venerdì 16 novembre 2012

Minimal incipit



I Minimal Incipit realizzati da C[h]erotto in bella mostra grazie al video di Pablo Solina.
A breve sarà possibile ammirare le opere anche in un blog/vetrina creato appositamente per chi fosse interessato ad acquistare i Minimal Incipit.

giovedì 15 novembre 2012

L'Ora di suonare


Dopo L'Ora di raccontare è giunta L'Ora di Suonare! Primo concerto a L'OrablùBar con i Grey Ghost in versione unplugged. E come per sabato scorso vi diamo appuntamento in Via Dante 67 a Bollate oppure potete seguire anche in questo caso la diretta streaming su questo blog.
Per ulteriori info scrivete p ure a info@orablu.com

martedì 13 novembre 2012

Argo


Argo
(USA 2012)
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Chris Terrio
Ispirato a un articolo di: Joshuah Bearman
Cast: Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, Victor Garber, Tate Donovan, Christopher Denham, Scoot McNairy, Kerry Bishé, Clea DuVall, Rory Cochrane, Kyle Chandler, Chris Messina, Zeljko Ivanek, Titus Welliver, Farshad Farahat, Taylor Schilling
Genere: arguto
Se ti piace guarda anche: Homeland, 24

Fino a poco tempo fa, quando pensavi a Ben Affleck pensavi a Ben Affleck il sex symbol, Ben Affleck ‘o sciupafemmene che passa da J.Lo a Jennifer Garner, Ben Affleck l’attore modesto. L’attore modesto e dall’espressività limitata che però ti dava l’impressione di avere qualcosa in più da offrire. Sarà per quella sceneggiatura da Oscar scritta a quattro mani insieme all’amichetto Matt Damon, quella per Will Hunting - Genio ribelle, il film che ha rivelato entrambi. Che dopo ce l’ha messa tutta, per farsi dimenticare di essere uno sceneggiatore da Oscar, intepretando filmetti come Pearl Harbor, Daredevil o Amore estremo. E invece, il Ben aveva una carta inaspettata da giocarsi, quella da regista.
Contro ogni aspettativa, Ben Affleck esordiva ben bene, con il thriller parente di Mystic River, Gone Baby Gone. Al che pensavi che vabbé, un film decente può riuscire a chiunque. È riuscito persino a Ligabue, con l’esordio Radiofreccia, non c’è da stupirsi troppo sia venuto fuori a Ben Affleck.
Con il secondo film, lo splendido The Town, i dubbi che a Ben il primo colpo non fosse uscito per puro caso arrivavano. Si aveva semmai l’impressione che con l’esordio fosse persino andato con il freno tirato, mentre per le strade di The Town Affleck scorrazzava che è un piacere.
Se un indizio può non voler dire niente e due indizi possono rappresentare un semplice caso, al terzo non c’è più spazio per i dubbi. Il terzo è una prova. Argo è una prova.
Prova di cosa?
Prova che Ben Affleck è un dannato grande regista. Uno dei migliori in circolazione negli USA al momento.
Chi l’avrebbe detto? Probabilmente nemmeno lui stesso, visto che con autoironia, attraverso un dialogo presente nel film, schernisce la sua nuova professione:

“Si impara a fare il regista in un giorno?”
“Perfino una scimmia impara a fare il regista in un giorno.”

Un grande merito dell’Affleck regista è quello di sapersi scegliere delle belle storie da raccontare. Dopo i romanzi da cui erano tratti i suoi due film precedenti, a ispirare questa sceneggiatura impeccabilmente firmata dall’esordiente Chris Terrio è invece un articolo. Una storia talmente da film da essere vera.
A cavallo tra il 1979 e il 1980, 6 diplomatici americani si ritrovano rifugiati politici dell’ambasciata canadese in Iran. Il governo degli USA vuole farli tornare in patria, ma come fare, vista la delicatissima situazione in quel paese?



A T T E N Z I O N E  S P O I L E R


È qui che arriva Ben Affleck bello fresco, in versione consulente della CIA, e propone un’idea singolare e folle per riportarli negli Stati Uniti: organizzare le riprese di un finto film di fantascienza, intitolato per l’appunto Argo, e fingere che i 6 facciano parte della troupe, giunta in Iran per dei sopralluoghi per le location. Ce la faranno i mezzi del cinema a riuscire laddove la politica sembra fallire?

Lo scopriremo con Ben Affleck che ci terrà la manina attraverso i vari registri della pellicola. Dopo una prima parte prettamente politica, Argo diventa una visione con vari spunti divertenti e una serie di battute scoppiettanti. Perché Argo è un film di fantascienza all’interno della finzione narrativa della pellicola stessa, mentre l’Argo firmato da Ben Affleck è una pellicola politica e spionistica, ma trova pure il tempo di concedersi qualche sberleffo nei confronti di Hollywood e dei suoi meccanismi. Sberleffo e al contempo una celebrazione di Hollywood, visto che la missione è organizzata con l’aiuto di un paio di producers cinematografici, due gigionissimi Alan Arkin e John Goodman, i migliori di un cast ricchissimo e mega-telefilmico.

Accanto al Ben Affleck protagonista, che tra Argo e The Town si dimostra attore più convincente quando si auto dirige, compaiono infatti un sacco di volti proveniente perlopiù dal mondo delle serie tv: Bryan Cranston di Breaking Bad qui come in Drive e Detachment si ritaglia solo un ruolo marginale, però almeno fa dimenticare una serie di comparsate in pellicole dimenticabili come Larry Crowne e Total Recall; sfilano poi Tate Donovan di The O.C. e Damages, Clea DuVall attualmente guest-star di American Horror Story Asylum, Kyle Chandler di Friday Night Lights, Titus Welliver di Lost, Chris Messina di Damages e The Mindy Project, e questo solo per citarne alcuni. Occhio poi pure a un paio di rivelazioni indie da tenere appunto d’occhio: Christopher Denham, di recente visto nel notevole Sound of My Voice, e la gnocchetta Kerry Bishé vista in Red State.
Ma è un cast talmente ricco che si farebbe prima a nominare chi non è presente. Matt Damon, ad esempio. Che Ben & Matt negli ultimi tempi non siano più BFF come una volta?

Oltre a un gran cast, a una splendida cura nella fotografia, nei costumi e persino nelle pettinature tardo ’70, a funzionare è il ritmo. Ben Affleck sa come tenere il tempo. Dopo averci divertito con la parte dedicata al dorato mondo di Hollywood, ci scaraventa in una parte finale al cardiopalma, in cui la tensione raggiunge gli stessi livelli delle puntate migliori delle migliori serie spionistiche dell’ultimo decennio, Homeland e 24.
Ben Affleck sembra quindi ricalcare le orme del suo altro amichetto, George Clooney, che non a caso figura tra i produttori di questo Argo. Entrambi sex symbol, entrambi attori non fenomenali, eppure migliorati pure in questo campo negli ultimi tempi. Da quando fanno i registi. Che poi fare i registi è la cosa che riesce loro meglio. A parte fare gli sciupafemmene in giro. Almeno Ben, viste le voci che circolano sul conto del bel George…



E allora Ben Affleck, gran figlio di una buona donna, did it again. E se un indizio può non voler dire niente e due indizi possono rappresentare un semplice caso, al terzo non c’è più spazio per i dubbi. Il terzo è una prova. Argo è una prova. Anzi, come prova basterebbe la sola grandiosa scena di montaggio alternato tra la conferenza stampa tenuta da un’attivista iraniana e quella tenuta dai producers del finto film Argo, un magistrale alternarsi di realtà e fiction, nonché di due diversi approcci al mondo, che racchiude tutta la grandezza del vero film Argo.
Ah, ho dimenticato una cosa fondamentale: cosa vuol dire Argo?
Argo vaffanculo se non lo guardate!
(voto 8/10)

Cannibal Kid


lunedì 12 novembre 2012

Quando i 'vorrei' si realizzano


Quando abbiamo creato il logo della nostra associazione, abbiamo pensato di accostarlo a una frase che potesse rendere al meglio lo spirito che animava il progetto. Una frase che fosse semplice, ma nel contempo ricca di implicazioni, che racchiudesse cioè i nostri desideri, le nostre speranze e gli eventi che le avrebbero rappresentate. Fu così che nacque L'Ora che vorrei, tre parole che ne contengono implicitamente un'altra: sogno. Sono tanti e diversi i "vorrei", come sono tanti e diversi i nostri sogni. Sabato sera, grazie a L'Ora di raccontare - aperitivo con gli autori, ne abbiamo realizzato uno: vivere con Voi la passione per la letteratura e ascoltare dalla viva voce di tre autori lo svolgersi di quel magico percorso che fa giungere un romanzo nelle mani del lettore. Una serata perfetta, emozionante, ricca di suggestioni, che ha chiarito meglio di qualunque parola ciò che intendiamo e abbiamo sempre inteso con "L'ora che vorrei": trasmettere passione e condividere cultura.
Un grazie di cuore va a tutti coloro che hanno reso possibile la riuscita della serata: BiBoll e l'Ufficio Cultura del Comune di Bollate, gli autori intevenuti (il Konte, Jacopo Ninni e Gianni Biondillo), Agnese Leo e la sua splendida voce, Giorgio Fenino nell'inedita veste di presentatore, Giancarlo Pasquali e la mostra Minimal Incipit, lo Staff dell'OraBlùBar, tutti i soci del L'Orablù che non hanno mai smesso di crederci, e un'appassionato pubblico che con la propria presenza (anche virtuale grazie alla diretta streaming) ha permesso al condizionale Vorrei di trasformarsi nell'indicativo presente del verbo Essere.
Segue una galleria di immagini della serata...

sabato 10 novembre 2012

Aperitivo con gli autori - Live Streaming

Dopo il successo ottenuto con la Diretta Streaming di Senza Palco riproponiamo anche per Aperitivo con gli autori la possibilità, per chi non riuscirà a essere presente all'OrabluBar, di seguire sempre in diretta l'evento.
Dalle ore 19.30 circa inizierà la diretta.



Streaming video by Ustream

venerdì 9 novembre 2012

L'ora di raccontare si avvicina...


L'ora di raccontare è prevista per le 19... o almeno l'inizio della serata chiamata L'ora di raccontare - Incontro con gli autori. Fervono i preparativi per il primo di una serie di eventi che ci vedranno impegnati per tutto novembre e che nei prossimi giorni andremo a spiegare...
Ma restiamo sulla serata di domani e in particolare su Minimal Incipit. Degli incipit inviati da voi e vari amici giunti via mail ne abbiamo scelto 4. Oggi vi proponiamo uno di questi.
Chi abita dalle parti di Bollate, se non vuole perdere l'appuntamento di domani sera, deve prenotare chiamando il numero 0283412369 (abbiamo raccolto già un buon numero di richieste, affrettatevi...) e per voi, cari aficionados, stiamo preparando la diretta streaming per cui tenetevi pronti e rimanete sintonizzati.

martedì 6 novembre 2012

È l'Ora delle elezioni...cult


6 novembre 2012.
Cosa succede, il 6 novembre 2012, ovvero oggi?
Ci sono le elezioni.
Quali elezioni?
Le primarie del PD? Le primarie del PDL?
Ma no, di quelle frega giusto ai diretti interessati. Le elezioni in questione sono nientepopodimeno che le presidenziali americane. Oh yes.
Democratici contro Repubblicani.
Barack Obama contro Mitt Romney.
Il Bene contro il Male.
Non sarà stato il salvatore della patria o del mondo intero, però Obama ha rappresentato un netto passo in avanti rispetto alla disastrosa amministrazione dell'American Idiot Bush, ha portato a casa una storica riforma sanitaria che Romney non vede l’ora di cancellare e insomma, sapete già da che parte sto io. La stessa parte della girl Lena Dunham.

La politica però è un argomento noioso e quindi evitiamo di addentrarci troppo in queste questioni. E allora parliamo di cinema, con due pellicole firmate da Jay Roach: il film per la tv Game Change e la comedy Candidato a sorpresa.


Game Change
(film tv, USA 2012)
Rete americana: HBO
Regia: Jay Roach
Cast: Julianne Moore, Ed Harris, Woody Harrelson, Sarah Paulson, Ron Livingston, Peter MacNicol, Brian D’arcy James, Melissa Farman
Genere: elettorale
Se ti piace guarda anche: Veep, Political Animals, Boss

Game Change è incentrato sulle elezioni del 2008. Sì, quelle che hanno fatto diventare Barack Obama il primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti. Una grande storia per un film. Ma non è questa la storia qui narrata. Durante quell’elezione, c’è infatti stata un’altra grande vicenda, umana e mediatica, ancor più che politica.

John McCain, stimato repubblicano ed eroe di guerra americano, era un candidato deboluccio contro Obama che finiva sulle copertine delle riviste di tutto il mondo, Obama che teneva discorsi storici a Berlino, Obama superstar, Obama rock’n’roll. A rendersene conto è stato lui stesso in primis, così come il suo staff. Cosa fare allora per cercare di battere Obama, quando tutti i sondaggi lo davano sotto di parecchi punti?
Se il motto di Obama era Change, la campagna presidenziale di McCain aveva bisogno di un Game Change. Di un candidato alla vicepresidenza in grado di stravolgere tutto. Dove cercarlo, se non su Google e su YouTube? È così che lo staff di McCain ha scovato una governatrice tosta, una donna col fucile, una madre di 5 figli in cui gran parte dell’elettorato femminile poteva riconoscersi. Oh yes, proprio lei: Sarah Palin. Sbucata fuori dal nulla, o da un posto ancor peggiore del nulla: l’Alaska.


 
Sarah Palin è la grande protagonista della storia qui narrata. Sembra la concorrente di una puntata del programma di Mtv Made, solo che il compito in questo caso è leggermente più impegnativo del solito. Non si tratta di voler diventare una rockstar oppure una cheerleader o una roba del genere. Qui si tratta di diventare vice presidente degli Stati Uniti d’America, in appena un paio di mesi. Sarà all’altezza una che all'infuori dell'Alaska non ha la minima idea di cosa ci sia di tale gravoso compito?
Tra gaffe e crisi personali, la risposta è no, però ci sarà da ridere. La figura della Palin ha ispirato anche la spassosa comedy Veep, sempre targata HBO, che vi consiglio di recuperare. In Game Change la vicenda è invece vista sotto una luce maggiormente drama, ma comunque due risate ce le facciamo pure qua.

A vestire letteralmente i panni della Palin c’è una Julianne Moore impressionante per doti mimetiche. La sua interpretazione è grandiosa e c’è solo da inchinarsi al suo cospetto. A livello personale, io però preferisco le interprezioni in cui l’attore non si nasconde dietro un’imitazione totale. Come quella di Ed Harris che, pur essendo pure lui parecchio somigliante a John McCain, risulta sempre riconoscibile. Il migliore del cast per quanto mi riguarda è però il come sempre immenso Woody Harrelson. Anche lui interpreta un personaggio realmente esistente, Steve Schmidt, l’uomo dietro la campagna elettorale di McCain, e pure lui gli somiglia parecchio, però essendo un personaggio meno noto, Harrelson è anche meno vincolato da un'interpretazione di “imitazione”. Con un trittico di attori del genere, risulta azzeccata allora la scelta di usare per i “rivali” Barack Obama e il suo vice Joe Biden immagini di repertorio, anche perché se no avrebbero dovuto trovare degli attori all’altezza dei tre repubblicani (per fiction) e non sarebbe stato facile.

Alla regia c’è Jay Roach, già regista di Austin Powers e del primo Mi presenti i tuoi? che negli ultimi tempi sembra aver virato pesantemente verso la politica, considerato anche come il suo ultimo film sia la comedy Candidato a sorpresa, uscito da poco nei cinema italiani e di cui parliamo qui di seguito. Un regista non fenomenale che però fa il suo discreto lavoro e che è riuscito a realizzare un film tv che ha poco o nulla da invidiare a un film non tv.
Curiosità da segnalare: la sceneggiatura, tratta dall’omonimo libro scritto dai giornalisti John Heilemann e Mark Halperin, è stata scritta da Danny Strong, il nerd Jonathan di Buffy visto poi anche in Una mamma per amica e Mad Men, che dimostra di essere un grande anche come sceneggiatore.

Se vi interessano i dietro le quinte della politica americana e se volete prepararvi in maniera adeguata alle nuove elezioni ormai imminenti (gli ammericani voteranno il 6 novembre), questa è la visione ideale. Ma lo è anche se di politica ve ne frega ben poco e volete semplicemente godervi una storia avvincente su un personaggio suo malgrado perfetto specchio dei tempi in cui viviamo. Sarah Palin, politica molto limitata, ma donna dalle molteplici sfaccettature e risorse. Chi l’avrebbe detto, al solo guardare la spassosa parodia fatta da Tina Fey al Saturday Night Live?
(voto 7+/10)

Candidato a sorpresa
(USA 2012)
Titolo originale: The Campaign
Regia: Jay Roach
Cast: Will Ferrell, Zach Galifianakis, Jason Sudeikis, Dylan McDermott, Sarah Baker, Katherine LaNasa, Dan Aykroyd, John Lithgow, Brian Cox, Karen Maruyama, Grant Goodman, Kya Haywood, Josh Lawson
Genere: satira politica
Se ti piace guarda anche: Veep, Il dittatore, Parto col folle

Nonostante il titolo, non è che ci siano grosse sorprese, in questo Candidato a sorpresa.
Si tratta di una commedia che scorre via piacevole e regala anche qualche sorriso. Non è che ci si rotoli per terra dalle risate, però qualche frecciata fa centro. Se la parte comedy non funziona alla grandissima, però si salva ancora, a convincere meno è la parte politica.
Fare satira politica l’è ‘na bruta bestia. Non è facile, per niente. Qui da noi, era facile quando c’era Berlusconi al centro dell’arena. Con l’austerità del governo Monti, anche la nostra satira è entrata in crisi, in epoca di recessione. Facile ironizzare sulle mille (dis)avventure del Berluska, meno trovare spunti sugli altri. Anche perché il governo Monti è fatto di tecnici, nemmeno di politici, quindi come si fa a fare satira politica su dei tecnici?
Quando la satira è approdata al cinema, poi, abbiamo avuto di recente risultati disastrosi. Tanto per dire un film qualunque, dico solo l’inguardabile Qualunquemente di Antonio Albanese.



Per quanto riguarda la satira americana, qui entriamo in un territorio locale minato le cui dinamiche non sono del tutto comprensibili a uno sguardo “straniero”. La serie comedy della HBO Veep, incentrata sulla vita di un’immaginaria vice presidentessa degli Stati Uniti stile Sarah Palin, ad esempio, subito subito non risulta molto divertente. Una volta che si è entrati nei suoi meccanismi, però, comincia a far davvero ridere.
Con questo film le risate fornite da Will Ferrell e Zach Galifianakis sono poche, ma a non convincere è soprattutto una certa timidezza della pellicola nel voler davvero pigiare sull’acceleratore del politically incorrect. Una cosa capitata di recente anche al comunque più riuscito Il dittatore con Sacha Baron Cohen: entrambi i film partono bene, sembrano davvero intenzionati ad attaccare il sistema politico americano e poi alla fine si tirano indietro e non danno il colpo di grazia.

Candidato a sorpresa purtroppo non sorprende. È una visione piacevole e carina, ma un film di satira politica, di vera satira politica, non può e non deve essere piacevole e carino. Deve essere scomodo, urtante e urticante. Come sapeva essere Daniele Luttazzi nei suoi interventi migliori. Quando gli permettevano di andare in tv, almeno.
Un aspetto comunque interessante del film è che in questa campagna non c’è un buono e un cattivo. Se ci si poteva aspettare un candidato democratico integro e dai forti valori morali contrapposto al solito repubblicano malefico, le cose non sono così. Anzi, è quasi il contrario.

Will Ferrell è il candidato democratico senza scrupoli che farebbe di tutto per vincere, campagne contro l’avversario costruite su menzogne comprese: ad esempio, accusa il povero Galifianakis di essere in combutta con al-Qaeda, mossa che qualche repubblicano aveva cercato di fare nella passata campagna elettorale contro Obama. La caratteristica principale del democratico Will Ferrell è però la sua passione per le donne e il sesso, che lo portano a essere una versione estrema di Bill Clinton, o anche una versione soft di Silvio Berlusconi.
All’altro angolo del ring, in questa campagna elettorale per conquistare un posto nel governo americano, troviamo l’improbabile repubblicano Zach Galifianakis, un tipo ingenuo e bonaccione piazzato in maniera strategica da due miliardari senza scrupoli interpretati da Dan “Ghostbuster” Aykroyd e John “Trinity” Lithgow. Ma man mano che la campagnia entrerà nel vivo, anche Galifianakis scoprirà il suo lato oscuro…
Tra i due, non c’è quindi un buono in senso assoluto. Perché nella politica reale, un buono in senso assoluto è davvero difficile da trovare. Peccato che nel film alla fine non ci sia nemmeno un cattivo in senso assoluto e quindi la critica al sistema mossa dalla pellicola risulta essere un bagno nell’acqua di rose.
Per concludere questo dibattito più cinematografico che politico, Candidato a sorpresa è un film carino. Peccato solo che Hello Kitty o i Barbapapà possono essere carini. La satira politica deve essere spietata.
Grazie per aver letto questo post e che Dio benedica i Pensieri Uniti Cannibali!
(voto 6-/10)
Cannibal Kid

lunedì 5 novembre 2012

strade di fuoco

Settimana di preparativi in vista della serata con gli autori organizzata in vista della festa della Biblioteca Comunale di Bollate. Vi terremo aggiornati su quello che ci sarà prima (presentendovi gli autori che hanno dato la loro disponibilità), durante (diretta web streaming) e dopo (illustreremo con immagini e commenteremo la serata nei giorni successivi).
Partiamo con introdurre chi aprirà la serata. Per fare questo vi rimandiamo direttamente al suo blog dove ha pubblicato le ragioni della sua presenza. Pubblichiamo l'incipit e poi il link per poter leggere tutto il post.

Sabato sera a Bollate si parlerà di libri.
Dopo 18 mesi passati a viaggiare, cantare, ballare, condividere passioni, concerti, feste, spettacoli, presentazioni e reading, avevo deciso di dire basta. Dal mio punto di vista tutto quello che ha un inizio poi termina, inevitabilmente finisce. Molta gente crede che io faccia lo scrittore di professione, o lo springsteeniano per devozione, o lo “scemo” per missione. Hanno tutti ragione, direbbe Paolo Sorrentino, anche se in fondo non è così. Poi succede che un tuo carissimo amico metta in piedi una cosa che nel mio paese natale non si è mai vista e allora accorri, aiuti, cerchi di “partecipare” alla crescita di questo bellissimo progetto. Il Konte? E’ morto. Morto e sepolto. Ma al mio amico Giancarlo non potevo dire no. L’Orablù non è “solo” un bar. E’ un circolo culturale ricco di iniziative. Accetto volentieri l’invito (una promessa va sempre mantenuta) e non mi pesa dare l’occhei confermando la mia partecipazione come “apripista” della serata. L’Orablù ha i locali che si affacciano sul parcheggio delle piscine comunali di Bollate, la mia Hometown.

qui il seguito

giovedì 1 novembre 2012

Qualcuno di speciale cercasi


Ultimamente prendo quello che mi capita, quasi senza chiedere nome cognome e data di nascita. Non mi era mai piaciuto prima d’ora: ho sempre avuto idee precise, anche un bisogno di continuità, che mi portavano a stilare liste vincolanti, o a disegnare schemi di variazioni ben determinate. Tutti erano compresi all’interno dei miei gusti limitati, nessuno vi si allontanava nemmeno di un pelo, e se qualcuno di nuovo si aggiungeva, prima di affezionarmi avevo bisogno di tempo, ed è per questo che non sono mai stata attratta da perfetti sconosciuti. Sono sempre stata curiosa ma non fino a questo punto. Quando poi per qualche ora di piacere devi pagare, e i soldi a disposizione non sono tanti, stai ben attenta alle scelte che fai, eviti colpi di testa, e ti attieni a quei pochi che conosci e che davvero ti piacciono. Ultimamente invece se qualcuno mi dice “questo potrebbe piacerti”, pur non avendo mai creduto in vita mia a questa frase, nemmeno se detta da chi è probabile conosca i miei gusti, non rifiuto più; non dico che la mia sensazione sia di fiducia totale nel consiglio, perché non è così, semplicemente non ho più paura di scoprire che invece non mi piace, non lo considero più un errore, qualcosa di cui pentirsi o vergognarsi, semmai un’esperienza in più, su cui riflettere, da cui imparare, di cui parlare, anche da sputtanare se mi va.
E poi diciamoci la verità, nonostante mi consideri ora un’esperta che sa intuire una bufala, spesso vince la curiosità, che lungi dall’esser sparita è semmai cresciuta con me, perciò non mi tiro indietro, penso: c’è sempre tempo per tirarsi indietro, no? E vado avanti. Per convincermi, nei casi in cui il coraggio vacilla, mi dico: se non provo, non posso essere sicura che non mi piaccia; ed è soprattutto quando sono così poco convinta che mi rendo conto che la mia curiosità, con gli anni, tende sempre più a farla da padrona, perché molto spesso è l’aver capito che sto per avere a che fare con qualcuno di completamente nuovo per me, mai immaginato nella mia vita, o addirittura al quale non avrei mai dato due centesimi bucati, che mi smuove la voglia più curiosa di iniziare. Non ho più paura del nuovo. Non sempre mi va bene, e devo dire, ora che ho provato sia qualcuno di cui mi è stato raccontato qualcosa già prima, sia perfetti sconosciuti, che la prima strada è ancora quella che mi si confà, eppure continuo la roulette russa delle possibilità offerte dal caso, e leggo quello che mi capita, perché quando si viaggia con il bagaglio a mano non ci si può portare appresso l’intera biblioteca sensatamente selezionata in base ai propri gusti, interessi, studi, ma ci si deve accontentare di quello che viene prestato, soprattutto se non si vogliono spendere soldi per comprare nuovi libri e poi per spedirseli a casa alla fine del viaggio, metodo di trasloco meno costoso di un bagaglio da imbarcare su volo internazionale, e anche meno doloroso per le mie spalle, quando si tratta di trascinare la valigia sulle scale dell’aeroporto meno dotato che abbia mai conosciuto.

Ho letto diversi libri che raccontano la storia di qualcuno, soprattutto da quando sono ospite mi vengono appioppati con la promessa che mi piaceranno, perché sono proprio il mio tipo, ma la musica è sempre la stessa, perciò mi hanno un po’ stufato. Sono stanca di leggere libri che raccontano una storia. È come se io pubblicassi il mio blog della mia prima volta a Berlino, spacciandolo per romanzo, solo perché qualcuno dice che scrivo bene. A me non importa solo quanto è scritto bene un testo, perché oltre a questo la storia deve essere nuova, diversa, raccontata in modo particolare, e non solo questo. Il mio blog ad esempio non ha un inizio né una fine: cioè inizia in media res all’insegna dello scazzo più totale, come se fosse una medicina amara prescritta dal medico contro la mia volontà, e finisce che sparisco e pubblico post fasulli per tenere buoni i creditori, in modo che non si accorgano che mi sono data alla macchia (che avevo smesso di prendere le medicine e davo di matto l’avevano già capito). Per trasformarsi in un romanzo interessante, almeno ai miei occhi di lettrice, dovrebbe avere un inizio che accompagni il lettore alla scoperta dei protagonisti, dei luoghi, del tempo di cui si narra, dovrebbe raccontare la mia storia in rigorosa terza persona e con un punto di vista il più esterno possibile, giusto per dare credibilità al tutto, e dovrebbe avere un gran finale, un qualcosa che colpisca il lettore. Inoltre solo alcuni dei miei post sarebbero adatti o adattabili alla forma di romanzo. Eppure c’è chi certe cose le pubblica e riesce pure a venderle.


Ho letto in questi ultimi anni diversi libri del genere (fatico a chiamarli romanzi), si tratta di scritti in prima persona che raccontano avventure berlinesi, riflessioni, confronti, proprio come si potrebbe fare in un blog, ed io, forse perché è la mia seconda volta a Berlino, non ci trovo nulla di eccezionale nel vivere l’integrazione da protagonista. Berlino è una città multiculturale, e io ho l’impressione che qualsiasi straniero con un minimo di istruzione si senta in dovere di raccontare in un libro l’incredibile storia di come è arrivato a Berlino, di come si è tirato su dal nulla, come si è integrato bene. Eventualmente l’autore sottolinea il suo legame ancora vivo con il Paese d’origine o conferma addirittura di sentirsi indeciso se scegliere come proprio Paese del cuore quello d’origine o la Germania. Sicuramente prima o poi fa un confronto tra i due. Lo svolgimento classico è fatto di dubbi, amore e odio in contemporanea, entusiasmo, demoralizzazione, e lieto fine in un paese straniero, in alternativa si opta per i racconti sparsi. Fra quelli che ho letto, l’unico libro diverso dal solito su un tema ripetitivo è stato scritto da un’italiana che a Berlino era arrivata per studiare matematica e, prima per caso (a quanto pare era l’unico lavoro ben retribuito) poi definitivamente, si è pagata gli studi facendo la prostituta in un bordello, dove il massimo del guadagno l’ha raggiunto quando è rimasta incinta (del suo fidanzato), perché a quanto pare ai clienti piaceva molto farlo col pancione, ed erano addirittura disposti a pagare di più. Naturalmente il libro è stato pubblicato con un nome falso, visto che la famiglia di questo lavoro non sapeva né doveva sapere nulla, infatti Sonia Rossi non mi sembra un nome siciliano.

Io a Berlino non solo non ero riuscita a prostituirmi neppure gratis, ma non avevo nemmeno imparato il tedesco così bene da scriverci un libro, e per di più divertente. Perché se c’è una cosa che gli stranieri a Berlino hanno in comune è il forte senso dell’umorismo quando scrivono. Ho letto anche libri di ebrei berlinesi scampati alle deportazioni e di berlinesi dell’est scappati dalla dittatura della DDR, ma non erano così divertenti. Forse la loro storia era meno divertente, o forse loro erano troppo tedeschi e, pur se perseguitati, sapevano di essere a casa loro. Fra questi libri di tedeschi, quello che mi è piaciuto di più è stato quello dell’ebreo (l’attore Michael Degen), che ha dieci anni quando, assieme a sua mamma, inizia a vagare di nascondiglio in nascondiglio per sfuggire ai nazisti, aiutato da tedeschi di buon cuore (il titolo significa “Non tutti erano assassini”); lui ha vissuto l’esperienza della persecuzione da bambino, e il suo libro mi piace perché è riuscito a scriverne esattamente con il punto di vista dell’infanzia, quindi non come un adulto che ricorda e a posteriori riflette, ma quasi come se avesse scritto tutto a due anni dai fatti. Mi ha colpito scoprire come, nonostante il pericolo di morte, e la consapevolezza di poter essere in ogni momento scoperti e denunciati, un bambino possa mantenere comunque il suo lato innocente, quello che gli fa credere nella magia, nei super eroi, o semplicemente nella possibilità di risolvere i problemi parlandone. Il piccolo Michael ad un certo punto, sicuro di essere un peso per sua madre che non sa più come procurarsi il cibo, scappa e decide di nascondersi da solo, creando invece grande preoccupazione e spavento, in una donna che in alcun modo poteva uscire dal nascondiglio per cercarlo, né chiedere in giro, né denunciare la scomparsa alla polizia senza essere arrestata e deportata!

Ma tutti gli altri libri? Certo tipo di storie, comprensive dello stile divertente e semplice, mi sembrano più adatte ad un blog che ad un romanzo che cambierà la vita ai suoi lettori, ed è proprio per questo che anche i blog personali hanno dei lettori. A chi può interessare la banalità di una vita quotidiana? A chi può interessare la storia di come è stato strano abituarsi ad un Paese così diverso? Soprattutto quando è l’ennesima che leggiamo. Giusto ai lettori di un blog, che grazie alla possibilità di lasciare commenti e di leggere le risposte dei blogger, hanno l’impressione di conoscerli, e di aver quasi diritto (prima ancora che piacere) ad essere informati delle novità.
O almeno questo è quello che credevo io. Invece ci sono tantissime persone alle quali piace leggere libri su storie personali a malapena legate assieme da un filo cronologico (o anche solo logico), che più spesso appaiono come raccolte di pagine di diario o di articoli (come post, appunto). Perché per questi lettori conta solo che si parli della vita privata altrui (che accalappia il lettore), e che l’autore abbia senso dell’umorismo (che fa andare avanti il lettore anche quando la storia in sé è banale ai massimi livelli).

Nell’ultimo libro che ho letto, ad esempio, si fanno molti confronti con la Russia sovietica, si raccontano aneddoti e curiosità di cui l’autore è stato protagonista coi suoi amici, e vengono dati alcuni brevi consigli per vivere Berlino (il sottotitolo significa “Una guida per turisti pigri”), insomma niente di speciale, ma non c’è dubbio che lo stile sia comico, la risata mi è scappata più volte, per l’ironia o addirittura il sarcasmo con cui l’autore descrive i berlinesi, e con cui confronta l’Occidente con lo sfigato Est europeo, ma alla lunga mi è sembrato ripetitivo ed esagerato. Sarà che avevo letto già un libro di Wladimir Kaminer, che suona più o meno come questo, sarà che ho già letto libri simili, e suonano tutti così, sarà che così son capace di scrivere pure io, quando ne ho voglia.
Sarà che, curiosità a parte, io lettrice ho voglia e bisogno di qualcosa che abbia un vero inizio promettente, un corpo interessante e coinvolgente, e un gran finale che mi stupisca.


Fucking Berlin di Sonia Rossi (in italiano edito da Rizzoli)
Nicht alle waren Mörder di Michael Degen (da cui è stato tratto un film nel 2005 o 2006, diretto da Jo Baier)
Ich bin kein Berliner di Wladimir Kaminer (in italiano sono usciti altri suoi libri, editi da Guanda)

Elle