito di leggere il capitolo e ho chiamato il tirocinante per ordinargli di portare un’altra pila di guide turistiche in italiano. Per agevolallo cerco di usare più parole possibili con la elle, così si sente a casa quelle poche volte che gli pallo. L’unica sua particolarità è un casco di capelli spioventi sul volto, che si uniscono al cappuccio della felpa di due taglie più grandi, che si unisce al pantalone del pigiama che usa al lavoro, che si unisce al pavimento. Ha sempre le mani in tasca, quindi di solito di lui vedo solo il naso e quei cazzo di occhi corrugati a punto interrogativo ebete.
- La pila, eh? – ha chiesto.
- Sì, un’altra pila, solo più alta. –
- Più alta? Più molti? Quanti? –
- Quelli che puoi. –
- Cosa vuol dile? –
- Non lo sai? –
- No. –
- Beh, mentre vai a prenderli, pensaci. –
Si è allontanato.
Il cliente vicino allo scaffale dei boccali da birra e alle calamite da frigorifero ha attirato la mia attenzione con un cenno della mano, e ha urlato:
- Sei italiana, vero? –
- No, non sono italiana. –
- Hai una bellezza tipica italiana. -
- Non me ne frega un cazzo se ho una bellezza tipica italiana. –
- Uh, ti sei offesa? –
- Mi hai offeso tu? –
In quel momento il tirocinante è tornato con la pila di guide turistiche in italiano, le ha appoggiate alla cassa accanto al libro che stavo leggendo, ha lanciato uno sguardo veloce al tizio vicino allo scaffale dei boccali da birra, e ha detto con tono triste:
- Non penso che tu sia una donna gentile. –
- E chi ti ha detto che potevi pensare? –
- Non sono obbligato a lispondeti. –
- Nemmeno a restare, se è per questo. –
- Non parlare più con quella! – ha urlato il tipo vicino allo scaffale dei boccali da birra, come fosse al mercato del pesce e non in un negozio di tutto rispetto.
- Tu pronuncia solo un’altra parola e ti rifilo una pedata su per il culo! -**

Belane ci accompagna nella sua quotidianità lavorativa, da quando gli viene affidato il primo caso anomalo, fino alla risoluzione dello stesso, cioè al pagamento, o mantenimento di una promessa, dipende dai punti di vista, in ogni caso questo ci insegna a stare attenti alle espressioni che usiamo, perché qualcuno potrebbe prenderle per promesse, appunto.
“Culo” e “coglioni” sono le parole che Belane usa più spesso, “ti inchiodo il culo” e “testa di cazzo” le sue frasi preferite. Fra le bevande la fanno da padrona vodka e scotch, mangia male, è grasso, scommette sui cavalli, cioè perde le scommesse, si indebita, incontra poche donne, ma decisamente affascinanti, anzi dovrei dire eccitanti, eppure non ci sono scene di sesso, nemmeno una, nada, nix, anche se quattro volte si arriva ai massimi livelli di eccitazione, sempre bloccati sul più bello, una volta addirittura da un mostro alieno, nascosto sotto una delle due donne più belle che Belane avesse mai visto. Poco male, per come la vede lui: “Eravamo seduti da circa mezz’ora quando entrò qualcuno. Un’altra donna. Si guardò in giro e poi venne a sedersi sullo sgabello alla mia sinistra. Due donne significano il doppio delle grane rispetto a una. Adesso avevo grane da tutte e due le parti. Ero chiuso in una morsa. Ero fottuto.”

Sono quasi duecento pagine di fatti inverosimili, come gli alieni dai poteri magici:
“- … l’ho vista fare certe cose. –
- Per esempio? –
- Be’, levitare fino al soffitto e cose del genere… -
- Lei beve, Grovers? –
- Certo, e lei? –
- Non funzionerei senza… -“
Duecento pagine di piccoli gesti: “Spensi il sigaro, mi misi il cappello, andai alla porta, la chiusi a chiave, raggiunsi l’ascensore e scesi al piano terra. Uscii sulla strada e rimasi fermo a guardare il via vai di gente. Lo stomaco cominciò a ribellarsi e camminai mezzo isolato fino a un bar, l’Eclissi, entrai, mi sedetti su uno sgabello. Dovevo pensare.”
Duecento pagine di riflessioni profonde: “Cominciai a pensare alle soluzioni della vita. La gente che risolveva le cose solitamente aveva molta tenacia e una buona dose di fortuna. Se tenevi duro a sufficienza di solito arrivava anche un po’ di fortuna. Però la maggior parte delle persone non riusciva ad aspettare la fortuna, quindi rinunciava. Non Belane. Non era un senzapalle, lui. Era roba di prima qualità. Un ardito. Un tantino fannullone, forse. Ma furbo.”
Duecento pagine di americanate: “Entrò e chiuse la porta. Presi la chiave e li chiusi dentro. Poi tornai alla scrivania e cominciai a spingerla lentamente verso la porta del cesso. Era una scrivania molto pesante. La spostavo di un centimetro per volta. Un inferno. Ci misi dieci minuti per spostarla di quattro metri. Poi la spinsi direttamente contro la porta.”
Duecento pagine di normale vita vissuta: “Poi si grattò le palle e sbadigliò”.

Duecento pagine di quotidianità condivisibile: “Era solo un lavoro, per l’affitto, per l’alcol, in attesa dell’ultimo giorno o dell’ultima notte. Un riempitivo. Che stronzata. Avrei dovuto essere un grande filosofo, avrei detto loro quanto eravamo stupidi a starcene in giro a riempire e a svuotare i polmoni d’aria”, dice Belane.
Ma in realtà Belane è già un filosofo: riceve soffiate sbagliate, prende granchi e si caccia nei guai, prende multe e non le paga, è perseguitato da allibratori, strozzini e padroni di casa a cui deve soldi, fraintende e fa figure di merda, va in bianco, viene sballottato da un bar assurdo all’altro dietro una pista che non esiste, a fare domande a persone ottuse che gli fanno perdere tempo, vive giornate di lavoro inconcludenti, e non sembra avere vere e proprie giornate di vita personale, certi giorni si sveglia depresso, ma la sera, la sera come tutti torna a casa: “Chiusi la porta. Mi sedetti e trovai mezzo sigaro spento nel posacenere. Lo accesi, feci un tiro, mi andò di traverso. Riprovai. Niente male.
Mi sentivo introspettivo.
Decisi che per quel giorno non avrei più fatto nulla.
La vita consumava, consumava all’osso.
Domani sarebbe stato un giorno migliore.”

Oggi ho lavorato tutto il giorno nella libreria, perché hanno provato a prendersi il tirocinante cinese per fargli fare il lavoro sporco, ma lui riesce solo a sporcarlo di più. Allora hanno chiamato me, la super tirocinante da una vita, la più tirocinante dei tirocinanti. Ho mollato le calamite da frigorifero al loro triste destino di regalo inutile, e sono andata in libreria.
Mentre ero lì che facevo la muffa alla cassa, è arrivato uno dei clienti più fedeli, che è pure amico del Grande Capo, conosce a memoria i titoli di tutti i nostri libri, ma il mio nome non l’ha ancora imparato.
- Sei fortunato, - gli ho detto, burlona come sempre – ti sei perso per un pelo quell’ubriacona di Elle. Era qui che si vantava della sua nuova macchina da cucire marca Necchi. –
- Lascia perdere quella, - mi ha risposto ignorando il mio sorriso simpatico – hai una copia firmata de Il muro di Berlino 1961-1989 con le fotografie dell’archivio di Stato di Berlino? –
- Naturalmente. – ho risposto piccata.
- A quanto la vendi? –
Ho sorriso ammiccante: - Tu a quanto la vorresti? –
- Ci.. penso.. – ha balbettato.
- Scusa un attimo. – gli ho detto sbrigativa, poi mi son rivolta a un tipo che a pochi passi da noi sfogliava la prima edizione de Gli anni Venti a Berlino:
- Tu! Rimetti subito il libro sullo scaffale e levati dai coglioni! –
Il cliente alla cassa mi ha guardata sgranando gli occhi.
E io: - Ci credi che qualcuno entra perfino con il gelato in mano? – gli ho detto calcando la voce su “gelato in mano”, e fissandolo dritto negli occhi mentre mi chinavo leggermente verso di lui sul banco.
- Credo.. a cose ben peggiori. – ha balbettato.
Poi mi sono rivolta di nuovo al tipo:
- Ehi, tu! – ho urlato – VAI FUORI DAI PIEDI! –
Con un sussurro timido, il cliente alla cassa mi ha chiesto: - Ma.. perché ? –
- Io capisco al volo quando NON HANNO VOGLIA DI COMPRARE. – e ho urlato l’ultima parte in modo che il tipo mi sentisse. Quello ha posato il libro sullo scaffale e si è diretto verso l’uscita.
Il cliente mi fissava con insistenza, siamo rimasti lì in piedi a guardarci senza parlare, poi ha iniziato: - Ma.. –
Ma che cazzo. Ho fatto un passo indietro dalla cassa: - E tu non rivolgermi mai più la parola. E non fare niente, niente di niente che possa infastidirmi o ti faccio saltare la bocca da quella faccia di cazzo che ti ritrovi! –
Lui mi ha fissato ancora per qualche secondo in silenzio, poi si è scosso dal suo torpore del cazzo e si è avviato verso la porta senza mai voltarsi indietro.
Mentre la porta si richiudeva alle sue spalle, un uccellino è entrato saltellando nella libreria. Era un uccello carino. Mi ha guardato e io l’ho guardato. Poi ha cinguettato debolmente: “cip!” e non so perché mi ha fatto sentire bene. Mi accontento di poco. È il resto del mondo il problema.**

***

Pulp. Una storia del xx secolo di Charles Bukowski, tradotto da Simona Viciani e con un’illustrazione di Emiliano Ponzi in copertina.
L’edizione che ho letto io ha una prefazione della traduttrice che spiega i retroscena della stesura di questo romanzo, il significato che aveva per l’autore e per i suoi affezionati lettori, le differenze coi romanzi precedenti. In copertina c’è un’illustrazione molto particolare: il fumo nero del sigaro è a forma di colonna vertebrale, la camicia è fuori dai pantaloni, lui è nella bara, al suo fianco c’è uno scheletro con un abito rosso molto sexy e rossetto rosso, che ha una mano infilata nei suoi pantaloni (non nella tasca); è un’immagine che riassume in una sola scena tutto quello che c’è scritto nella prefazione, non ciò che verrebbe da pensare sulle prime vedendola, ossia che si tratti del solito gioco del dottore e dell’infermiera, in cui l’infermiera lavora mentre il dottore sta fermo e se la gode, bensì è qualcosa di molto più maturo: è la morte che lo tiene per le palle.

*questo brano è inventato di sana pianta, seguendo lo schema di una conversazione presente nel libro
**questi due brani sono rivisitazioni di brani tratti dal libro, con parti prese pari pari da diverse pagine e altre parti che ho modificato e/o integrato per adattarle alla mia quotidianità lavorativa; soprattutto le ultimissime righe dell'utlimo brano non sono mie

martedì 19 marzo 2013

La finestra sul cortile

La finestra sul cortile
(USA 1954)
Titolo originale: Rear Window
Regia: Alfred Hitchcock
Sceneggiatura: John Michael Hayes
Tratto dal racconto: It Had To Be Murder di Cornell Woolrich (scritto con lo pseudonimo William Irish)
Cast: James Stewart, Grace Kelly, Thelma Ritter, Wendell Corey, Raymond Burr, Judith Evelyn, Georgine Darcy
Genere: guardone
Se ti piace guarda (non necessariamente con il binocolo) anche: Omicidio a luci rosse, Le vite degli altri, Disturbia


Una volta, quando non c’erano la tv satellitare o lo scaricamento selvaggio di film e serie tv, i videogame così come gli smart phone, la gente doveva arrangiarsi come poteva, per divertirsi. Si doveva inventare dei passatempi con quello che gli passava il convento. James Stewart, fotoreporter costretto temporaneamente sulla sedia a rotelle con una gamba ingessata, si ritrova così tutto il giorno seduto di fronte alla finestra a spiare, pardon a guardare ciò che fanno i suoi vicini di casa. Voyeur, maniaco, guardone… chiamatelo come volete, la sostanza non cambia.
In effetti però, come dargli torto? Le vite dei suoi vicini vanno a comporre un palinsesto più variegato di quello stitico di Canale 5: c’è la commedia romantica con la single alla Bridget Jones, ci sono i servizi sugli animali come quelli della nuova imperdibile (si fa per dire) rubrica di Studio Aperto Colpo di coda, c’è il canale soft porno con l’affascinante vicina in reggiseno (oh, siamo pur sempre negli anni ’50, epoca di molto pre-Colpo grosso), c’è la casa musicale antenata di Mtv con i musicisti jazz anziché le popstar e i rapper, e poi naturalmente c’è la parte thriller. Essendo dentro un film di Alfred Hitchcock, è questa a fungere da vero motore di tutta la pellicola.
Il caso thrilla è avvincente e molto ben costruito, ma il vero grande fascino della pellicola sta nella sua riflessione sul guardare, sull’essere visti e sul cinema.



La finestra sul cortile è una finestra aperta sul mondo del cinema ma che oggi, in epoca post grandefratelliana, può essere tranquillamente estesa ancora di più al mondo della reality tv. Soffermandoci sul cinema, il film ci mostra come il punto di vista sia sempre parziale. La percezione di una storia dipende da dove la guardiamo. Una celebrazione della ripresa soggettiva, così come una celebrazione del ruolo del regista. Noi spettatori siamo come James Stewart, seduti nelle nostre poltrone (si spera con le gambe non ingessate) e costretti a vedere solo ciò che il metteur en scène decide di mostrarci. Il ruolo dello spettatore non è però passivo. A un certo punto, James Stewart interviene direttamente nella storia, con l’aiuto delle sue due “aiutanti”, la sua girlfriend Grace Kelly e la sua infermiera e massaggiatrice (solo massaggiatrice, specifico) Thelma Ritter. Quindi Hitch ci suggerisce che lo spettatore con il suo punto di vista e con la sua percezione è fondamentale nel cucire assieme gli stimoli da lui proposti. Un’ipotesi poi confermata da quella che è probabilmente la scena più celebre diretta dal regista britannico, la sequenza dell’omicidio nella doccia di Psyco. Qui Hitchcock infatti non ci mostra direttamente la violenza. Non ci fa vedere la lama che affonda nella carne. Il collegamento viene fatto dallo spettatore.



Uno dei grandi pregi del suo cinema sta quindi nel non trattare i suoi spettatori come degli idioti, o come degli strumenti di fruizione passiva, ma di stimolare in loro, in noi, una riflessione. Come in un gioco enigmistico, lui ci mette i puntini, poi sta a noi unirli. Se è il maestro della suspance è anche per questo. Non solo perché è un mostro nel far salire la tensione, costruendo storie che spesso e volentieri partono lente, non disdegnando i toni della commedia romantica, e poi si fanno sempre più avvolgenti. L’arma in più che tiene tra le mani è quella della partecipazione attiva dello spettatore.
In un buon thriller, chi guarda vuole essere trascinato dentro la vicenda. Vuole diventare il detective dell’indagine. Hitchcock gli permette di esserlo, ed è questo ciò che rende i suoi film tanto riusciti. Poi vabbè, c’è anche dentro la sua maestria nel muovere la macchina da presa che comunque non è mai fine a se stessa, ma è appunto usata per svelarci qualcosa.
Da applausi in tal senso è il finale della pellicola. Non mi riferisco alla parte thriller. Parlo dell’ultimissima scena, in cui non abbiamo una celebrazione del matrimonio come ci si potrebbe attendere da una pellicola hollywoodiana anni ’50. I due protagonisti stanno ancora insieme, lui ha smesso di essere ossessionato dalla vita degli altri e ha finalmente girato la sedia a rotelle dall’altra parte, mentre sembra che Grace Kelly abbia rinunciato ai suoi propositi nuziali, almeno per il momento, e si gode semplicemente il ruolo della fidanzata. La ragazza assenda le passioni di James Stewart, mentre fa finta di leggere una guida avventurosa sull’Himalaya, e allo stesso tempo si dedica pure a se stessa, con la lettura della rivista di moda Bazaar. Una coppia di fatto che rende ancora più moderna una pellicola che porta (quasi) 60 anni benissimo.
Io ora credo di aver detto tutto quello che avevo da dire sul film. E voi, sempre qui? Che avete ancora da guardare?
(voto 8,5/10)
Cannibal Kid