mercoledì 30 maggio 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile

"È vero cosa?” ha chiesto. “Che sono disturbato”. Pensavo al significato di questa parola, e che cosa volesse dire veramente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film, o dalla foresta vergine che brucia… O dalla guerra in Iraq.”

Con alcuni libri succede. Te li ritrovi in mano alla fine del tuo giretto tra gli scaffali della libreria, o nel tuo cestino virtuale nella tua libreria on-line. E solo una volta a casa prendi coscienza che non hai la minima idea del perché tu abbia fatto quell’acquisto. Leggi il titolo e ti rendi conto che non è il momento, forse, di iniziare una lettura così. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Immaginavo di trovarmi sepolta sotto un mare di disastri, tra quelle righe. Problemi, ostacoli, impedimenti e tormenti per il nostro protagonista iper analitico. Una lettura del genere presuppone, per il lettore che si appresta a cimentarsi nell’impresa della lettura, uno stato d’animo placido. Privo di quegli scossoni emotivi che, ahimé, nel mio caso erano più che presenti. Quindi da ottobre questo libro è stato a gurdare il flusso dei miei giorni dal ripiano più alto della mia libreria. Mi sono decisa a leggerlo solo prima di natale. L’ho infilato in valigia insieme ad altri due libri. Due letture “leggere” e senza strazi. Che compensassero la pesantezza di queste duecentoseipagine.
Ed è stato adorabile scoprire, con disappunto e meraviglia, che i miei erano solo pregiudizi infondati.
James, il protagonista, è uno di quei ragazzi che avrei tanto voluto conoscere. Anima sensibile e fragile, nascosta dietro ad un sarcasmo brillante e ad una pungente ironia.
Si racconta di lui, questo giovanissimo newyorkese, e delle disavventure appena accennate di una famiglia che Cameron ci svela piano piano, con la spontaneità di un respiro, man mano che gli altri personaggi inciampano sui giorni del protagonista. Nessun dramma, solo le sofferte- a tratti – elucubrazioni mentali di un giovane ragazzo parecchio sensibile e intelligente, taciturno e solitario, che preferisce star solo piuttosto che ritrovarsi tra persone con le quali non condivide neanche gli starnuti. E in una società che rifugge la solitudine come un male mortale, non stupisce che venga considerato disadattato e disturbato.
Lo stile di questa meraviglia di libro è ben calibrato. I periodi sono brevi, concisi, diretti.  Cameron arriva dritto al punto, stimolando il lettore. La qualità e lo spessore sono discrete, e la proprietà di linguaggio è notevole. Un romanzo equilibrato fin dal primo capitolo. Le descrizioni delle persone, degli oggetti, dei paesaggi sono tutte molto ben calibrate. Non eccedono nel dettaglio e non sono troppo generiche. Lo scrittore è come se abbozzasse un disegno, facendoti intravedere i contorni e le sfumature, ma lasciando all’immaginazione di chi legge riempire i contorni e scegliere i colori. Fa pensare ad un quadro in via di lavorazione. Quel work’n progress che ti fa avere voglia di girare pagina per scoprire come prenderà forma l’opera. E facendo nascere comunque anche la necessità di appoggiare sul comodino il libro per metabolizzare i pensieri dei personaggi e per aprire google alla ricerca di informazioni per gli input lanciati da chi scrive.
Anche i flashback sono disseminati tra le pagine alla perfezione, e rendono lineare il racconto grazie all’espediente della data a inizio di ogni capitolo. Una sorta di romanzo epistolare che ci fa entrare subito in intimità con il protagonista della storia, che ci parla con una schiettezza notevole, come fossimo custodi di un grande segreto. Lui, silenzioso e riservato, fragile e spaurito, che usa il sarcasmo come spada verso un mondo e una società che sente ostile, al giro di boa della sua crescita, che si pone verso il lettore con disarmante onestà. Anche a rischio di sembrare presuntuoso.  Cameron riesce nell’impresa di creare la catarsi. E come prima prova per uno scrittore direi che ci siamo e come.  Solo una parola da dire: APPLAUSI.

Harley Queen

Ps. Grazie mille Harley Queen e benvenuta fra le firme che compongono questo blog.

martedì 29 maggio 2012

The Faculty


The Faculty
(USA 1998)
Regia: Robert Rodriguez
Cast: Elijah Wood, Josh Hartnett, Jordana Brewster, Clea DuVall, Laura Harris, Shawn Hatosy, Robert Patrick, Famke Janssen, Salma Hayek, Bebe Neuwirth, Piper Laurie, Christopher McDonald, Usher Raymond, Jon Stewart, Jon Abrahams, Summer Phoenix, Danny Masterson
Genere: invasione aliena
Se ti piace guarda anche: Mars Attacks!, L’invasione degli ultracorpi, La guerra dei mondi, Super 8, Scream

Ispirato al classico fordiano L’invasione degli ultracorpi, The Faculty è una rielaborazione divertita del tema “invasione aliena” in perfetto stile Kevin Williamson.
Dopo aver destrutturato ma più che altro preso per il culo il genere horror con Scream e dopo aver riletto in chiave personale il filone teen con la serie Dawson’s Creek, nel 1998 gli viene affidato il compito di rivedere e correggere alla sua maniera addirittura il genere fantascientifico.
Anche qui, così come in Scream, i protagonisti vivono l’invasione aliena in maniera post-moderna, tenendo ben presente le regole imparate dalle pellicole cinematografiche, il citato L’invasione degli ultracorpi in primis. Ma i riferimenti vanno anche al romanzo Il terrore della sesta Luna, a La cosa di John Carpenter, a E.T. ai Men in Black e quant’altro arrivando persino alla Bibbia. Un menù Gran Gourmet servito in tavola dallo chef Williamson con la sua solita abbondante dose di ironia.
Il tutto è poi guarnito da una colonna sonora troppo ’90, davvero troppo ‘90, con Garbage, Offspring, Creed e addirittura titoli di coda con un pezzo degli Oasis.

Con una sceneggiatura citazionista del genere servita su un piatto d’argento, uno come Robert Rodriguez s’è divertito un mondo a trasformare le parole di Kevin Williamson in immagini e ad aggiungere la sua piccante dose di salsa messicana.
Per prima cosa, l’amichetto intimo di Q.T. (per rispetto, ho deciso che d’ora innanzi chiamerò Quentin Tarantino solo con le iniziali) si è scelto un cast pure questo un sacco 90s e soprattutto un sacco variegato: Elijah Wood, futuro Frodo qui per la prima volta chiamato a salvare i destini del mondo, la fighetta fast & furious Jordana Brewster, la dark-goth pre-emo Clea DuVall, la M.I.L.F. Famke Janssen, la sua amichetta latina Salma Hayek (purtroppo neanche lontanamente caliente come in Dal tramonto all’alba), la biondina ambigua Laura Harris, il quarterback intellettualoide Shawn Hatosy, Robert Patrick (reduce da X-Files e Terminator 2), nei panni di un allenatore di football severissimo che verrà parodiato in maniera esilarante in Non è un’altra stupida commedia americana.


Non è mica finita: ci sono pure la sempre inquietante Piper Laurie recuperata da Twin Peaks e Carrie - Sguardo di Satana, il cantante R&B Usher, persino il conduttore tv Jon Stewart e poi Josh Hartnett.
Josh Hartnett è uno dei più grandi misteri recenti di Hollywood. Ha fatto il filmetto horror sequel ideale per iniziare a farsi conoscere, Halloween 20 anni dopo, ha interpretato il tipo più figo del mondo per eccellenza ovvero Trip Fontaine ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, ha fatto la marketta nel blockbusterone di turno, Pearl Harbor, la commedia giusta per rivelare la sua versatilità anche in campo comedy, ovvero il sempre divertente 40 giorni & 40 notti, è tornato con Rodriguez per Sin City, ha fatto uno pseudo-cult criminale come Slevin, un thriller sottovalutato come Appuntamento a Wicker Park e poi una puntata dritta nel cinema d’autore, con Black Dahlia di Brian de Palma, sul cui set ha pure conosciuto Scarlett Johansson, con cui ha vissuto una breve quanto paparazzata e glamour liaison. Insomma, è figo, è bravo, recita con i registi giusti e finisce su tutti i magazine mondiali. E poi?
Poi gira 30 giorni di buio e sulla sua carriera cala letteralmente il buio. Non solo per 30 giorni.
Colpa di una serie di scelte poco fortunate, o magari di un pessimo agente che gli consiglia i film sbagliati, ma il buon Josh Hartnett negli ultimi tempi si è visto davvero poco e solo in robe del tutto evitabili con titoli come Stuck Between Stations e Bunraku (?!?).
Josh, come ti sei ridotto in questo stato?
Misteri di Hollywood…

Ritornando alla misteriosa invasione aliena di questo The Faculty, dicevamo di quanto Robert Rodriguez si dev’essere divertito a girarlo, con un entusiasmo contagioso e godurioso che è riuscito a trasmettere anche alla pellicola.
The Faculty è un ultracorpo che visto oggi appare così 90s e proprio per questo lo si guarda con un filo di nostalgia. Quando una volta guardavi i film anni ‘80 pensavi: “Cazzo, quanto sono anni ’80!”, adesso capita che guardi una pellicola come The Faculty e pensi: “Cazzo, che film anni ’90!”.
Ti rendi così conto che il tempo passa, le invasioni aliene pure, ma il divertimento resta. E quello regalato da un film come The Faculty è rimasto (quasi) del tutto intatto.
(voto 7+/10)

lunedì 28 maggio 2012

Laura Nyro
Eli and the Thirtheen Confession



L’amore per Laura Nyro mi accompagna da anni, fin dalla prima volta che mi capitò di ascoltare un suo disco, nel lontano 1990. Di lei, mi ha sempre affascinato lo sguardo triste e il sorriso aperto, la otale incapacità di rapportarsi allo star system, quell'essere sfuggente non per distaccata superbia, ma a cagione di un'indole malinconicamente  solitaria. Era una donna che viveva di contraddizioni: dal lato umano, era una persona timida, insicura, schiva ( si narra che durante la prima audizione per una grande casa discografica, volle suonare al buio, con il piano illuminato solo dalla luce di un televisore ), mentre il suo lato artistico svelava una donna esuberante e passionale, un specie torrente in costante piena di musica, poesia e raffinate fantasie letterarie.
Laura abbatteva continuamente gli standard espressivi del suo tempo, si gettava in una febbrile ricerca, spesso istintuale, per superare i limiti convenzionali del fare arte e del comporre musica. Il suo estro compositivo era tutto tranne che rigoroso, la sua musica era costruita su coordinate talvolta indecifrabili, non apparteneva a un genere o a un contesto, dal momento che la sua ispirazione traeva linfa vitale daun coacervo di moduli, riadattati a uso e consumo di un'inventiva  senza freno.Eppure, come spesso accade a chi è capace di guardare oltre, la Nyro non trovò mai in vita il successo che si sarebbe meritata: troppo colta, troppo complessa per il grande pubblico poco aduso al quelle sue canzoni ad incastro, prive dellalinearità che fa vendere dischi e rassicura l'ascoltatore. A lei non fregava proprio nulla della fama, si definiva " sposata alla musica e alla poesia", riteneva che essere artisti significasse essere liberi di fare quel che si vuole, senza compromessi. La sua gloria arrivò postuma, solo dopo il prematuro decesso avvenuto nel 1997 per un tumore alle ovaie (lo stesso male che uccise anche la di lei madre). Come la storia spesso ci ha insegnato, perché il mondo si accorgessedella Nyro, fu necessario che la sua musica venisse a mancare, che  la critica si rendesse conto di quanto fosse attuale il suo linguaggio e di quanti artisti,nel corso degli anni, da quella musica abbiano tratto ispirazione.
Eli And The Thirteenth Confession è uno dei dischi che ho regalato maggiormente nella mia vita ed è incredibile come, chiunque abbia ascoltato queste canzoni, sia rimasto folgorato dall’attualità di suoni che sembrano figli legittimi dei nostri tempi. "Bravissima! Ma chi è ? Non l'ho mai sentita! Ma il cd è uscito quest'anno?" le reazioni più frequenti. Appunto… La Nyro era un artista che guardava al futuro e per questo vive nel presente. In virtù di un’estensione vocale non comune, la sua voce potrebbe essere paragonata ad un mustang che galoppa brado per la prateria: una corsa sbrigliata e mai doma verso orizzonti che si aprono all’infinito. Un timbro unico, un’esplosione di ottave da far tremare i cristalli, una capacità interpretativa multiforme e inimitabile. Prendete, ad esempio, l'iniziale Luckie e domandatevi quante volte nella vostra vita abbiate ascoltato qualcuno prendere tutte quelle note, con così tanta disinvoltura. La stessa disinvoltura concui si sviluppa la trama musicale di queste tredici gemme di perfetta, e osereidire sublime, armonia. Tredici canzoni che si rincorrono per bellezza interpretativa e compositiva, che spaziano fra jazz, musical, pop, blues, soul, e sono sostenute da un'architettura che incastra le ottave impossibili della singer newyorkese con un'imprevedibile sequenza di cambi tempo, improvvisi rallenty e repentine accelerazioni. Il tutto impreziosito ed esaltato dagli arrangiamenti scintillanti di Charlie Calello, innovativi, freschi, elegantissimi. Dall'iniziale, già citata, Luckie, con le sue aperture orchestrali, al blues strapazzato  di Povertry Train (attenzione al flauto, please), alle atmosfere jazzy di Lonely Women (con la voce della Nyro che si tuffa senza rete nel profondo dell'anima di tutte le donne) attraverso il soul sixties di  Eli's Comin'  (che chiama in causa l'immensa Aretha) e le scale impazzite di Timer , fino all'ingovernabile energia di  Once It Was Alright Now, col suo incedere altalenante e il groove irresistibile, non c'è un istante di questo disco che non  faccia palpitare di emozioni.


Un’opera imprescindibile, pervasa da sbrigliata inventiva  e inesauribili intuizioni, fondamentale per comprendere  da dove nascano tutte le Amy Winehouse delnostro secolo. Era il 1968, ma riascoltato ora, a più di quarant'anni di distanza, Eli sembra addirittura un avamposto avanguardistico. Insieme al più melodicoTapestry di Carole King ed al più introspettivo  Blue di Joni Mitchell, il capolavoro di Laura Nyro segna il crocevia da cui passerà tutto il cantautorato femminile negli anni a venire.


  Laura Nyro - Lu by Xavierr

Blackswan

venerdì 25 maggio 2012

L'OrablùBar


L’OrablùBar non è la sintesi di un progetto costruito a tavolino né l’estemporanea occasione colta al balzo per ragioni di profitto. È semmai una tappa nel lungo cammino di un gruppo di amici che da anni, con passione, dedizione e anche tanti sacrifici, cerca di cambiare il volto alla propria città, di arricchire il territorio di iniziative ed eventi, di dare una possibilità di realizzazione e di crescita alle numerose pulsioni culturali che spesso non trovano il giusto rilievo.

È una tappa, si diceva, una sorta di traguardo intermedio, e non un punto d’arrivo. La strada che intendiamo percorrere è ancora lunga ed è proprio dalla nascita di questo locale, che aprirà ufficialmente i battenti sabato 26 maggio 2012 alle ore 19.00 (Centro Sportivo InSport, via Dante 67 a Bollate) con aperitivo e dj set, che L’Orablù ricomincia il proprio percorso.
Un percorso che ci accingiamo a intraprendere con rinnovato entusiasmo, con tante idee originali e con una struttura stabile che consentirà finalmente la realizzazione di quei propositi rimasti a lungo nel cassetto a maturare.

L’OrablùBar non sarà quindi solo un posto dove potrete gustare dell’ottima pizza, bere la nostra birra alla spina e godere di un servizio amichevole e informale anche per un semplice aperitivo. La differenza la farà invece lo spirito con cui intendiamo affrontare la gestione del bar, quel valore aggiunto di partecipazione e condivisione che da sempre suona nelle nostre corde e che rappresenterà il quid con cui desideriamo affrancarci dalla logica che sottende ai locali più convenzionali.

Questo sarà soprattutto un luogo di idee, di scambio di opinioni, di arricchimento reciproco, una piccola oasi dove chiunque potrà trovare refrigerio ai ritmi frenetici dell’esistenza. Cercheremo di farvi sentire a casa vostra, sostituendo al brusio di fondo il nitore della conversazione, all’assordante martellio di musica plastificata il piacere di un ascolto più ragionato, all’invasiva presenza di televisori sintonizzati sul digitale l’emozionante esperienza di un reading o la seducente compagnia di un libro.
Tutto questo per voi e insieme a voi.
Non il solito locale, ma il VOSTRO locale. L’OrablùBar.

 












giovedì 24 maggio 2012

Quella casa nel bosco


Questa volta torno nei campi a me più congeniali e vi invio il mio parere su "Quella casa nel bosco":
Ci sono cinque amici: la bionda svampita, l'atleta, lo studioso, il nerd, la vergine innocente (basta accontentarsi...) che vanno in vacanza una casa isolata in mezzo al bosco...di nuovo?? Un'altro film su "gruppo di pirla e casa delle torture"? Insomma, la solita storia... che conosciamo tutti...o forse no.


Parlare di "Quella casa nel bosco" senza rivelare nulla è difficile ma doveroso, perchè se si vuole apprezzarla per davvero, meno sappiamo di "The cabin in the woods" (titolo originale) meglio è.
Gli sceneggiatori Joss Whedon e Drew Goddard, il secondo anche regista del film, da bravi ragazzacci scatenati hanno fatto una cosa che, nella sua semplicità, ha il sapore della genialata.
Prendere tutti i clichè, gli stereotipi e le situazioni più trite di cui l'horror si è nutrito negli ultimi anni, metterli dentro una sola pellicola, e smontarli pezzo per pezzo.
Attraverso due ambienti, due contesti e due differenti punti di vista, Whedon e Goddard ci fanno credere tutto ed il contrario di tutto. Il racconto varia di continuo, i personaggi cambiano, i buoni diventano cattivi, i cattivi paiono buoni, la partita con lo spettatore è apertissima.
E proprio quello spettatore ormai assuefatto da anni di appiattimento di genere, abituato a sequel, remake e reboot finalmente capirà il motivo di tutto questo, il senso del rituale e si renderà conto che, d'ora in poi, nulla sarà più come prima.
Nella seconda parte poi, così diversa dalla prima, tutta la somma delle nostre paure sarà liberata, in un circo splatter in cui i mostri, si ribelleranno ai loro creatori, ma sarà solo l'inizio.
Originale, intelligente nella sua apparente banalità, ironico ed in alcuni momenti, la scena della festa finale con il video sullo sfondo, francamente divertente, "Quella casa nel bosco" è una vera e propria sorpresa.


Imperdibile per i veri appassionati del genere, con un cast perfetto, così ha voluto "il Direttore", "Quella casa nel bosco" possiede un finale quasi epocale.
Perchè se, come dice uno dei personaggi "questa società ha bisogno di sgretolarsi", forse anche il genere ha la necessità di ripartire, e "Quella casa nel bosco" può essere il suo punto zero.


Newmoon

La vita, tra sfumature e poesia


Segnaliamo un'iniziativa curata e promossa dal nostro amico e insegnante d'arte Adriano Minora:

La vita, tra sfumature e poesia

Racconti, disegni, acquarelli, poesie, dipinti
di Paola Sonnante

La mostra si aprirà coi
“Canti d’amore”
eseguiti dal Corello Aquilante

sabato 26 maggio, dalle 18.00 alle 20.00
presso il centro artistico “L’ALTROSPAZIO”
via Madonna in campagna 30 a Bollate
la mostra sarà visitabile fino al 10 Giugno
da mercoledì a domenica, dalle 18.00 alle 20.00

mercoledì 23 maggio 2012

Lupo solitario




Mi ero imbottito di quei blues scontrosi e poco confortanti, che amavo ascoltare quando volevo fare chiarezza con me stesso. E siccome queste cose mi accadono sempre di notte, per dimostrare quanto ero forte, mi ero lavato le ferite e stavo sprofondato nell’ombra, in attesa dei primi colori dell’alba, che chissà perché tardava a venire. Avrei dovuto sistemare quella porta del bagno che cigolava fastidiosamente ad ogni colpo di vento, pensai, intanto che accendevo una sigaretta e tiravo qualche boccata. Era una notte anonima e senza sfondo, una delle tante notti che avrei preso volentieri a calci se le mie ossessioni non avessero deciso di assalirmi e vendicarsi per i soprusi e le angherie a cui le sottoponevo.

martedì 22 maggio 2012

La febbre del sabato sera

 
La febbre del sabato sera
(USA 1977)
Titolo originale: Saturday Night Fever
Regia: John Badham
Cast: John Travolta, Karen Lynn Gorney, Donna Pescow, Barry Miller, Joseph Cali, Paul Pape, Sam Coppola, Fran Drescher
Genere: Disco Stu
Se ti piace guarda anche: Footloose, Flashdance, The Last Days of Disco, Jersey Shore

Nuovo appuntamento (spero per voi anche l’ultimo, per il momento) con il “cinema danzereccio” e così, dopo Flashdance, ecco quello che è forse il primo vero super cult del genere, per lo meno nell’accezione moderna (Fred Astaire quindi escluso): Saturday Night Fever. Oooooh yes.
Translation: La febbre del sabato sera. Oooooh sì.

Atmosfera anni Settanta a manetta. Disco strobo ogni 3 x 2. Musica dei Bee Gees (R.I.P. Robin Gibb). Poster di Al Pacino appeso in cameretta come modello esistenziale. Poster di Farrah Fawcett come modello per altro…
La febbre del sabato sera è un racconto sociale sugli italo americani pizza pizza marescià, nonché un affresco storico su un’epoca che ha visto l’ascesa della Disco Music e di un certo tipo di vita. Il voler arrivare, non si sa dove basta che sia da qualche parte, la voglia di emergere, di uscire da un destino già segnato. La parabola di Tony Manero anticipa in qualche modo gli yuppie che di lì a poco sbucheranno fuori come funghi purtroppo non allucinogeni, e denota qualche caratteristica preoccupante che poi, esasperata, porterà a “mostri” attuali come i protagonisti di Jersey Shore o Tamarreide, di cui lui è un po’ il Padrino.
Apparenza e attenzione al look sono ok, ma con Tony Manero assumono i connotati della cura maniacale della superficialità e un gusto preoccupante per il trash, per l’ostentazione, per la truzzaggine più imbarazzante. Nel suo caso questi aspetti sono ancora in nuce e hanno un che di naive e innocente, come il continuo lisciarsi indietro i capelli, cosa che verrà poi ripresa anche dal grande Mouth/Corey Feldman nei Goonies e che, più tardi, porterà agli ingellati da far schifo “Guido” di Jersey Shore. In fondo il tamarro è sempre in voga perché non è di moda mai.
John Travolta è perfetto nella parte e non si fa troppa fatica a immaginare una sua adolescenza simile a quella del Tony Tamarro, mentre il resto del cast non si fa troppa fatica a dimenticarlo. Efficacissima la colonna sonora che tra Bee Gees, Tavares, Kool & The Gang, KC & The Sunshine Band, Trammps (con “Disco Inferno”) e gli altri pesi massimi della Disco mette in scena un greatest hits che per i patiti del genere dev’essere pura goduria. Dico dev’essere perché io personalmente non mi annovero tra questi patiti assoluti, però in effetti era difficile assemblare una soundtrack più adatta per fotografare questo ambiente e questa epoca. Anche se qualcuno riuscirà a posteriori riuscirà a fare persino di meglio: Whit Stillman, con l’enorme colonna sonora del suo splendido The Last Days of Disco.
Se la visione procede su ritmi ballabili e godibili per quasi tutta la sua durata, peccato per il finale del film, davvero tra i più tremendi che io ricordi: uno dei suoi amici cade dal ponte, finisce in fiume, quasi sicuramente morto, e Tony Manero senza versare una lacrima e senza nemmeno far finta di fregarsene un minimo prende la metro e raggiunge in uno stato pietoso la tipa che appena poche ore prima aveva cercato di stuprare. Lei lo perdona per il quasi stupro e gli dice che possono essere amici, in quello che è un finale nemmeno romantico, solo stucchevolmente buonista. Ma dell’amico scomparso non gliene frega un cazzo a nessuno? Proprio su quell’incidente il film avrebbe potuto giocare la carta della perdita dell’innocenza di quegli anni, invece rimane sospeso e manca di coraggio proprio quando avrebbe potuto assestare il colpo finale.


I titoli di coda lasciano con l’amaro in bocca per quello che rimane comunque un interessante affresco di un’epoca e la fotografia perfetta di una determinata, e a suo modo importante, categoria sociale: il tamarro.
(voto 6,5/10)


lunedì 21 maggio 2012

Reset


La casa, quella che dicevano fosse infestata dai fantasmi, dal vivo sembrava soltanto una vecchia villa un po’ malmessa. Ciò che toglieva letteralmente il fiato era il panorama intorno: un mare talmente azzurro da accecare, circondato da montagne altissime dal colore delle rocce di luna. E proprio guardando quel panorama capì di aver fatto la cosa giusta. Sparire per un po’ era la decisione più folle che avesse mai preso in tutta la sua vita. Lo aveva detto anche a lui nel corso di quella telefonata: era stata costretta ad avvertirlo per evitare di trovarsi, suo malgrado, al centro dell’attenzione. Starò via per un po’… Non preoccuparti, te la caverai benissimo.
Lui aveva urlato, chiedendole se fosse impazzita, ma una volta che nonostante tutto lei non avrebbe mai fatto marcia indietro, aveva capito e accettato la situazione. In fondo, quello che era successo era anche colpa sua…E tanto poi sarebbe tornata. Di questo era certo. E così era partita, sola. Per la prima volta nella sua vita. Giunta a destinazione, come prima cosa, un appuntamento dal parrucchiere, assurdo no? Quasi surreale, soprattutto perché ne era uscita irriconoscibile, nonostante non si fosse mai piaciuta così tanto. Aveva fatto lunghe passeggiate, immersa nel silenzio totale. In quei momenti la mente si ripuliva sempre più e le idee si facevano mano a mano più chiare, come l’acqua che circondava l’isola. Aveva festeggiato l’ultima notte dell’anno sulla terrazza della sua camera d’albergo, in compagnia di un libro e un buon bicchiere di vino, brindando a ciò che l’aspettava. E anche a quello che si era lasciata alle spalle. Era stato il più bel Capodanno della sua vita. Così il tempo era scivolato via, i giorni erano volati, il momento delle decisioni era arrivato, con quella casa sempre lì, figura senza epoca immersa in una cartolina. E proprio guardando quell’incredibile panorama, nell’unico giorno di pioggia che invase l’isola, il cerchio finalmente si chiuse. La casa era in vendita e lei poteva acquistarla: ciò che era successo, quanto meno, l’aveva resa benestante. L’avrebbe sistemata con calma come stava facendo con se stessa del resto…
Fanculo, qualcosa da fare per vivere l’avrebbe trovato, si era sempre saputa adattare, sempre.
E lui… Lui era adulto, se ne sarebbe fatto una ragione, la parola “tornerò” in fondo, non l’aveva mai pronunciata.Non sarebbe mai più tornata, aveva deciso. Ne era convinta. Il tasto reset era stato definitivamente premuto. Tutto sarebbe ricominciato da quel luogo di mare e di luna.


Newmoon

venerdì 18 maggio 2012