martedì 10 luglio 2012

GLI AMISH, QUESTI SCONOSCIUTI

Può sembrare inverosimile,ma esiste al mondo una comunità di persone che vive fuori dal tempo sottomessa a precetti morali e religiosi risalenti al XVI secolo.E' la comunità degli Amish,fondata alla fine del '600 dal religioso svizzero Jacob Amman a seguito dello scisma dalla chiesa mennoita (una branca del protestantesimo) che diede il proprio nome al movimento su cui vi intrattengo.A causa delle feroci e brutali persecuzioni religiose cui furono sottoposti,gli Amish furono costretti ad emigrare negli Stati Uniti trovando una tranquilla dimora in Pennsylvania dove attualmente è presente la concentrazione più numerosa in Lancaster County nella quale vivono circa in 18.000 tra discendenti dai mennoiti svizzeri e tedeschi che qui si stabilirono a partire dal 1720.La maggior parte dei princìpi a cui si ispirano gli Amish trae origine dal movimento anabattista ( dal greco "battezzare di  nuovo" ) fondato dal sacerdote olandese Menno Simon.Tra i precetti più significativi,ricordo quello del Battesimo da ricevere esclusivamente in età adulta ( nella tradizione amish, infatti,il Battesimo per i bambini non è previsto non possedendo la consapevolezza di comprendere la differenza tra il bene e il male ),il ripudio di ogni forma di violenza e una netta separazione dal mondo terreno pervaso da corruzione e immoralità.  




La lingua adoperata è il Pennsylvania Dutch,un dialetto tedesco con contaminazioni bernesi,alsaziane e palatine condito da qualche riferimento olandese e americano.Il ritratto di questo singolare e affascinante spaccato di umanità è sapientemente eseguito dal giornalista svizzero Jacques Légeret nel libro " Amish.Una comunità fuori dal tempo" che racconta l'esperienza vissuta personalmente all'interno di una società i cui i valori si ispirano alla " Gelassenheit ",uno dei princìpi cardine della cultura amish. Légeret,che ha avuto il privilegio di essere ospite presso alcune famiglie amish, descrive nel libro i tratti somatici di un mondo radicalmente antitetico rispetto a quello occidentale che,al contrario,è dominato dalla prevaricazione e da un debordante istinto di competitività. Vi riassumo brevemente gli aspetti più interessanti della cultura amish sui quali Légeret si intrattiene diffusamente.
 

Accennavo prima alla Gelassenheit ( che letteralmente significa calma,tranquillità,pazienza ) con cui si esprime il modus vivendi degli Amish improntato alla modestia,umiltà,forte identificazione con il gruppo di appertenenza e ripudio verso ogni forma di individualismo e competizione che, invece,connotano la cultura dell'Occidente.Il loro comportamento quotidiano è regolato dall'Ordnung ( ordine ) un codice che regola la condotta privata,pubblica e religiosa di ciascun membro.Tra i divieti più curiosi spiccano quello per gli uomini di portare i baffi ( metafora della vita militare e dei disvalori di arroganza e violenza ),di possedere e guidare un'automobile,di avere un computer,radio e televisione, l'uso dell'elettricità pubblica,di avere un'istruzione superiore e di accedere al servizio militare.Ovviamente,sono severamente proibiti l'aborto,la contraccezione e il divorzio. I giovani tra i 14 ( fine della scuola media corrispondente al massimo livello di istruzione per un amish ) e i 18-20 anni possono sottrarsi all'Ordnung allorquando dovranno scegliere se farsi battezzare,ed entrare ufficialmente nella chiesa amish,oppure lasciare la famiglia accedendo al mondo" terreno".Questa fase di transizione che precede la scelta del Battesimo è chiamata " Rumspringa " ( letteralmente,correre in giro,divertirsi ) in cui i giovani vivono alla stregua di un occidentale qualsiasi.Al termine del periodo " ludico" si deve scegliere tra il Battesimo o l'abbandono definitivo della comunità.




Con il Battesimo,che avviene in età adulta,si suggella il legame eterno alla chiesa amish : da questo momento in poi un giovane è sottomesso all'Ordnung e ogni eventuale disobbedienza può essere punita con una penitenza,scontata la quale si è riammessi alla comunità. L'uomo è il capo spirituale della casa e responsabile del lavoro nei campi e nella fattoria mentre la donna si occupa dei figli,delle faccende di casa e della cura dell'orto.La donna,volontariamente sottomessa,è inferiore sul piano sociale ma uguale all'uomo di fronte a Dio.Questi,in estrema sintesi,sono i temi più salienti di una narrazione scorrevole e piacevolmente descrittiva nella quale Jacques Légeret non si limita ad un'analisi degli usi e costumi amish ma induce a riflettere su come sia possibile che in in paese come quello americano,roccaforte di concorrenza, tecnologia e modernità possa radicarsi una comunità così diametralmente opposta.Leggendo questo libro si ha l'impressione che,pur essendo quella degli Amish una società rigida,contraddittoria e patriarcale,ci si trovi di fronte ad un mondo di cui finiamo per invidiarne la semplicità e la genuinità di certi piccoli gesti quotidiani come la solidarietà e la condivisione tra i membri nei momenti di maggiore difficoltà.In una società sempre più moralmente depauperata come la nostra in cui un frustrante individualismo dilaga,valori simbolo per la comunità amish ( per noi,ormai desueti ) come l'umiltà,la moderazione e il rispetto per il prossimo andrebbero riscoperti e rivitalizzati.

Cleopatra, martedì 10/07/2012

lunedì 9 luglio 2012

HO CAPITO CHE NON E' UN THRILLER E NON PARLA DI CHIMICA


Io Faletti me lo immagino vestito da poliziotto. Non credo di averlo mai seguito quando si vestiva da poliziotto, ho solo un’immagine ricordo, però ho anni di esperienza in battute di spirito, e quando leggo i suoi romanzi riconosco il comico che c’è in lui. Anche ora che il suo stile narrativo è migliorato tantissimo, da quel punto di vista, fra le righe, nella trama, il comico c’è sempre.
I suoi romanzi mi piacciono*, il thriller c’è, ma nel primo mi aveva lasciata perplessa quell’overdose di giochi di parole frizzanti, di battute, di doppi sensi da seguire. E anche oggi, mentre leggevo il suo ultimo romanzo, sono ritornata su certe penultime frasi, infatti del suo stile ho imparato che, se l’ultima frase mi suona strana, non è perché non è un bravo narratore, ma è perché io mi sono distratta sulla penultima frase, e una volta giunta all’ultima non ho notato immediatamente il riferimento.
Ad esempio, ad un tratto ho letto la frase “temo che dovrà credere a tutti e tre”.
Tre? Non ha elencato tre cose alle quali credere, me ne sarei accorta, vista la mia fissazione col tre, vuoi vedere che c’era il giochino e io non l’ho afferrato?
Eccolo, infatti, nella penultima frase: “forse non riesce a credere a me, forse non riesce a credere alle sue orecchie”. Notate la finezza? Le orecchie sono due, quindi deve credere a tre cose.
Questo è il Faletti migliorato, perché il primo romanzo era pieno zeppo di queste espressioni, e ciò che fermava l’attenzione e faceva corrugare la fronte per la perplessità era invece leggere una frase normale e lineare.

La mia esperienza come lettrice che si immedesima, mi porta invece a notare i dettagli. In un thriller, anche se non è un giallo, sono importanti. La differenza fra un thriller e un giallo infatti non è che l’assassino nei thriller di solito è uno psicopatico serial killer, mentre nel giallo è l’ossequioso maggiordomo, ma sta tutto nel punto di vista del lettore.
Nei gialli il punto di vista del lettore è lo stesso di chi indaga, cioè al lettore vengono fornite tutte le informazioni che ha anche chi indaga, il lettore sente tutte le frasi che sente chi indaga, e se una scena non si verifica in presenza di chi indaga, il lettore non ne saprà nulla. Lo dimostra il fatto che alla fine, quando si scopre l’assassino, quando si scopre come ha fatto e quando si scopre come l’ha scoperto chi indaga, ogni lettore dirà: “cavoli è vero!!” Il lettore è potenzialmente in grado di scoprire l’assassino a dieci pagine dalla fine, quando chi indaga dice “ora ho capito!” ed esce dalla stanza per andare a cercare conferma della sua ipotesi. Non ci sono mai veri e propri colpi di scena, anzi una volta un professore di letteratura contemporanea mi disse che una regola del genere è che tutti i personaggi del romanzo vengano presentati entro i primi capitoli, perché da un certo punto in poi il lettore deve essere in grado, volendo, di svolgere la sua indagine da solo.
Nel thriller non è così, il lettore si siede e si gode la descrizione dell’assassino e dei suoi pensieri malati già dall’incipit, per poi ritrovarsi seduto in punta di sedia, tesissimo, già dopo i primi capitoli, poi si rilassa perché chi indaga si sta avvicinando alla verità, e il lettore lo sa, perché parallelamente segue le mosse dell’assassino, ma ecco che di nuovo comincia la tensione, perché chi indaga si allontana di nuovo, anzi si avvicina troppo, ma dall’altra parte, sta per cadere anche lui nella trappola e non è detto che in un thriller non muoia anche lui, o comunque finisca male e il suo posto venga preso da qualcun altro. Il punto di vista del lettore di thriller è quasi onnisciente, perché sa cosa pensa l’assassino, sa se l’assassino è vicino a chi indaga, sa molte cose prima di chi indaga ed è pure in grado di dire “no, non andare, è una trappola!” a chi indaga, ma anche nel thriller a volte, fino a metà romanzo, l’identità precisa dell’assassino rimane nascosta. Il bello del thriller non sta nell’astuzia del lettore, che scova l’assassino grazie agli indizi, ma sta nella continua tensione, nel sudore freddo che lo avvolge quando si sta avvicinando alla soluzione, e questo torna ciclicamente per tutto il romanzo, perché la prima volta può essere anche a un terzo dall’inizio, e pertanto il lettore non è portato a pensare che tutto sta per risolversi di già: ci sarà la complicazione, il colpo di scena, l’ostacolo, la mossa stupida a rivoltare di nuovo tutto fino alla prossima pelle d’oca. Nel mezzo ci sono anche le descrizioni della vivisezione della vittima, dell’odio puro con anamnesi psichiatrica dell’omicida, della depressione psicologico-esistenziale del poliziotto che convive con il male puro, e tante altre cose che in un giallo non ci sono, perché un giallo di trecento pagine sarebbe noiosissimo.

Grazie alla mia esperienza come lettrice, se il protagonista si mette in tasca un cellulare non suo, e da nessuna parte prima o dopo il gesto c’è scritto che quel telefono viene spento o messo sul silenzioso, io comincio ad agitarmi, perché il protagonista potrebbe essersi appena inculato, oppure perché l’ha fatto l’autore, scordando questo piccolo particolare. Cerco sempre di consolarmi pensando che è un dettaglio irrilevante, che quel cellulare non verrà più nominato, o che cadrà dalla tasca finendo la sua batteria nello squillo a vuoto, inascoltato, e che sarà proprio questo il dettaglio rilevante del romanzo. Ecco, Faletti si è ricordato che quel telefono poteva squillare da un momento all’altro e mettere nei guai il protagonista, per questo motivo non riesco a dire che lui non è un bravo romanziere.

Ma questo romanzo non è un thriller, e l’argomento è il mondo del calcio e delle partite, di cui io non so nulla, a parte che si gioca in undici ma potrei sbagliarmi, perciò ci sono stati dei momenti in cui Faletti si è ricordato di precisare cose sulle quali io non avrei avuto alcun dubbio, perché non posso averne neanche volendo, mentre sono sicura che un lettore più addentro di me (e ci vuole pochissimo) si sarebbe insospettito subito: il protagonista infatti si spaccia per allenatore, ed io non ho battuto ciglio quando l’ho letto; era rischioso, certo, se l’avessero scoperto si sarebbero chiesti con maggiore preoccupazione dove fosse finito l’allenatore quello vero, l’avrebbero cercato; invece questo problema a quanto pare è secondario, rispetto alle conseguenze che la sostituzione avrebbe avuto sulla partita se fosse stata scoperta: il protagonista non aveva il patentino da allenatore, quindi la partita sarebbe stata annullata, o comunque contestata dagli avversari, soprattutto se gli avversari avessero perso. E io non lo sapevo.

Certo ci potrebbe essere qualcuno che gli rilegge il romanzo e glielo corregge, di solito anzi c’è, perciò mi chiedo perché nessuno abbia corretto il suo uso di “reciproci” quando il portiere si riscalda prima della partita, parando le palle che il suo allenatore gli lancia. Entrambi i portieri di entrambe le squadre. Cioè di portieri mi pare ce ne siano due per ogni squadra e infatti la frase precisa è: “i portieri si alternano con i reciproci allenatori negli esercizi…” e da questa frase io immagino che i due portieri di una squadra si alternino alla porta per fare gli esercizi, e lo stesso succeda per l’altra squadra. I “reciproci allenatori” non vuol dire nulla, forse intendeva dire “rispettivi”, ovvero ognuno si allena col proprio allenatore, non con quello dell’altra squadra; invece “reciproco” significa che una stessa cosa si riferisce a due persone, una nei confronti dell'altra, ad esempio un sentimento reciproco o assistenza reciproca: significherebbe che anche l’allenatore si sta riscaldando? Nemmeno, perché anche volendo dare questo significato l’espressione sarebbe sbagliata: avrebbe dovuto scrivere che portiere e allenatore si "allenano reciprocamente" (?). O è come dico io, oppure confermiamo che io di calcio non ne capisco nulla, ed è per questo che la frase non mi quadra.
Un’altra cosa che mi ha lasciata perplessa è che ad un certo punto “i ragazzi rientrano per l’intervallo” e sono fradici perché ha iniziato a piovere, “a tre minuti dalla fine” viene fischiata una punizione, ed io fra me e me ero contenta perché questa partita finalmente sarebbe finita e saremmo arrivati al dunque che però, lo sapevo, non era la scoperta dell’assassino, e invece no: “qualche minuto dopo un fischio ha segnato la fine del primo tempo”. Scusate ma il primo tempo e l’intervallo non sono la stessa cosa? Che intervallo hanno fatto prima, la merenda? Un minuto di raccoglimento per riposarsi? No, perché le maglie fradice se le cambiano alla fine del primo tempo, vanno negli spogliatoi e il narratore lo precisa che fanno anche questo. Insomma non capisco se sia un altro intervallo di cui non conoscevo l’esistenza, se sia un refuso cronologico, o se sia un’anticipazione narrativa ma a quel punto avrei da ridire sulla consecutio temporum, ma di brutto. Anche io voglio sfoggiare espressioni latine.

A proposito di calcio, davvero a me non me n’è mai fregato un pallone bucato, perciò credo che l’unico modo che avessi di guardarci dentro (e per di più dalla parte degli spogliatoi, e non dei tifosi, che è sempre meglio) fosse proprio quello di leggere per puro caso un romanzo che ne parla, perché se fosse stato per me, avrei continuato a non saperne nulla. Con questo romanzo ho imparato cose assurde che nemmeno immaginavo: la formazione va consegnata all’arbitro? E perché mai? Viene decisa una formazione!!? Io da pischella ho giocato a pallavolo per un anno (dovrei dire “stagione” ci scommetto) e non solo non ricordo una consegna all’arbitro, ma nemmeno avevo idea che la scelta dell’allenatore di mettermi in prima o in seconda linea fosse parte di una “formazione di gioco”. Cavoli, ero pure titolare, ma evidentemente totalmente fuori dal giro.

Una cosa che mi è piaciuta molto dell’ambiente descritto è quel senso di fiducia e di fedeltà che è molto sportivo, che io, che a volte tendo a denigrare le donne ed esaltare gli uomini, attribuisco sempre agli ambienti maschili forse perché, come recita il luogo comune, le donne sono più invidiose, o comunque reagiscono all’invidia in un modo che a me non piace: anziché sfidare l’antagonista per dimostrare di essere migliore rispetto a lei, la si infanga per dimostrare che lei non è migliore. Non è assurda come strategia? Siccome non sono una sportiva non so dire se nello sport le donne siano migliori che nella vita sociale, familiare, lavorativa.
Comunque non volevo dire questo, in realtà volevo riportarvi la frase che mi è piaciuta nel romanzo, e che non è direttamente legata al mondo dello sport, bensì al mondo della vita e alla luna della seconda occasione (per usare, con orgoglio da imitazione, un’espressione molto falettiana, perché quando leggo un romanzo io assorbo sempre un po’ dello stile e della lingua, quindi oggi per qualche ora penserò e scriverò secondo i sui giochi di parole e le sue metafore):

“- Sai ancora usare i pugni? -
- Sì. -
- E hai ancora voglia di farlo? -
- No. -
- Se vuoi puoi stare in magazzino. Serve qualcuno che sia forte e che non rompa i coglioni. -
Il passato, per quello che è possibile, me lo sono lasciato alle spalle. L’unica cosa che non ho scordato è quell’incontro in un pomeriggio di primavera, in uno spogliatoio, con un uomo che mi ha dato fiducia.
L’unica, forse, che io non abbia tradito.
Quando è morto, sono andato al suo funerale e ho lasciato un biglietto di condoglianze. Sopra c’era scritto solo Grazie. E sotto, come firma, Uno che non ha mai rotto i coglioni.”

(ps perché son pignola: fra l’una e l’altra di queste frasi ce n’erano altre che, se non ci fossero state, sarebbe stato meglio: così nudo e crudo questo scambio secondo me rende ugualmente l’idea, se non addirittura meglio, ma Faletti è così, a volte esagera con le spiegazioni).

Infine, nelle ultime pagine, per un attimo Faletti mi diventa Fabio Volo, ed io mi preoccupo perché non vorrei pensare che davvero gli uomini sono così, mi crollerebbe un mito: il protagonista ha addirittura riconosciuto il profumo per ambienti nel salotto, ma si può?? Spezie e ambra per la precisione, e questo mi fa sentire poco femminile perché non saprei proprio dire che profumo abbia l’ambra, a meno che non sia quello dell’ambra liquida della crema corpo dell’Erbolario, ma ero convinta che l’ambra fosse una pietra, quindi è una pietra profumata? Evviva l’ignoranza. Il protagonista di Faletti invece lo sa, forse lo comprava per la moglie, dai.
Siccome non posso analizzarvelo frase per frase, se volete sapere altro, leggetevelo, il libro è Tre atti e due tempi di Giorgio Faletti.

*non ne ho mai comprato uno però..

ELLE, lunedì 09/07/2012

domenica 8 luglio 2012

"HUNGER GAMES - TRA TWILIGHT ED IL GRANDE FRATELLO"

Dopo “Twilight”, che ha fatto sfracelli al botteghino, incantando schiere di adolescenti grazie alla storia d’amore tra i due attori probabilmente più scialbi della storia, l’ultima saga adolescenziale passata dalla letteratura al cinema è quella di “Hunger Games”.

Mentre la saga vampiresca della Meyer punta soprattutto all’aspetto romantico della storia, ed i romanzi discreti prodotti di intrattenimento sono stati inesorabilmente massacrati e trasformati in una sorta di soap opera per bambini, la saga di “Hunger Games” ha dalla sua una trama decisamente intrigante, che pareva perfetta per costruire una pellicola quanto meno dotata di un minimo di intelligenza.

Ed invece nulla, neppure questa volta il grande salto è stato compiuto.
Lo ammetto, ci ho provato, ci ho provato per davvero a giudicarlo positivamente. L'ho guardato libera da ogni pregiudizio, cercando di considerarlo per quello che è, vale a dire un prodotto destinato, appunto, ad un pubblico più giovane, ma non ce l'ho proprio fatta, per l'ennesima volta mi sono trovata di fronte ad un prodotto di una  pochezza imbarazzante.
Leggermente migliore di "Twilight", non che ci voglia tanto per la verità, "Hunger Games" rimane soprattutto una grossa occasione sprecata.
Con una trama così particolare ci voleva qualcuno dotato del coraggio di osare, di affondare letteralmente il coltello nei lati più oscuri della storia.
Ross non lo fa, lascia tutto in superficie ed il risultato è uno spettacolino abbastanza sciocco e prevedibile.
Decisamente troppo lungo, "Hunger Games" è virtualmente diviso in due parti.
La prima, quella che dovrebbe essere la più cinica, in cui i "Tributi" vengono preparati agli "Hunger Games", coccolati,  costretti a fingere di divertirsi, a sottostare ad assurde interviste, nonchè ad una sorta di "autopromozione" alla ricerca di sponsor, il tutto sotto l'occhio implacabile delle telecamere; è noiosa ed a tratti ridicola con la scena della parata dei "Tributi" degna del peggiore trash-movie.

A parte che non si capisce perchè a Capital City sian tutti vestiti come ad una festa di carnevale sotto acido, assistiamo per una buona oretta ad una serie di idiozie della peggior specie, che vanno dalla rivelazione della cotta di Peeta per Katniss (colpo di scena!!!) al pippone patetico psicologico-esistenziale-integralista del suddetto Peeta prima di partire per i giochi. Cinismo e satira sociale non pervenuti. Messaggio nullo.
Smaltita la noia, si dovrebbe passare alla parte più action, ovvero quella dei veri e propri giochi. Errore clamoroso.
Caratterizzata da una regia pessima, Ross, forse per paura di impressionare i giovani ed ingenui spettatori (ehmmm..) gira come se fosse preda di tremori e convulsioni, per i primi minuti non si capisce nulla e la telecamera sballonzola incessantemente confondendo il povero spettatore. Smaltita la nauesea si passa al fastidio. Perchè quello che segue è un'escalation di situazioni talmente becere ed incoerenti che anzichè entusiasmare, finiscono con l'irritare progressivamente chiunque abbia più di 15 anni.
Per quanto riguarda gli interpreti, Stanley Tucci ed Elisabeth Banks, altrove apprezzatissimi, qui sono tra il ridicolo e l'imbarazzante, Woody Harrelson è incommentabile, Lenny Kravitz nel disastro generale è forse quello un pochino meno peggio.
Reparto protagonisti, ovvero i ragazzi, non pervenuto.
A parte lei, Jennifer Lawrence. Bravissima, riesce a bucare lo schermo anche piazzata in mezzo al nulla eppure pare quasi che sia frenata, che non voglia strafare, il suo personaggio emerge ma non come dovrebbe.
Ovviamente incassi clamorosi ed orde di ragazzini in delirio.
Alla regia del secondo capitolo pare non ci sarà più Ross. Sarebbe ora di rischiare e mostrare davvero un pochino di coraggio per rendere un po’ di giustizia al cinema.
NEWMOON, Domenica 08/07/2012

venerdì 6 luglio 2012

RUFUS WAINWRIGHT – ALL DAYS ARE NIGHTS: SONGS FOR LULU

Ho sempre pensato che Rufus Wainwright fosse un musicista che vive fuori dal tempo, come quelle nonnine che seppur lucidissime, preferiscono nutrirsi di ricordi ,della nostalgia dei giorni in cui tutto aveva un sapore migliore, un profumo più intenso. Quando le vai a trovare, tirano fuori la tovaglia di pizzo, l’argenteria buona, ti preparano il tè con un goccio di latte e ti rimpieno la pancia con quei biscotti al burro, tanto calorici quanto deliziosi. E intanto, ti raccontano storie antiche alle quali inizialmente presti poca attenzione, ma che presto finiscono per intrigarti, e quando poi ci ripensi, capisci di averle già infilate nel tuo bagaglio per la vita, perché in qualche modo ti hanno segnato. Le canzoni di Wainwright fanno un po’ lo stesso effetto:so che non hanno alcuna attinenza coi miei interessi musicali, le ascolto con una preconcetta predisposizione allo sbadiglio e poi, quando ci ripenso, non riesco più a levarmele dalla testa. 



Perchè Rufus è un artista di atemporale coerenza, perché possiede la sensibilità di un poeta, perché ha un tocco glamour che strabiglia, perché, diciamola tutta, ha acquisitoi cromosomi del genio per trasmissione ereditaria.E quindi può permettersi di abbinare un pop leggiadro a derive sperimentaliste, la torch song alla grandeur del musical, languori nazional popolari di musica classica a sonorità più convenzionalmente rock. E può rilasciare con la stessa disarmante semplicità, un disco come All days are nights , le cui note di pianoforte potrebbero risalire nel tempo fino agli inizi del secolo scorso o rappresentare il manifesto di una corrente neoclassica che nascerà fra qualche centinaio d’anni quando una palingenesi musicale avrà sepolto per sempre il nostro modo di produrre e ascoltare musica. 

Queste dodici canzoni ( uso impropriamente il termine “canzone” ), costruite eslusivamente sull'interplay fra pianoforte e voce, rappresentano il confine estremo a cui Wainwright porta la propria concezione di musica. Abbandonata ogni sensazione pop e la consueta complessità degli arrangiamenti, Rufus crea con All days.. un disco apparentemente scarno, concepito come un monologo teatrale, sicuramente notturno e cupo, di certo più melodrammatico che malinconico, riuscendo a fondere con naturalezza elementi intellettuali ( la rilettura di tre sonetti di Shakespeare, il risalto di un pianoforte suonato con la fisicità e la tecnica dei grandi ) agli struggimenti e al disagio per la perdita recente della madre, palpabile in tutti, gli intensi, passaggi vocali. Un lavoro di difficilissima assimilazione, che richiede una predisposizione anche fisica all’ascolto, e che produce nell’ascoltatore un lento ma progressivo coinvolgimento: si passa dall’incomprensione iniziale (inizialmente il disco mi ha disturbato ), allo stupore per melodie che si fanno magicamente sempre più liquide, per giungere alla consapevolezza finale di essere innanzi ad un‘opera sofferta, priva di compromessi e traboccante di spiritualità. Così intensa, nella propria voluptas dolendi e nel proprio abbacinante respiro vitale, da rapirci, anima e corpo, in un’esperienza sonora che ci apparirà ( quasi ) definitiva.



Blackswan, venerdì 06/07/2012

mercoledì 4 luglio 2012

HARRY TI PRESENTO SALLY


Harry, ti presento Sally…
(USA 1989)
Titolo originale: When Harry Met Sally…
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Nora Ephron
Cast: Billy Crystal, Meg Ryan, Bruno Kirby, Carrie Fisher
Genere: romcom
Se ti piace guarda anche: C’è post@ per te, Insonnia d’amore, Prima dell’alba, One Day

Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: “Frank, io devo! Ma tu?”
Harry (Billy Crystal)



Ci sono quei film che pensi di aver visto. Sai di aver visto. Tutti li hanno visti. Poi ci pensi bene e ti rendi conto che hai presente solo una scena, quella più famosa, ma in realtà non l’hai davvero visti dall’inizio alla fine. Per me, Harry, ti presento Sally è uno di quei film.
La celeberrima scena orgasmica di Meg Ryan, quella sì, almeno quella, l’avevo vista.



Forse avevo visto anche qualche altro minuto, in qualche passaggio televisivo. Però non mi ero mai messo lì fermo a vedermi tutto Harry, ti presento Sally. Non so nemmeno perché. Questione generazionale, magari. O perché Billy Crystal non mi ha mai fatto impazzire, sarà anche per quello. Meg Ryan mi sta moderatamente simpatica, mi è piaciuta soprattutto in In the Cut di Jane Campion, ma pure lei non è che mi abbia mai sconvolto più di tanto l’esistenza. Com’è, o come non è, mi sono messo a vederlo solo ora, all’indomani della scomparsa della sceneggiatrice della pellicola, Nora Ephron, e così finalmente Harry e Sally si sono presentati anche a me.
Ciao Harry, ciao Sally. Io sono Cannibal.

Nonostante abbia scritto e diretto altri capisaldi nel genere sentimentale come Insonnia d’amore e C’è post@ per te, lo script di Harry ti presento Sally rappresenta il vero testamento spirituale di Nora Ephron. Più che un semplice script, è un autentico manuale su come realizzare la perfetta romcom, in grado di mischiare amore e amicizia, sentimentalismi vari alleggeriti però da una dose abbondante di umorismo. Un autentico modello cui hanno preso ispirazione, per non dire copiato spudoratamente, un sacco di altri film venuti negli ultimi 20 e passa anni.

Di cosa parla Harry, ti presento Sally… lo sapete tutti, considerando come al contrario di me l’avrete sicuramente già visto mille e mila volta. Harry incontra Sally, all’inizio si stanno sulle palle, come accade in ogni buona storia romantica che si rispetti, perché se si piacciono fin da subito è tutto troppo facile. Dove sta il divertimento, per lo spettatore? Seguendo il detto: chi disprezza compra, tra loro la situazione via via cambierà, prima diventeranno amici, poi trombamici, poi forse qualcos’altro…


La maestria di Nora Ephron sta nel combinare alla perfezione comicità e sentimenti, in un’epoca in cui le commedie romantiche per carità esistevano già, così come un certo tipo di cinico umorismo newyorkese sembra preso in prestito da Woody Allen, però un film come questo inventa la romcom nella concezione moderna del termine, oltre a diventare un esempio fondamentale per ogni buon “boy meets girl movie” che si rispetti. Quardi Harry, ti presento Sally… e fai fatica a credere sia uscito nel 1989. È una pellicola troppo più attuale e moderna per ritmo, battute e ironia, rispetto a un sacco di commedie pseudo romantiche americane uscite negli ultimi anni che appaiono vecchie, stanche, conservatrici. Poi, come tutti i film avanti nei tempi destinati a essere presi a modelli dalle generazioni futuro, ha generato pure proprio quel sacco di pellicole modeste, derivative ed evitabili, di cui dicevamo sopra. Ma di questo non possiamo fargliene una colpa.

Oltre a essere riuscito a invecchiare splendidamente, cosa che non si può dire di molte altre pellicole 80s, è un film che riesce in un altro gioco di equilibrio affatto semplice: raccontare una storia che si dipana su differenti piani temporali, attraverso i vari incontri tra i due protagonisti. Se un tipo di narrazione del genere funziona bene nello spazio lungo di un romanzo, non sempre risulta facile realizzare una storia di questo tipo nella breve durata di un film. Harry, ti presento Sally… lo fa invece con grande facilità, partendo dal primissimo incontro tra i due personaggi ai tempi del college e poi andando avanti con le loro vite. Una cosa ad esempio fatta bene, seppure in maniera un pochino meno riuscita, anche nel recente One Day.

I vari piani temporali sono intervallati da interviste di alcune coppie che parlano della loro relazione. Un espediente che fa molto mockumentary, genere oggi molto in voga, a ulteriore segno dell’attualità del film, ma di cui comunque io avrei fatto volentieri a meno, visto che costituisce un surplus che non aggiunge niente di particolare alla storia principale.
A parte questo, la sceneggiatura è davvero un saggio di bravura e i dialoghi tra i due protagonisti sono fenomenali. Insieme ad Aaron Sorkin (The Social Network, la nuova serie The Newsroom) e Amy Sherman-Palladino (l’autrice di Una mamma per amica e della novità Bunheads), Nora Ephron è da considerarsi tra i più grandi maestri nella realizzazione dei dialoghi degli ultimi 30 anni.



Tra le cose che mi hanno convinto meno del film, c’è invece una regia molto piatta e molto standard di Rob Reiner, non un virtuoso della mdp, ci sono i classici amici comprimari dei protagonisti che però non riescono a lasciare il segno (Carrie Fisher/principessa Leila in primis) e una colonna sonora da diabete o da Benedetta Parodi: si senta ad esempio l’uso di “Let's Call The Whole Thing Off” cantato da Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, poi ripetuto fino alla nausea (letteralmente) nel programma culinario Cotto e mangiato.
Anche nei suoi difetti, Harry, ti presento Sally… è una pellicola che ha cambiato e definito il genere romcom nell’accezione moderna del termine, è entrato nell’immaginario collettivo e, insomma, ha fatto Storia. Felice che si siano presentati anche a me, finalmente.

(voto 7+/10)

CANNIBAL KID, Mercoledì 04/07/2012

martedì 3 luglio 2012

L'UNITA D'ITALIA IN TRE ROMANZI


Con Paese d'ombre Giuseppe Dessì crea un romanzo agevole da leggere, scritto in una lingua pulita e media, in cui spiccano però termini specialistici, rigorosamente in italiano, relativi a diversi settori, dall'artigianato al mondo agricolo e pastorale, dalla botanica all'anatomia umana, e che presenta solo rari interventi di altre lingue, segnalati dal corsivo o da una breve glossa intratestuale, più spesso però integrati nel contesto. I fatti si accompagnano a dettagli della psicologia dei personaggi, i quali non vengono descritti nel loro carattere e nella loro ideologia se non al momento del loro comparire attivo nella storia, la quale passa anche attraverso i loro pensieri, dalla visione del mondo di uno a quella dell'altro, sia che si tratti di un mondo inteso come parte di un nuovo regno, l'Italia unita, sia il mondo circoscritto al paese e a ciò che nel paese era consuetudine fare. Il tutto è racchiuso in una cornice storica, che viene delineata pian piano attraverso il punto di vista politico dei personaggi, delusi dall'unione superficiale di popoli diversi, o tramite l'indicazione di episodi storici più o meno precisamente databili. Riguardo all'ambientazione geografica, invece,  i nomi dei luoghi mescolano realtà e fantasia, più spesso rimangono vaghi, come una Parte d'Ispi non meglio delimitata, oppure appaiono chiari solo verso la fine, quando l'isola diventa tutt'a un tratto la Sardegna.
Ne Il giorno del giudizio Salvatore Satta descrive Nuoro come una città che calamita gli intraprendenti, sia i paesani dei dintorni che la vedono come luogo in cui poter diventare qualcuno, sia i continentali che vi si arricchiscono e "sardizzano"; ma Nuoro è innanzitutto il paese dei nuoresi che, pigri e indifferenti accettano la vita per quello che è, e anzi davanti alle novità continuano come se niente fosse cambiato, e che danno valore alle antiche consuetudini e ai poteri del paese: per i nuoresi tutto nasce e torna e muore a Nuoro. L'unico luogo rivolto all'Italia è il Corso, in cui si sfoggiano abiti civili, si legge il giornale, si decide l'università per i figli, si seguono i primi discorsi politici di cui peraltro i nuoresi non sentono il bisogno; anche le leggi statali vengono accettate più per quieto vivere che per senso di appartenenza al regno d'Italia, la quale non viene concepita come una realtà da vivere finché la guerra non richiama alle armi gli italiani; e se inizialmente i nuoresi rimasti a casa non sanno nemmeno contro chi si combatte, sentendo l'evento come qualcosa che avviene in luoghi lontanissimi, nel dopoguerra Nuoro si avvicina alle altre città dell'Italia e dell'isola, dalle quali provengono anche idee rivoluzionarie, e apre ora i suoi orizzonti, perché la guerra ha reso consapevole l'Italia dell'esistenza dei sardi, ma anche la Sardegna di essere "un frammento d'Italia", ossia di un mondo più vicino e con cui poter comunicare.

Po cantu Biddanoa di Benvenuto Lobina ha come protagonista il paese del titolo, Biddanoa (Villanova Tulo), isolato ed assopito, il quale però ogni tanto si riscuote dal torpore e sembra partecipare alle vicende italiane, belliche e politiche innanzitutto. La prima guerra mondiale costituisce un ponte verso l'Italia e verso i continentali per i biddanoesi, uomini poveri, analfabeti ed estranei quanto gli altri sardi; partecipare alla guerra è quasi un essere legittimati come italiani, e permette di veder muoversi qualcosa, infatti i mutilati e le famiglie dei caduti ricevono una pensione di guerra, inoltre viene fornito anche alla Sardegna uno strumento di potere con valore nazionale quale è un'associazione di ex combattenti: solo a chi ne fa parte viene concesso il privilegio di aderire al neonato partito dei sardisti, e poi di diventare automaticamente tesserato del partito al potere in Italia, quello fascista: finalmente anche Biddanoa ha una parte nello scenario italiano. La partecipazione dei suoi abitanti a queste novità avviene però per inerzia, anche se con una certa soddisfazione per le tante promesse che fa loro il nuovo governo, il quale dimostra in questo modo di avere a cuore il futuro dei sardi che tanto bene hanno servito la patria; il filo che muove le marionette è la mancanza di istruzione, la quale alimenta l'illusione fino al secondo richiamo alle armi, quando ormai molti sardi hanno mangiato anche questa foglia: la Sardegna non è più per l'Italia una riserva di alberi, come un tempo (e come documenta Dessì in Paese d’ombre), bensì di uomini.
(Il romanzo è stato scritto in sardo, e successivamente tradotto in italiano dallo stesso Lobina, perciò è disponibile anche in edizione bilingue)

ELLE, martedì 03/07/2012

domenica 1 luglio 2012

E' L'ORA DEI LIBRI


Quando abbiamo aperto L’OraBluBar avevamo raccontato su questa pagina che il locale sarebbe stato qualcosa di diverso dalla solita pizzeria, e cioè un’oasi lontana dei ritmi serrati della vita, in cui poter condividere con gli amici momenti di svago, di confronto, di cultura. Nonostante sia passato solo un mese dall’apertura, abbiamo già messo in cantiere parecchie iniziative che vedranno la luce prossimamente e di cui vi racconteremo per tempo. La prima di queste iniziative, però, è già arrivata in porto e vedrà la luce a partire da lunedì 2 luglio, quando l’OraBluBar si trasformerà anche in un punto prestito della Biblioteca Comunale. Il progetto era ambizioso e non di semplice realizzazione, ma l’idea di poter regalare ai cittadini uno spazio non convenzionale nel quale soddisfare il proprio desiderio di lettura, ci ha permesso di superare ogni difficoltà sul piano logistico,  grazie anche alla collaborazione del Comune che non ha fatto mai mancare sostegno all’iniziativa.

Pertanto, a partire da lunedì, all’interno del bar, non solo sarà possile leggere o consultare i volumi messi a disposizione, ma soprattutto prenderli in prestito per un periodo di tempo della durata di un mese. In che modo è possibile accedere al servizio ? Niente di più semplice: è sufficiente essere iscritti a una qualsiasi delle biblioteche del Consorzio Sistema Bibliotecario del Nord Ovest ed esibire la relativa tessera. Una volta terminata la lettura, i libri andranno restituiti presso il punto prestito L’OraBluBar.
In attesa di aggiornarvi sulle prossime iniziative, non resta quindi che augurare a tutti Buona Lettura !