venerdì 12 luglio 2013

giovedì 11 luglio 2013

Portraits di Omar Salem


"Sono nato a Milano il 6 Settembre di 33 anni fa, da padre egiziano e madre italiana, insomma un precursore della multietnicità cosi diffusa oggi giorno.
L'intreccio di culture diverse ha seguito tutta la mia crescita e formazione, dalle elementari fatte in una scuola inglese, fino all'università dove mi sono laureato in Mediazione Linguistica e Culturale. Sono ora un consulente informatico, con la passione per il calcio giocato in prima persona, le immersioni subacquee, ed i viaggi.
La curiosità per le altre culture e la voglia di scoprire mi porta ad "esplorare" il mondo. Vivere e mescolarmi tra la gente e le usanze dei luoghi, per non rimanere un semplice osservatore straniero, ma "divenire parte" del posto.
Il desiderio di ricordare queste esperienze oltre che con la memoria anche con un immagine, ha fatto nascere la mia passione per la fotografia. La macchina fotografica si è cosi trasformata in un fedele compagno di viaggio. Pian piano, gli scatti sono diventati non solo un modo per ricordare un luogo visitato, ma anche un modo per scoprire sfumature nascoste negli sguardi delle persone, cogliere quell'istante unico e fissarlo in una foto.
Le foto che saranno esposte a L'OrablùBar dal 17 luglio non sono solo ricordi di viaggio, ma anche il tentativo di catturare l'essenza di un volto o di raccontare una storia nascosta dietro uno sguardo, con una semplice immagine."
Omar Salem


L'orablù e Omar vi aspettano mercoledì 17 luglio dalle 19 circa a L'OrablùBar a Bollate.

mercoledì 10 luglio 2013

Estate: turisti a Milano, cose da fare o vedere in città

Settanta fotografie e contenuti speciali provenienti dagli archivi della Universal Pictures costituiscono l'armatura della mostra ALFRED HITCHCOCK NEI FILM DELLA UNIVERSAL PISCTURES.
I backstage ma anche i cammei del regista fino alle colonne sonore.
Lungo il percorso della mostra il critico cinematografico Gianni Canova accompagna con approfondimenti e commenti il visitatore ma noi, amici de l'Orablù, andiamo oltre.
Cannibal Kid (celeberrimo blogger cinematografico e prezioso collaboratore del nostro blog) ha creato una presentazione ad hoc, in esclusiva per noi...


LA MOSTRA SUL MOSTRO
Stufi delle case stregate al luna park?
Gettarvi con il bungee jumping ormai vi fa sbadigliare?
Sono anni che non riuscite a trovare un film horror che ve la faccia fare nelle mutande?
Se volete provare dei veri brividi di paura, l’occasione ve la offre la mostra “Alfred Hitchcock” inaugurata a Milano a Palazzo Reale lo scorso 21 giugno e che proseguirà per tutta l’estate, fino al 22 settembre. Un’occasione speciale per scoprire e riscoprire alcune chicche sulla lavorazione dei grandi capolavori del maestro della suspance. Tra i numerosi film presenti all’interno della sua sterminata filmografia, ce ne sono 3 in particolare che proprio non bisogna perdersi, almeno se si vogliono avere seri traumi esistenziali.
Uno è Psyco, che nemmeno impegnandosi tanto si può riuscire ad evitare. Eterno classico del genere thriller e del cinema tutto, è una di quelle pellicole entrate talmente tanto nell’immaginario collettivo che nessuno dopo averlo visto può farsi una doccia in santa pace. Dannato Hitchcock!
Stesso discorso per Gli uccelli. Ah, gli amici pennuti, che creature simpatiche! Sì, aspettate a dirlo. Guardatevi il film di Hitch e poi comincerete ad andare in giro tenendovi le mani tra i capelli, timorosi per un attacco dall’alto dei cieli.
Il terzo imperdibile del regista britannico è La donna che visse due volte (Vertigo). Credete che questo film non provochi effetti collaterali? Siete proprio degli ingenui. Io una volta non soffrivo di vertigini ma, dopo aver visto questo capolavoro cinematografico assoluto, non riesco più a guardare giù dal terrazzo di casa mia. E abito al piano terra.
Il segreto del cinema di Hitchcock è proprio questo: metterci di fronte alle nostre paure. Persino di fronte a cose che non ci spaventavano e poi, grazie a lui, grazie tante, hanno cominciato a terrorizzarci. Guardate quindi i suoi splendidi film e andate alla mostra in corso a Milano. Fatelo pure. Ma solo a vostro rischio e pericolo.

Cannibal Kid

Attenti a quei Blu - 3a puntata


Eccoci arrivati alla terza puntata di Attenti A Quei Blu. Quella pubblicata oggi è una trasmissione molto particolare dal momento che viene interamente dedicata alla Black Music. Spazieremo quindi fra funky, hip hop, blues, jazz, soul e R&B, partendo dal presupposto che le canzoni siano suonate esclusivamente da artisti di colore. Ma la puntata sarà speciale anche per altri due motivi. Prima di tutto, e vi prego di trattenere le lacrime, alla registrazione non ha partecipato il vostro affezionato Indie Brett, chiamato ad altri lidi da gravosi impegni istituzionali. Immagino il vostro disappunto, che però spero riusciremo a rintuzzare almeno in parte, dal momento che abbiamo fatto vestire i panni di Indie dal nostro Pota Rock, oggi in duplice veste di bergamasco delle valli e fighetto alternative. In secondo luogo, e questo è il vero fiore all'occhiello dell'episodio, alla puntata hanno preso parte come special guestes i grandissimi Ale & FranZ, titolari di Radio Panesalame e protagonisti inimitabili di Affettati Misti (il podcast della puntata di domenica 7 luglio potete scaricarlo cliccando sull'icona posta a destra della pagina).
Come ogni volta, onde evitare di essere sommersi da improperi, mettiamo le mani avanti : non siamo professionisti, prendiamo stecche paurose, ma profondiamo sempre il massimo dell'impegno e dell'imbecillità. Se saremo stati capaci di strapparvi qualche sorriso, bene. Se non ci saremo riusciti, avrete avuto comunque modo di concentrarvi esclusivamente sulla musica : quella è sicuramente buona.
 
PER ASCOLTARE LA TERZA PUNTATA DI ATTENTI A QUEI BLU CLICCA QUI.

E già che ci siamo vi consigliamo ci cliccare Mi Piace sulla pagina facebook di Radio Panesalame.

martedì 9 luglio 2013

A Night at the Roxbury e Ricky Bobby




Will Ferrell. Mi sono preso una sbandata per Will Ferrell. Sono diventato gay per Will Ferrell? No. Sarebbe il caso di diventarlo per Ryan Gosling o Justin Timberlake o un bel ragazzone del genere. Per Will Ferrell no. Sarebbe lui il primo a prendermi per il culo. Prendermi per il culo inteso in senso non gay.
Per tanto tempo, per anni, l’ho colpevolmente trascurato. Mi aveva fatto morir dal ridere con le sue comparsate nel mitico 2 single a nozze (Wedding Crashers), dove interpretava un tizio che si infiltra ai funerali per rimorchiare, e nell’ancor più mitico, oserei dire leggendario, Zoolander, dove era lo stilista Mugatu. Nelle pellicole in cui era il protagonista assoluto non mi aveva invece convinto del tutto, come il natalizio Elf o come Ancorman - La leggenda di Ron Burgundy, commedia celebratissima negli USA di cui è atteso un sequel in arrivo a breve, o il non troppo divertente Candidato a sorpresa. Forse però era solo che non ero ancora pronto. Non ero pronto per la sua comicità esplosiva, sboccata e volgare fin che si vuole ma anche con lampi di genialità assoluti. E così niente, mi sono recuperato Ricky Bobby un po’ per caso e da lì ho voluto approfondire il mio rapporto con Will Ferrell. In senso sempre non gay.

Cosa ho scoperto, con questa mini-retrospettiva sul cinema d’autore (ehm, all’incirca) di Will Ferrell?
Che si tratta effettivamente di un cinema d’autore. Il Ferrell, pur non essendo regista, firma molte delle sue pellicole anche come sceneggiatore, cosa che rende omogeneo il suo parco Opere. Sì, le chiamo Opere, e allora? Ad accomunarle c’è la sua forte presenza, la sua prepotente fisicità, che ricorda moltissimo il batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith. Al punto che viene davvero difficile credere non siano due gemelli divisi alla nascita.
Will Ferrell somiglia poi anche a George W. Smith, l’ex presidente degli USA che ha imitato a lungo al Saturday Night Live…





Oltre al suo aspetto fisico, buffo in un modo strano, visto che non è il solito comico basso e grassottello bensì tutto l’opposto, in una buona parte dei suoi film è presente un certo tipo di comicità che li contraddistingue. Uno stile umoristico tipicamente americano, non troppo distante da quello di un Adam Sandler, eppure ancora più politically incorrect. Non stupisce allora che diverse sue pellicole siano nell’orbita delle Judd Apatow productions, piene come sono di battute sboccate. Con in più qualche puntatina nel grottesco e nel nonsense, come dimostra una pellicola diversa dal suo repertorio solito, Vero come la finzione, di cui avevo parlato di recente.

Se volete anche voi prendervi una cotta, non gay ma se preferite pure gay, per Will Ferrell, ecco quattro pellicole che fanno al caso vostro.



A Night at the Roxbury
(USA 1998)
Regia: John Fortenberry
Sceneggiatura: Steve Koren, Will Ferrell, Chris Kattan
Cast: Will Ferrell, Chris Kattan, Molly Shannon, Jennifer Coolidge, Michael Clarke Duncan, Richard Grieco, Dan Hedaya, Loni Anderson, Eva Mendes
Genere: discoFerrell
Se ti piace guarda anche: Zoolander, Scemo & più scemo




La febbre del sabato sera per la generazione degli anni ’90. All’incirca. Più che altro si tratta di una parodia di quel film, citato anche nella scena della celebre passeggiata di John Travolta/Tony Manero, però non stiamo troppo a sottilizzare. A Night at the Roxbury getta uno sguardo sulla dance culture in maniera molto ironica, preconizzando anche la tamarro generation di Jersey Shore.
I due protagonisti sono due fratelli truzzi con look da boyband alla N SYNC che nella vita hanno in testa solo la disco e come sogno quello di aprire un giorno un locale tutto loro. Per intanto, si accontenterebbero anche solamente di entrare al Roxbury, il locale più figo in città, dove però vengono costantemente rimbalzati dal buttafuori Michael Clarke Duncan. Fino a che un giorno incontreranno Richard Grieco e la loro vita cambierà…


Da segnalare assolutamente la colonna sonora del film, che potrebbe benissimo essere stata compilata da Albertino di Radio Deejay o, in alternativa, potrebbe essere la soundtrack di un cinepanettone a caso. È un tripudio di musica disco, ma riassume il meglio (o forse dovrei dire il peggio) della trash dance anni Novanta, con dentro roba come Ace of Base, Faithless, Bamboo, N-Trance, No Mercy, La Bouche e soprattutto “What Is Love” di Haddaway, leitmotiv dell’intera pellicola.
Il film segna l’ingresso trionfale di Will Ferrell come protagonista in una commedia, dopo alcune particine minori e una serie di sketch al Saturday Night Live. Per lui si tratta anche della prima sceneggiatura, firmata insieme al co-protagonista Chris Kattan e a tale Steve Koren, e infatti sono già ravvisabili tutti gli elementi tipici della sua assurda e irresistibile comicità. Ma questo non è altro che il suo primo passo verso la grandezza.
(voto 7-/10)

Ricky Bobby - La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno
(USA 2006)
Titolo originale: Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Will Ferrell, Adam McKay
Cast: Will Ferrell, John C. Reilly, Leslie Bibb, Gary Cole, Sacha Baron Cohen, Michael Clarke Duncan, Jane Lynch, Molly Shannon, Amy Adams, Greg Germann, Jack McBrayer, David Koechner, Mos Def, Evlis Costello
Genere: autoFerrell
Se ti piace guarda anche: Hot Rod - Uno svitato in moto, Driven

Ricky Bobby è, come dice il sottotitolo italiano, La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno. Perché è ignorante? No, perché Ricky Bobby è un pilota abituato ad arrivare sempre primo. Il film prende in giro in maniera spassosa e tipicamente willferrelliana il mondo delle corse automobilistiche, il circuito NASCAR in particolare, ma anche gli appassionati di Formula 1 e di motori in generale potranno trovare spunti esilaranti. Così come anche a chi non gliene frega una cippa delle auto. Ricky Bobby è infatti soprattutto una specie di parodia dei film sulla classica parabola di ascesa e poi discesa al successo, tipica nei film sportivi come Rocky così come in quelli non sportivi, mi viene in mente ad esempio Boogie Nights, per quanto ambientato nel mondo del porno.

Il risultato? Non agli straordinari livelli del fenomenale Hot Rod - Uno svitato in moto, ma comunque una visione più che divertente. A suo modo, è poi un film profondo. Tra alti e bassi, rettilinei e curve, corriamo a fianco di Ricky Bobby e ripercorriamo la straordinaria vita di questo campione magistralmente interpretato da un Will Ferrell in stato di grazia.
(voto 6,5/10)


continua...

101 Barnie


Grazie all'amico Badit iniziamo la pubblicazione delle 101 illustrazioni che compongono il suo libro 101 Barnie. Vi lasciamo con un'introduzione al personaggio tratta dalla terza di copertina e con la prima illustrazione.




About Barnie

Chi è Barnie? Chi è questo tipetto nasuto, con i capelli ed i baffetti a volte blu e a volte verdi? Cercheremo di scoprirlo attraverso questo viaggio illustrato. Certamente non ci aiuta la sua loquacità!
Lo si è visto proferire un “boh” ed un “beh” (ad una scimmia), alla fine del 2012 in una delle prime apparizioni, e poi nient’altro. Le hanno chiamate “performances”, “covers”ma sarebbe più giusto
chiamarle “interpretazioni”.
Perché Barnie è un mattacchione che si diverte a saltare da Bob Dylan ad una statua della Cattedrale di Palermo, da Cassius Clay ad un orsacchiotto di peluche,beatamente disteso tra le braccia di una fan.
Tutto in assoluta autonomia, a volte in compagnia di Badit e Hachi. Sicuramente ha una passione particolarmente per gli anni 60 e 70. Il suo metodo di recitazione ricorda lo Stanislavskij-Strasberg, ma portato alle condizioni estreme. Riesce a trasformarsi radicalmente.
01 - Boh Dylan




lunedì 8 luglio 2013

Caro amico, mi scrivi?



Luglio col bene che ti vogliooo… ecco appunto non siamo impazziti, né la canicola cittadina ci ha dato alla testa (per ora almeno…), abbiamo solo pensato che, avremmo voglia di rilassarci un pochino e di ricevere vostre notizie, cari followers (e simpatici simpatizzanti) de l’Orablù.
Ci mandate una cartolina delle vostre vacanze???
Per quanto nostalgici di vecchi sistemi di comunicazione, non vi chiediamo di andare a cercare i tanto amati cartoncini, fornirvi di francobollo ed accingervi alla più improba caccia al tesoro del millennio, quella alla buca delle lettere… nooooooo, non vi vogliamo male, anzi!

Allora, armati di qualsiasi diavoleria digitale sia in grado di scattare foto, immortalate un luogo, un momento, una faccia (chiedetene autorizzazione… a meno che non sia la vostra) che rappresenti la vostra estate. Aggiungete una didascalia, un commento, un saluto e, se volete, un link musicale.

Spedite a orablubollate@gmail.com ed il gioco è fatto.

Comporremo grazie a voi un libro dei ricordi di questa estate 2013.

Vi aspettiamo!!!

giovedì 4 luglio 2013

La cosa più strana che troverete è l'amore

In questi giorni ho capito una cosa molto importante: perché Berlino in qualche modo mi scioglie. Il mistero mi è stato svelato già a pagina 11, dove Berlino viene definita come “la capitale europea verosimilmente meno stressata”. D’altronde quando in un posto si vive certe cose si danno per scontate e semmai ci si stupisce quando ci si rende conto che altrove non è così.

Oggi, come da tradizione, vi darò prima la cattiva notizia, che forse avevate già temuto con la mia premessa: ho letto un altro libro che parla di Berlino.
Ma stavolta c’è anche una buona notizia, anzi ce ne sono tre:
1) questo libro è una sorta di guida, ma presenta Berlino da un punto di vista talmente alternativo da sembrare logico, ovvero non come una vetrina da ammirare, ma come un’amica da conoscere pian piano;
2) questo libro si legge come una lunga fiaba, o come tante brevi favolette, a seconda della vostra voglia del momento o del tempo a vostra disposizione, rendendovi così flessibili come la Berlino rilassata di cui sopra;
3) dulcis in fundo (per chi pensa che Berlino – Germania – lingua tedesca abbiano un gusto amaro quasi aspro al quale non riusciremo mai ad abituarci): 1- questo libro esiste solo in italiano, 2- e si rivolge direttamente agli italiani, anche a quelli che non saprebbero nemmeno loro perché sono finiti a Berlino per tre, sette, dieci giorni, o forse per sempre, 3- e vi farà innamorare della città.

Si tratta di una guida di Berlino, ma fra le righe leggerete amore per Berlino, leggerete la consapevolezza che anche il Lettore si innamorerà della città, che quel Lettore siete proprio voi, e che è a questo che vi prepara il libro, che è in questo innamoramento inspiegabile che il libro vi guida. Un innamoramento all’ italiana, nel senso più poetico e pervaso di maraviglia del termine.
Quindi non è una normale guida turistica, vi avviso.
Le normali guide turistiche di Berlino (e io lo so, perché ne ho viste tante e alcune, pensate, le ho pure lette) hanno una struttura ben precisa. Innanzitutto, la lista di attrazioni consigliate è sempre la stessa, ciò che cambia è come vengono presentate. Ci sono ad esempio guide patinate con molte fotografie, e altre che a malapena hanno la foto di copertina. Tutte hanno nel risvolto di copertina iniziale la mappa del centro della città e alla fine del libro la mappa delle linee della metro. Alcune guide sono suddivise per percorsi tematici di cui dovrete seguire le singole tappe, pena non capire perché quello sia stato chiamato “percorso consigliato”, altre sono suddivise per possibili esigenze e supposte priorità: cultura e musei, mangiare e dormire, divertirsi e rilassarsi eccetera. Quasi tutte offrono informazioni aggiuntive, compresi gli indirizzi dei chioschi d’informazioni turistiche, caso mai quelle della guida non vi sembrino aggiornate o siano apparentemente incomplete. Alcune guide però sono così scarne da sembrare semplici album fotografici con didascalie lunghe.
Questo libro offre di più, perché vi offre 101 Spunti per conoscere la città, intesi come informazioni complete, sì, ma che vi invoglieranno ad approfondire, conoscere, toccare con mano, sperimentare. Vi invoglieranno ad esserci. Gli Spunti sono numerati, ma non necessariamente devono essere letti in ordine, io ci ho visto tanti possibili filoni di lettura, ma qui ve ne riporto solo tre, esatto.


Filone Numero 1: la diversità si può far propria senza appianarla.
Le attrazioni “della lista” non mancano nemmeno in questo libro, eppure questa rimane una guida che vi accompagnerà alla scoperta dei vostri gusti, e in 101 Spunti vi sfido a non trovarne almeno tre che li rispecchino. Il libro inizia con la presentazione della città così come la vedrebbe un italiano che ci arriva per la prima volta, sappiamo che siamo diversi eppure quando arriviamo tutto ci sembra stranamente assurdo o incredibilmente affascinante. La diversità però non deve sembrare strana o incredibile, è del tutto normale, e a Berlino ogni diversità trova il suo spazio vitale.
Le prime dieci delle 101 cose da fare a Berlino almeno una volta nella vita* illuminano le prime perplessità che a un italiano sorgono quando arriva a Berlino, e che rispecchiano le fisse tipiche degli italiani, ad esempio: 1- perché su tutte le mini-mappe della città, anche su quella gratuita della società dei trasporti che avete preso all’aeroporto, ci sono tutte le linee di metro e treni, poi arrivate in città e la trovate attraversata anche da una miriade di linee di tram e di bus di cui non sapevate nulla, però è come se i vari mezzi di trasporto si fossero divisi le zone da servire? 2- Perché l’omino del semaforo è così famoso, quasi più famoso dell’orso simbolo della città? 3- Va bene l’indiano, va bene il turco, va bene il messicano, va bene il greco, va bene pure il cinese anche se l’ho mangiato l’altro ieri, va bene, ma: un ristorante italiano non c’è? E con tutti questi ristoranti, i berlinesi qualcosa di tipico ce l’avranno, no?


Insomma, converrete anche voi che le paure tipiche degli italiani sono tre: usare i mezzi pubblici, trovare traffico, morire di fame all’estero, ma questo libro vi tranquillizza: rilassatevi, siete a Berlino, se rispettate le piste ciclabili e non ci camminate sopra, sopravvivrete.
La cosa più strana che troverete a Berlino? Al contrario degli italiani, che sono fissati con l’igiene personale e con la pulizia della propria casa, i tedeschi hanno la fissa dell’igiene, della pulizia e della cura maniacale dei beni e dei luoghi pubblici.


Filone numero 2: non c’è solo ciò che vedete in vetrina.
Gli Spunti dal Numero 11 al Numero 100 sono fra i più disparati, accanto alle attrazioni più rinomate svelano anche curiosità più nascoste, di quelle che potrebbe non capitarvi mai di incontrare per caso, perché la vostra normale guida da quattro soldi ha la mappa del solo centro e voi non conoscete nessun italiano che sia già stato a Berlino, o che ci sia rimasto così a lungo da scoprire certi angoli non ancora famosi. Vi raccontano anche curiosità sui palazzi particolari di cui vi chiederete ”ma cos’è ‘sta roba?”, e su personaggi che sentirete nominare qua e là. Se leggerete questo libro nella sua interezza troverete tanti nomi di persone, di edifici, di luoghi, di locali e spesso, tra parentesi, la via e il numero civico: non lasciatevi spaventare, non dovete leggere tutte le vie, ma segnarvi solo quelle degli Spunti che vi interessano (non per niente sono tra parentesi, no?)*.



Alcuni degli Spunti li leggerete solo per curiosità, perché forse non vi interesserà tentare di entrare nella discoteca più famosa e con la selezione più rigida all’ingresso, in nessuno dei tre giorni in cui fa orario continuato ininterrotto, cioè nemmeno il primo giorno quando è vuota e dovrebbero far entrare cani e porci, e nemmeno il terzo, quando i meno resistenti son già andati a casina. Altri Spunti saranno nella vostra lista sin da subito, poi incomincerete una seconda lista, erroneamente chiamata “di riserva”, e poi una terza, segretamente chiamata “a tema”, come a dire che vi siete già immaginati il vostro percorso, per poi temere che il tempo non vi basterà, anche se una volta a Berlino, e fatta amicizia con i mezzi pubblici così presenti e puntuali, riuscirete a spuntare molte delle voci delle vostre liste, per poi accorgervi che, senza volerlo consciamente, avete in realtà costruito pian piano, e guida Berlino 101 alla mano, una quarta lista, più interessante, più personalizzata, in qualche modo più adatta alla “vostra” Berlino. E sentirete spesso parlare de “la mia Berlino” perché ognuno ha la sua, ve ne accorgerete appena l’avrete conosciuta. O forse non lo dirà mai nessuno, ma voi saprete che è così. Infine, alcuni Spunti li terrete per la prossima volta, perché un’altra cosa che succederà a vostra insaputa, sarà il nascere e crescere dentro di voi della consapevolezza che a Berlino ci tornerete. E questo libro vi aiuterà a capirlo un po’ prima.



Gli Spunti offerti sono storici, architettonici, letterari, musicali, mondani, teatrali, artistici e artistico-stravaganti, sportivi, ambientalistici e di vita quotidiana (per chi vorrà fare il biglietto di sola andata), e ci sono pure consigli pratici: siti internet da consultare, riviste da sfogliare, abbigliamento da indossare davanti a buttafuori pignoli, quale biglietto comprare e dove, cosa fare delle bottiglie vuote, quali pregiudizi giustificabili lasciare a casa e quando. Questa guida è una sorta di amica che vi presenta un’amica, la quale ha pregi e difetti come tutti, ma che non potrà non piacervi una volta che l’avrete conosciuta meglio, una volta che avrete “imparato a conoscerla”, come si dice in tedesco, basta sapere come prenderla (lo dico per i più restii a fare nuove amicizie). Io stessa, che leggo per il 50% libri che parlano di Berlino (e ora non ditemi che non ve ne eravate accorti), ho sorriso nel ritrovare alcune curiosità che solo se si vive in una città, fra i suoi abitanti, si possono scoprire: piccole manie come quella di mettere i soprannomi ai palazzi, soprattutto quando non si approva tanto quell’ennesima opera edilizia. A prima vista, infatti, la tolleranza di Berlino si manifesta soprattutto quando viene demolito e ricostruito un palazzo, o quando viene progettato ex-novo in un luogo improbabile, con forme impossibili e di dubbia utilità. Eppure anche i berlinesi si lamentano inascoltati, perciò palazzi spariscono e risorgono a Berlino, e il vuoto che si crea o il nuovo palazzo che viene costruito, si becca a quel punto un bel soprannome. Vi capiterà di passare davanti al Palazzo della Cancelleria federale, un edificio moderno, bianco, geometrico, con enormi vetrate, alcune tonde: questo è quello che sembra a me quando lo guardo, ma i berlinesi, quando l’hanno visto la prima volta, l’hanno soprannominato “la lavatrice”*. Ma non solo i soprannomi vi verranno svelati in questo libro, bensì anche altri termini molto usati dai berlinesi, che saranno anche famosi per essere musoni, ma che non mancano di un certo senso dell’umorismo. Vi riporto ora una frase trovata su internet in questi giorni, che vi preparerà alla vostra vacanza, se deciderete di farla tra luglio e agosto: “Adoro l’estate berlinese, per me è la più bella settimana dell’anno”.



Filone Numero 3: andare oltre il limite noto.
Il terzo filone che ho individuato è seminascosto fra le righe, prima di leggerlo lo sentirete. Se all’inizio vi sembrerà che questo libro, pur nella sua atipicità, sia in fondo una guida per turisti di passaggio, man mano vi renderete conto che non solo vi siete innamorati della città e vorreste restarci per sempre, ma che questo libro è proprio dedicato a persone come voi. È vero, voi potreste essere davvero persone che a Berlino si sono trasferite in cerca di lavoro (e non faccio riferimento solo al tormentone dell’anno “in Italia c’è crisi”, perché gli italiani berlinesi d’adozione hanno una tradizione più lunga che ha origini nella canzone “voglio imparare il tedesco, lo voglio imparare in Germania, a Berlino per la precisione”), ma è più probabile che siate partiti con l’idea di comportarvi come ammirati turisti di passaggio, purtroppo però non riuscirete ad esserlo. Una volta arrivati in città, finite le prime presentazioni, vi si affaccerà alla mente gradualmente un pensiero strano, un pensiero che vi farà sorridere nella sua assurdità, ma che allo stesso tempo non vi sembrerà poi tanto incredibile. Un pensiero alimentato dalla scoperta che a Berlino da anni vivono stranieri che continuano a non sapere una parola di tedesco, che davvero sentire il tedesco per strada è difficile, che si spende poco, che quello che state vivendo come turisti a Berlino è la vita quotidiana, perché Berlino non è solo una metropoli alternativa e all’avanguardia, ma è la città dei parchi, dei parchi giochi per bambini, dei giochi di una volta, delle famiglie giovani e non, delle notti al museo, delle biciclette come mezzo abituale di trasporto, dei vecchietti che camminano tenendosi per mano, della cacca di cane sui marciapiedi e all’improvviso vi sentirete davvero rilassati. Lo Spunto Numero 101 vi propone di vivere la città per scoprire da soli il vostro Spunto Numero 102. Quello che sarà davvero il primo verso la vostra Berlino.
Questo libro è fatto per essere tenuto in mano, per essere sfogliato con la crescente sensazione di conoscere da sempre Berlino e il suo modo di essere, di offrirsi, e voi salterete da uno Spunto all’altro grazie ai rimandi, rapiti dalla vostra stessa curiosità vorrete saperne di più, e non vi sentirete più turisti di passaggio, nemmeno quelli di voi che andranno via davvero dopo tre, sette o dieci giorni, non consulterete questo libro come una normale guida della città, ve l’avevo detto, ma come un diario in cui di volta in volta ritroverete voi stessi a Berlino. Nella vostra Berlino.
 
 101 cose da fare a Berlino almeno una volta nella vita di Chiara Fabbrizi
Ancora tre cosucce:
*Perché questo titolo? Scommetto che la risposta oramai la sapete: perché ci vorrete tornare almeno un’altra volta nella vita.
*Per questo viaggio alla scoperta della vostra Berlino vi servirà una mappa dell’intera città e dei dintorni (in tedesco “Berlin und Umgebung”), ovvero di boschi, laghi e località.
*In questo libro non ci sono foto, solo le fedelissime illustrazioni di Fabio Piacentini; le foto fatele voi dall’angolazione che preferite, se invece volete l’inquadratura ufficiale, compratevi le cartoline e usatele come segnalibro.

martedì 2 luglio 2013

Zohan e Racconti incantati



Seconda e ultima parte delle recensioni cult del ragazzo cannibale dedicate ad Adam Sandler (qui trovate le prima)


Zohan - Tutte le donne vengono al pettine
(USA 2008)
Titolo originale: You Don’t Mess with the Zohan
Regia: Dennis Dugan
Sceneggiatura: Adam Sandler, Robert Smigel, Judd Apatow
Cast: Adam Sandler, Emmanuelle Chriqui, John Turturro, Nick Swardson, Ido Mosseri, Rob Schneider, Dave Matthews, Charlotte Rae, Chris Rock, Mariah Carey
Genere: terroSandler
Se ti piace guarda anche: Il dittatore, Borat


Adam Sandler + terrorismo islamico.
Zohan è la versione sandleriana di Homeland?
Ehm, non esattamente. Adam Sandler qui interpreta la parte di Zohan, un agente super cazzuto del Mossad, l’intelligence israeliana, alle prese con i terroristi palestinesi. Stufo della continua guerra tra i due paesi, Zohan decide di vivere il sogno americano e tentare la carriera di… parrucchiere per signora. Con in testa le teste degli anni Ottanta, Zohan/Sandler si presenta al più grande centro per acconciatori della Grande Mela e, ovviamente, viene deriso. Ma avrà modo di rifarsi…
Pensate verranno usati stereotipi sul terrorismo, sui mediorientali e sul terrorismo mediorientale?
Nooo, ma cosa pensate mai?

Non ci sono stereotipi. In Zohan c’è una sinfonia di stereotipi. Un concerto di stereotipi della durata di un paio di orette scarse. Alcuni fanno ridere, perché gli stereotipi per quanto odiosi spesso e volentieri il loro porco effetto comico lo fanno, però qui forse si esagera un pochino. Siamo dalle parti di un tipo di comicità molto sandleriano, eppure meno sandleriano del solito. A tratti è quasi come se il nostro idolo di giornata volesse imitare lo stile di Sacha Baron Cohen, con risultati non troppo riusciti.

Il film è davvero stupidissimo, persino per gli standard del Sandler, e c’è una vera e propria apoteosi di volgarità, con alcune scene esilaranti e altre meno. Si astengano quindi i nemici della comicità di grana grossa, così come del classico moralismo americano, che naturalmente non manca. Perché l’America è la patria delle opportunità per tutti. Anche per i mediorientali. Viva il grande popolo americano. Ed è qui che sta la differenza principale con Sacha Baron Cohen e i suoi Borat e Il dittatore, per quanto a livello umoristico non siamo molto distanti. Il comico inglese è ben più dissacrante nei confronti degli USA. Con Adam Sandler, uno dei difetti principali delle sue pellicole è proprio questo, finisce per essere tutto una grande celebrazione dei valori americani, criticati solo in parte, e soprattutto di New York. Il cinema di Sandler, più che americano, è cinema yankee, cinema newyorkese, cinema East Coast. I fan di Woody Allen e dell’umorismo più intellettualoide probabilmente non saranno d’accordo, ma la comicità di oggi di NYC è anche, e soprattutto, lui: Adam Sandler. Oh yeah.
(voto 5/10)
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Racconti incantati
(USA 2008)
Titolo originale: Bedtime Stories
Regia: Adam Shankman
Sceneggiatura: Tim Herlihy, Matt Lopez
Cast: Adam Sandler, Keri Russell, Teresa Palmer, Guy Pearce, Russell Brand, Richard Griffiths, Courteney Cox, Lucy Lawless, Nick Swardson, Jonathan Morgan Heit, Laura Ann Kesling, Kathryn Joosten, Carmen Electra
Genere: bimboSandler
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Adam Sandler + Disney.
Ebbene sì. Persino Adam Sandler si è disneyzzato, a un certo punto della sua carriera. Capita anche ai migliori. È successo a Tim Burton, con risultati disastrosi (si veda Alice in Wonderland), al nostro eroe di giornata è invece andata meglio. Sarà che partivo da aspettative molto inferiori, ma Racconti incantati si è rivelato una piacevole sorpresa. Accantonata una buona parte (ma non tutta) della parte più volgare della sua comicità, Sandler si ritrova protagonista di una fiaba moderna. Non siamo però tanto dalle parti di Shrek o Once Upon a Time. Qui non è che vengano rivisitate le favole. Più che altro, le storie raccontate da zio Adam Sandler ai suoi due nipotini si trasformano per magia in realtà. Come? Hey, è pur sempre una pellicola disneyana. Anything can happen, baby. Se la prima storia è tipicamente da fiaba, con gli altri racconti incantati il genere cambia e zio Sandler spazia attraverso il western, lo storico (con una sorta di variante di Spartacus che finisce per ricorda SPQR dei Vanzina) e persino la fantascienza.

Ogni storiella narrata ha poi un corrispettivo particolare nella realtà. Una realtà in cui Sandler è un cenerentolo schiavo tuttofare di un hotel in cui sogna di diventare il mega direttore galattico…
Ce la farà? E, allo stesso tempo, riuscirà il nostro eroe a occuparsi anche dei suoi due nipotini, i figli dell’ex Friends Courteney Cox?
A dargli una mano, almeno nel secondo compito, ci pensa Keri Russell, ex Felicity e oggi grandiosa protagonista della serie The Russians, dove spacca alla grande, ma attenzione anche all’altra bella della pellicola, Teresa Palmer, qui in forma strepitosa.

Pur essendo una tipica pellicoletta della Disney fino al midollo, con tanto di Pallocchio, animaletto pseudo simpatico inserito per strizzare letteralmente l’occhio ai più piccoli, Adam Sandler riesce a portare un po’ del suo animo cazzaro, scombussolando un minimo le carte in tavola. La partita Disney-Sandler alla fine la vince pur sempre il colosso multinazionale, però la gara non è tanto sproporzionata come si poteva immaginare e zio Sandler un paio di goal riesce a metterli a segno.
(voto 6+/10)

Cannibal Kid

lunedì 1 luglio 2013

Dall'ipod di Diamond Dog: riflessioni all'ombra di una canzone
Real Men - Joe Jackson

Sapete, non ho mai saputo in che scaffale cercare i dischi di JOE JACKSON (nè dove archiviarli a casa mia, di conseguenza), uno venuto su con il rigurgito del punk ma capace di elevarsi a vette assurde, incompatibili con il music business del rock and roll.
Uno che passa da “Look sharp” a dischi di sinfonica passando per cose tipo Night And Day. Letteralmente uno dei migliori dischi mai apparsi sul pianeta, denso di nostalgia e di tristezza come solo un pennellone bruttino e sfigato come Joe poteva fare. Disco che peraltro, a dispetto di una visione superficiale, si chiude con una specie di inno all’ottimismo come la celeberrima Steppin’ Out.
Ma navigandone i solchi uno per uno le gemme contenute sono ennemila, anche al di là delle singole song……passaggi musicali, mood variegati, una produzione e un risultato sonoro tra i migliori che si ricordino.
Non si può scegliere una canzone a cuor leggero, io oggi vi propongo questa qua: l’immensa “REAL MEN”.
Meditate gente meditate.

Man makes a gun
Man goes to war
Man can kill and man can drink and man can take a whore
Kill all the blacks
Kill all the reds
And if there’s war between the sexes then there’ll be no people left”