Seconda parte del racconto di Elle sul pane (qui la prima parte)
Viene infornato due volte, la prima per cuocerlo e la seconda per tostarlo, e grazie a questa particolare procedura trattiene l'umidità e mantiene inalterata la propria fragranza anche per diversi mesi, per questo motivo veniva preparato per i pastori transumanti: vi ricordate che pane è? È il pane carasau, bravi. Oggi viene preparato solo di grano duro, e si può mangiare con la nutella per merenda, ma fino ad un centinaio d’anni fa questo era il pane d’uso giornaliero delle famiglie benestanti, mentre le famiglie più modeste lo alternavano al pane d’orzo, che veniva preparato anche dalle famiglie benestanti ma per i domestici, i pastori e i contadini alle loro dipendenze.
Da bambina avrei voluto essere la
Mafalda di Quino, colta, curiosa, sarcastica e pungente. Ma anche
bella come Barbarella o ascetica come le donne di Modì, eterea come
le ballerine di Dégas…insomma essere una specie di
super-mini-eroina che, a seconda delle situazioni, avrebbe potuto
entrare in personaggi perfetti per il momento.
Io non ci sono riuscita e sono ancora
qui a barcamenarmi, cercando di interpretare i diversi ruoli che la
mia vita prevede ma qualche tempo fa (grazie alla “gentile
intermediazione” de La Firma Cangiante) ho incontrato qualcuno che
è riuscito nel mio desiderio d’infanzia.
Lei è minuta, carina, semplicemente
fantastica quando entra nei diversi personaggi. Lei è una creatura
speciale. Non tanto perché dotata della indiscutibile capacità di
trasformarsi ed inserirsi perfettamente nelle diverse situazioni
nelle quali si “insinua” ma perché Lei, Vincenzina, altro non è
che la figlia della penna di Giuseppe Scapigliati, già “papà”
di Bradi Pitt.
I.E.
“Voglio arrivare il più possibile
alla verità e astrarre ogni cosa da essa fino a raggiungere
l’essenza delle cose”
Cast:
Emilio Estevez, Pat Hingle, Laura Harrington, Yeardley Smith,
Christopher Murney, Holter Graham, Frankie Faison, Giancarlo
Esposito, Maria Maples, Stephen King
Se
ti piace guarda anche: Final Destination, Duel
Avevo
un film in testa. Per anni il suo ricordo mi ha tormentato. Non
riuscivo a capire quale fosse. Ricordavo di una pellicola vista da
bambino insieme ai miei genitori con dei camion guidati da nessuno
che uccidevano le persone. Pensavo fosse Duel di Steven Spielberg.
Quando l’ho visto delusione. Delusione parziale, perché comunque
si tratta di uno dei film più geniali che Spielberg abbia mai
girato. Solo non era quello il film che avevo riposto in un cassetto
della memoria della mia infanzia. C’era un camion omicida, ma non
era quello il film.
Per
anni ho vagato per le strade di mezzo mondo, fermando tutti i
camionisti e chiedendo loro se avevano visto quella pellicola.
Qualcuno mi rispondeva Duel ma io dicevo che no, non era quello,
porca paletta! Qualcun altro mi suggeriva Teresa, il film di Dino
Risi con Serena Grandi in versione porno camionista, eppure non si
trattava nemmeno di quello.
Poi un
giorno di pioggia l’ho incontrato per caso. Non Licia. Il film con
i camion assassini. Ci sono finito contro su IMDb, mentre cercavo non
so cosa. Sono rimasto colpito da quel titolo: Brivido. Quando ho
visto le immagini del film, mi è davvero venuto un brivido. L’avevo
trovato. Avevo trovato quel film! Con mia somma sorpresa, ho scoperto
inoltre che si trattava di una pellicola diretta da… Stephen King?!
Non
avevo idea avesse mai fatto il regista, invece Brivido è il suo
esordio e per il momento anche ultimo film come regista. Sarà un
caso? In effetti non si tratta di un capolavoro cinematografico e
King è sicuramente più un re con la macchina da scrivere che non
con la macchina da presa. Eppure non è nemmeno una pellicola diretta
tanto male. Si tratta di un B-movie anni ’80 con tutte le ingenuità
e i difetti che ciò comporta, ma allo stesso tempo anche con tutti i
pregi del caso.
Si
tratta di una tipica tamarrata 80s. Di quelle alla Mr. Ford.
La colonna sonora è persino firmata dagli AC/DC. E il protagonista
principale è Emilio Estevez, non un attore cane come gli action
heroes tanto amati dal mio blogger rivale, però certo nemmeno uno
conosciuto per la raffinata recitazione. In più abbiamo una rassegna
di scene splatter, di spassose battute sboccate, di quelle che
abbondavano negli anni Ottanta e che poi il vento del politically
correct avrebbe spazzato via, almeno dalle pellicole americane
mainstream. Il tutto con una trama che, per quanto ideata dallo
stesso maestro King, è ridotta all’osso ed è più che altro il
semplice pretesto per mostrare una raffica di morti ammazzati,
lezione mandata giù a memoria qualche anno più tardi dalla saga di
Final Destination e da un sacco di altri horror. Si tratta quindi di
una fiera del trash in piena regola, e proprio per questo il
divertimento è garantito.
Il
film mostra in maniera evidente i segni del tempo, soprattutto nel
tratteggio piuttosto superficiale e schematico dei personaggi, ma la
storia della rivolta delle macchine è ancora oggi parecchio
attualizzabile. Concentrandosi su internet, smart phone e nuove
tecnologie, ne potrebbe uscire in maniera facile un remake pronto da
dare in pasto alle nuove generazioni. La sceneggiatura di Brivido 2.0
si scrive da sola.
Tra le
chicche del film, uno dei personaggi a un certo punto dice: “Andiamo
dritto per dritto,” manco fosse Maccio Capatonda, quindi c’è
un’apparizione di Stephen King anche in veste d’attore nella
primissima scena e inoltre segnalo la presenza in un piccolissimo
ruolo di Giancarlo Esposito, futuro Gus Fring della serie Breaking
Bad, che pure qui non è che faccia una bella fine…
A
sorpresa, rivedere oggi Brivido non mi ha regalato grossi brividi. Mi
aspettavo una figata, invece è solo una trashata clamorosa che mi ha
regalato giusto qualche sorriso. Resta comunque un piccolo (s)cult
movie della mia infanzia. Soprattutto, sono contento di aver
realizzato una delle mie missioni esistenziali ed essere finalmente
riuscito a scovarlo. Anche se poi, come spesso accade, certe cose
sarebbe meglio farle restare tra i ricordi di infanzia.
Secchiate di malinconia gli caddero addosso. Rivide lei, colma di odio e con il diavolo nel cuore strepitargli che era un coglione, un bastardo, una merda rinsecchita. Fermo sotto un cartello stradale con quella faccia da tenebre e nebbia che si ritrovava, fece una risata rauca. Le aveva replicato questo è ciò che mi hanno fatto diventare, bambina, non averne a male. E glielo disse con una voce metallica, puntando dritto dentro i suoi occhi freddi. Poi, lentamente, girò lo sguardo intorno e con garbo si aggiustò il cappello. E si sentì andare in pezzi. Si avviò arrancando lungo la strada fosca. Dal taschino della giacca prese il pacchetto nuovo di sigarette e scartandolo si rese conto di avere il cervello come appannato da cumuli di polvere. Le lacrime gli sfondarono le palpebre e attese che il suo cuore si calmasse. La pioggia continuava a cadere diritto sulla sua testa, incurante di tutto. Come la sorte. Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c'è il posto dove vaidove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa,lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiantedove cadono le lacrime. (Where Teardrops Fall - Bob Dylan)
Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine. Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati,le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e' spezzato. (Everthing Is Broken-Bob Dylan). Everthing Is Broken by Bob Dylan on Grooveshark
Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro. Ma fin quando gli era stato possibile aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla, e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti. Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramontofra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare. (Where Teardrops Fall - Bob Dylan)
Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra. Ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. E sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si bruciasse tra le dita. Da un balcone aperto il crepitio di una radio lo scosse. Viviamo in un mondo politico la saggezza e' sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull'asse la vita e' negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World - Bob Dylan). Political World by Bob Dylan on Grooveshark
Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta. C'era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell'ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C'è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco?Che cos'era che volevi? E' qui nella mia mano? (What Was It You Wanted - Bob Dylan). What Was It You Wanted by Bob Dylan on Grooveshark
Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane, quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena era uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina, obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli. Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio. Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidarequando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non e' facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all'uomo dal lungo cappotto nero. (Man In The Long Black Coat - Bob Dylan) Man in the Long Black Coat by Bob Dylan on Grooveshark
Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi. Ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi Gravity Talks dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas, il Roy Bittan dei poveri e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato. A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. ed io dov'ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo? (What Good Am I? – Bob Dylan) What Good Am I? by Bob Dylan on Grooveshark
Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto. Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo (Knockin’On Heaven’s Door-Bob Dylan).Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero. Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l'innocenza muore. (Ring Them Bells - Bob Dylan) Ring Them Bells by Bob Dylan on Grooveshark
Il telefono squillò per terra, nell’ombra ,una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola.Con le labbra incollate alla cornetta disse: Si!... Ciao, sono Wilma. Buon Natale. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l'abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. (Shooting Star - Bob Dylan)
Zappalà di nome faceva Zeppolino, il papà alla sua nascita volle ironizzare sul suo destino già scritto per condizioni fisiche e sociali, e già che c'era cogliere un'occasione per mandare a fancristi il prete del posto che gli stava sul riproduttore. 55 anni e già 45 di lavoro sul groppone, 165 cm donati con parsimonia dalla natura manco costassero un tot l'uno, in compenso un tronco taurino costruito frequentando assiduamente il bodycenter "raccolta di ortaggi", palestra ecologicamente corretta sita nella piana di Sibari.
Dopo 10 anni di mazzo a tarallo nelle campagne la grande occasione del lavoro al Nord, in una mensa aziendale, 35 anni a lavar piatti, pentole e marmitte e trascinar ramazze sui pavimenti e spugne sui tavoli. Tartagliava un pochino il buonZap/papa/p/p/palà, poi era timido e discreto, s'impappinava al bancone a riempir piatti dove provava disagio, quindi era contento così, mai rotto le palle a nessuno e guai a mancare di rispetto a quello che faceva, potevi dirgli tutto ma non dire che il suo lavoro era umiliante - Se io non la/lala/lavo e puuu/lisco qua che me/memer/merda vi ma/ma/mmm/mangiate poi voi? - e nessuno aveva da obiettare.
Per il resto mitezza assoluta, i bolli della pensione sudati uno ad uno senza un giorno di malattia. Lo chiamavano tutti Zazzà, anche alla stazione di Lodi, dove ogni mattina arrivava con la bicicletta dal suo rustico in campagna per prendere il locale delle 6:30 e recarsi a Milano. Volle andare a vivere in campagna d'accordo con Concetta, una bella donna napoletana ora più che in carne che mai fu magra, morbida e setosa come un bel guanciale, che aveva trasfuso il suo dialetto anche al marito. 4 figli gli aveva dato Concetta, che sa la miseria come mai erano tutti oltre il metroesettanta femmine comprese, tanto che Zazzà qualche dubbio sulla paternità ogni tanto se lo faceva scappare - Nè Cunce', ma comme caspita è che so' accussì alti 'sti guagliun? - (strano, col dialetto non tartagliava quasi mai) e quella sempre la stessa risposta - Song 'i yogùrt della coop, Zazzà! - e si facevano una risata. Concetta le era sempre stata fedele, e poi Zazzà, oltre ad essere devoto ed affettuoso, era un "trombateur" appassionato di prima categoria, col tarello non falliva una sillaba!