giovedì 17 maggio 2012

Edward Bunker


Edward Bunker non ha avuto una vita facile, tutt’altro. Per rendersi conto di quanto sia vera questa affermazione è sufficiente leggere il toccante “Little Boy Blue”, traducibile con piccolo ragazzo triste, autobiografia dello scrittore che copre il periodo dell’infanzia fino ai 17 anni, età alla quale Bunker verrà condannato e rinchiuso a San Quentin ottenendo il primato di più giovane recluso in assoluto del penitenziario. Nonostante Bunker si sia fatto svariati anni di carcere per errori che realmente ha commesso, non si può non provare pena per quel ragazzino che, azione dopo azione, abuso dopo abuso, errore dopo errore, si trasformerà nella sua versione adulta.
In “Little Boy Blue” seguiamo l’infanzia di Alex Hammond, alter ego di Bunker stesso, figlio di una madre che di lui si disinteressa completamente e di un padre che, pur affezionato al ragazzo, non riesce a mantenerlo. Così Alex passa da un collegio militare all’altro, cambia famiglie affidatarie e prova l’esperienza dei riformatori. Le crisi violente, manifestazione del rifiuto e del dolore procuratogli da questa situazione, lo portano a dover scontare spesso punizioni da lui ritenute ingiuste. Il ragazzo sviluppa un’avversione per le autorità che gli porterà altro dolore e gli alienerà la possibilità di un reinserimento nella società. Le esperienze che Alex/Bunker dovrà affrontare sono terribili per un bambino di undici anni o poco più e faranno male anche al lettore di questo libro. Sul passaggio a San Quentin si chiude l’autobiografia della prima parte della vita di Bunker. Verrà in seguito ripresa nel libro “Educazione di una canaglia”.
Lo stile di Bunker è denso e corposo, non facile ne scorrevole, maturato con la lettura in carcere di moltissimi libri e da una particolare predisposizione dello scrittore per la letteratura russa.
I libri di fiction scritti da Bunker hanno qualcosa di indefinibile.
Leggendo “Come una bestia feroce”, racconto di un’ipotetica seconda possibilità trasformatasi nel tentativo di rapina a mano armata, si ha l’impressione di star leggendo la realtà. Bunker evita ogni spettacolarità, ogni esagerazione, i personaggi sono veri le situazioni veritiere.
Ottima prova anche in “Animal factory”, romanzo d’ambientazione carceraria. Anche qui la sensazione che si ha leggendo le pagine di Bunker è quella di estremo realismo.
Dopo il successo letterario, arrivato verso la metà degli anni ’70, arriverà anche la possibilità di una vita tranquilla grazie anche ai molteplici incarichi ricevuti come consulente nel settore cinematografico. Anche il suo volto è ormai diventato popolare grazie all’interpretazione di Mr. Blue ne “Le iene” di Quentin Tarantino, grande fan dei romanzi di Bunker. Dopo la morte di Bunker (2005) sono usciti ancora due romanzi postumi, “Stark” del 2006 e “Mia è la vendetta” del 2009.

La Firma Cangiante

mercoledì 16 maggio 2012

Una scatola al giorno...

Vi ricordate il nostro primo evento di quest'anno vero? Sì esatto, Non Rompete Le Scatole...in Villa, bravi... beh in effetti non è passato tanto tempo... Per chi non ha avuto la possibilità di venirci a trovare in quei giorni per vari motivi segnalo che il sito di b-artcomporary, la galleria che ha curato la mostra insieme a Piscina Comunale - Spazio d'arte in copisteria, sta proponendo, una al giorno, le foto di tutte le scatole presenti... Ecco il link.

martedì 15 maggio 2012

Pleasantville



Pleasantville
(USA 1998)
Regia: Gary Ross
Cast: Tobey Maguire, Reese Witherspoon, William H. Macy, Joan Allen, Jeff Daniels, Paul Walker, Marley Shelton, Don Knotts, J.T. Walsh, Jenny Lewis, Marissa Ribisi, Jason Behr, Marc Blucas, Danny Strong, Denise Dowse
Genere: retrò
Se ti piace guarda anche: The Artist, The Truman Show, Ritorno al futuro, Ricomincio da capo, Cambia la tua vita con un click

Come sarebbe vivere dentro la tua serie tv preferita?
È quello che scopre Tobey Maguire nelle vesti di protagonista di questo Pleasantville.
Il mio telefilm preferito è Twin Peaks, però devo ammettere che avrei un po’ paura ad andarci a vivere. Più che un sogno, sarebbe un incubo che diventa realtà.
Bob…
la faccia di Bob…
i capelli unti di Bob…
No, grazie.
Se potessi scegliere di trasferirmi dentro una serie, preferirei di gran lunga Baywatch. È possibile, omino della tv di Pleasantville? Non mi sembra una richiesta poi tanto eccessiva…

Per uno di quegli incanti che succedono solo nei film, vedi anche Freaky Friday, Jumanji o Cambia la tua vita con un click, tanto per dirne alcuni, Tobey Maguire e pure sua sorella Reese Witherspoon vengono allora risucchiati dentro l’apparecchio televisivo e vengono trasformati nei giovani protagonisti della serie anni ’50 Pleasantville. Un telefilm fittizio, ma in cui possiamo vedere i riflessi dei rassicuranti serial vecchio stile, così come anche il buonismo di Happy Days.
I due vivono il “trasloco” in maniera parecchio diversa: Tobey è un retrò-nerd che sa tutto della serie e quindi per lui finire in quel mondo è un’esperienza fantastica un po’ come ritrovarsi a Disneyland per un bambino di 6 anni o per il mio blogger rivale Bimbo Gigi Ford. Per Reese Witherspoon, tipica liceale ribelle e pure un po’ zoccoletta - diciamolo -, ritrovarsi in quell’epoca tanto rigida e politically correct si rivelerà una prova ardua. Ma le cose, questo Pleasantville ce lo racconta magnificamente, possono cambiare. E persino una realtà in bianco e nero può prendere colore.


Al di là di una meraviglia di storia, Pleasantville incanta per le interpretazioni fenomenali di tutto il cast. Oltre ai due ottimi protagonisti, Joan Collins e Jeff Daniels con la loro romanticissima storia d’amore fanno illuminare di rosso anche il cuoricino del più insensibile tra gli spettatori, mentre fa uno strano effetto assistere a un leccatissimo e precisino William H. Macy, dopo che negli ultimi tempi l’abbiamo visto nei panni opposti del padre di famiglia barbone e ubriacone nella serie Shameless. Se c’è una famiglia che sta agli antipodi rispetto a Pleasantville, è proprio quella di Shameless. Menzione d’onore poi per la splendida Marley Shelton, per Paul Walker che scopre il sesso fast & furious con la smaliziata Witherspoon, e in alcune particine compaiono pure Jenny Lewis, la cantante della band indie-rock-country Rilo Kiley (se non li conoscete andatevi a recuperare subito tutti i loro dischi!), e futuri amici televisivi come Marc Blucas e Danny Strong di Buffy, più Jason Behr di Roswell.
Ciliegina sulla torta, una colonna sonora magnifica, con una “At Last” di Etta James che piove su una scena che definire poetica è limitativo.


Memorabile poi il finale sulle note di “Across the Universe”, perla john lennoniana, dal testo perfetto per la pellicola e qui riletta dalla sola e unica Fiona Apple. Dopo aver sentito la sua interpretazione nel lontano 1998, ma poi non tanto lontano quanto l’epoca di Pleasantville, ho deciso che Fiona Apple era la mia cantante preferita di sempre e ancora oggi non ho cambiato idea. Il video della song poi è diretto da Paul Thomas Anderson, mica il primo pirla che passa.


L’opera prima di Gary Ross, futuro regista del blockbuster Hunger Games, è un incanto di pellicola. Innocente, idealista e sognatrice. Una gemma più che piacevole che ci trascina dritti dentro un’altra epoca, proprio come capita ai due protagonisti.
Nominato agli Oscar 1998 in 3 categorie minori (scenografia, costumi e musiche), Pleasantville non si è portato a casa manco una statuetta. Per quanto paradossale sia da dire, un film in b/n ambientato negli anni ’50 forse era troppo avanti per l’epoca. Fosse uscito oggi, magari avrebbe fatto incetta di premi proprio come capitato a The Artist, film muto e ambientato negli anni ’30 e diverso per un sacco di altri aspetti, ma che con Pleasantville condivide lo stesso gusto retrò, nostalgico fin che si vuole, ma che sa guardare anche al futuro. Il tema portante di entrambe le pellicole è infatti il cambiamento, il sapersi evolvere e adattare ai tempi che mutano. È sempre bello dare un’occhiata indietro al passato, ma saper guardare avanti è ancora meglio.
Perché chissa cosa cosa succederà domani?
Io non lo so.
(voto 8+/10)






lunedì 14 maggio 2012

Onora il padre e la madre


Due fratelli con gravi problemi finanziari decidono di rapinare la gioielleria di famiglia.
Nulla andrà secondo i loro piani...

"Onora il padre e la madre" (il bellissimo titolo originale è "Before the Devil knows you're dead") si apre con una scena di sesso fra marito e moglie che spiazza lo spettatore. A colpire, però, non è la sensualità della sequenza, ma tutt'altro. Il "giovane" Sidney Lumet (83 anni suonati al momento delle riprese) evita la strada della pornografia e del pruriginoso, e si affida invece al rigore formale della fotografia (una penombra melanconicissima) e alle inquadrature, volutamente asettiche, che in pochi minuti raccontano una storia fatta di incomprensione, tristezze, ferite insanabili. Non c'è amore, bensì solitudine, distacco, rancori sopiti che riemergono in una battuta raggelante di Marisa Tomei: "In questo posto riesco a non sentirmi una merda totale". Pochi minuti, dunque, per raccontare il senso di un film duro, angoscioso, politicamente scorretto, nel quale viene letteralmente fatto a pezzi il concetto di famiglia in un contestosociale che è quello della media borghesia americana (e bianca). L'incipit disegna rapporti interpersonali già compromessi. Eppure, Lumet non dice nulla del passato della famiglia Hanson: permette semmai allo spettatore di intuire, di cogliere, nella cronaca di semplici fatti, dinamiche affettive, contrasti e disagigià ben radicati. L'architettura del film è giocata su incastri temporali, su un puzzle sfasato di avvenimenti che, inizialmente confonde, ma che successivamente diventa parte dell'insieme, perfettamente funzionale a giustificare la spiazzante ( e agghiacciante ) morale che sottende al finale del film.


Al centro del racconto si muove un pugno di personaggi tutti in balia dei propri vuoti interiori, delle proprie carenze affettive, vittime di un egoismo che non appare mai solo frutto dell'indole, ma che è soprattutto determinato dalle contingenze della vita. In tal senso Lumet non fa sconti: il rigore etico è un’eventualità, la famiglia non esiste se non come formale coacervo di sangue e abitudini, i figli sonocondannati a espiare le colpe dei padri, sono vittime e carnefici generati in un alveo di violenza domestica mai rappresentata, ma che prepotentemente permea ogni secondo di pellicola, ogni azione, ogni pensiero, ogni tormento dei suoi personaggi.



Non c'è perdono, nè redenzione: il film vira, sequenza dopo sequenza, verso una tragedia che si percepisce ineluttabile fin dall’inizio, per esplodere poi in un finale sconvolgente, logica conseguenza di un destino già scritto.Un lotto di attori straordinari tiene bordone al grande regista: Philip Seymour Hoffman, dallo sguardo mefistofelico, eppure così terribilmente fragile, è un gigante: roba da spellarsi le mani dagli applausi; Ethan Hawke è straordinario nella parte del fratello fallito (ma chi non lo è tra tutti i personaggi?): trasmette insicurezza a ogni inquadratura ed è perfetto nel rappresentare la supina accettazione innanzi all'ordito del fato; Marisa Tomei è di una bellezza sconfitta e dolente, seduce col corpo e immalinconisce con lo sguardo. Unico neo? Probabilmente Albert Finney, che non accontentandosi di fare trenta, per prendere anche la lode, finisce per essere un pò troppo sopra le righe, a tratti innaturale.
Da non perdere.

Blackswan

domenica 13 maggio 2012

Il mistero della perla scomparsa



Venerdì 11 maggio si è svolto il saggio degli allievi dei due corsi di circo-teatro che L'Orablù organizza dal 2006. Il saggio è un momento importante per i ragazzi che dimostrano davanti alla platea composta da amici e parenti ciò che hanno costruito durante l'anno insieme agli insegnanti Alessandra Pasi e Alessandro Vallin.
Gli allievi del corso base si sono esibiti in una breve rappresentazione di giocoleria mentre quelli del corso avanzato, che da qualche anno hanno composto una specie di mini compagnia teatrale chiamate Le Bollicine - Il teatro dei bambini (per i precedenti vedere qui), hanno realizzato un vero e proprio spettacolo dove gli insegnanti hanno proposto un testo base e i ragazzi si sono divertiti a comporlo in base alle loro caratteristiche: Il Mistero della Perla Scomparsa.
Vi lasciamo con una carrellata di foto scattate durante le prove generali e l'esibizione finale.

sabato 12 maggio 2012

Viaggio in Sardegna

Negli ultimi giorni ho constatato come buona parte della mia vita, dai contatti umani alle ricette di dolci, dalle curiosità alla necessità di informazioni, fino alle preziosissime foto delle vacanze, si svolga tramite il computer e internet. Per quanto riguarda le foto delle vacanze da mostrare ai congiunti, potevo anche risparmiarmi la visione di una madre che sonnecchia, due o tre fossili che con lo sguardo fisso commentano "mm", e uno zio che da un sassolino nascosto sotto la sabbia nella foto del mare tira fuori l'ennesimo racconto di vita vissuta (con l'infanzia e la vecchiaia da pensionato come estremi temporali del raccontabile) e distrae tutti dalla presentazione delle foto. E dire che dopo il problema tecnico avevo convinto tutti dell'urgenza di riavere al più presto il mio computer proprio con la promessa delle foto! Non potevano cambiare argomento per farmi capire che le foto no, piuttosto ti paghiamo la riparazione così ti chiudi di nuovo in camera?

Per quanto riguarda gli aggiornamenti, invece, dopo mail, pagine di curiosità, voci depennate sulla lista mentale, letture, scritture e cervicale parlante, io sono stanca di avere di nuovo il computer, innanzitutto perché mi distrae dalla lettura del secondo libro che mi sono regalata al rientro dalle vacanze, a cui mi dedicherò dopo questo post. In secondo luogo perché rischiava di rallentarmi nella lettura del primo libro che mi sono regalata al rientro dalle vacanze (mi raccomando non mandatemi all'ipermercato con più soldi di quelli necessari per pane e companatico), ovvero Viaggio in Sardegna, un bellissimo quadro geografico, storico, culturale della Sardegna, che accompagna il lettore lungo undici percorsi sconosciuti alla sua fama di isola bellissima, e protegge dai "falsi amici" che questa procura agli incauti turisti. Della serie: non è tutto mare porchetto banditi e il-sardo-è-una-lingua-non-è-un-dialetto.
Mi è piaciuto perché spiega anche la storia, e la preistoria!, e le tradizioni, ma anche l'attualità (che rinnega le prime, dove può), e la cultura!, inoltre suggerisce posti incantevoli da vedere, ma svela anche cosa in Sardegna è impossibile o difficile da trovare (ad esempio negozi, al di fuori dei centri commerciali, che facciano orario continuato). Solo alla fine l'autrice si è persa del tutto, con un finale assurdo che non so se riportarvi o no ma... Insomma, ditemi voi se dopo aver descritto la Sardegna come un luogo dove ancora oggi, inconsciamente, persistono pratiche mentali ancestrali come considerare la donna il capo famiglia, l'elemento principale della società o, al massimo, un personaggio paritario rispetto all'uomo; se dopo aver detto a tutti che nell'arte del racconto tutti i sardi sono maestri, le donne anzitutto, grazie a quella loro necessità di tenere per sé il privato e raccontare solo il fantastico, ditemi se poteva concludere così: "Il racconto del focolare [...] ha rappresentato per secoli il diversivo alla quotidianità di cui la televisione ancora da venire avrebbe poi preso il posto, con i suoi quiz, le sue fiction e le sue scosciate veline, il nuovo emblema della femminilità isolana, in ordine di tempo le ultime janas* su cui fantasticare".
Ha spezzato l'incantesimo così.
Ma si può?

Ma è lo 0,001% di un libro che per il resto mi è piaciuto molto, un libro diverso dai soliti libri sulla Sardegna - e ve lo dice una che ne ha letti quasi tre, compreso questo.
Mi è piaciuto molto e ho pure sottolineato alcune frasi che mi hanno incuriosito, e che ora vi riporto perché voglio consigliarvi di leggerlo e poi vi lascio, e mi dedico al mio secondo libro, stavolta un romanzo.

Sul mistero che avvolge i nuraghe e la loro funzione:
"Nei racconti degli anziani è presente la memoria di un tempo in cui da ogni nuraghe se ne vedevano sempre altri due".

Sulla civiltà nuragica:
"Dallo studio delle statuine bronzee emerge nitidamente un altro elemento interessante: la pari considerazione dell'uomo e della donna nella società nuragica".
 

Sull'identità e sulle apparenze: ovvero sul legame tra la voglia d'indipendenza dell’isola e la "libertà di essere sardi solo per se stessi, senza sospingersi a vicenda a 'fare i sardi' per gli altri".

Sulle usanze: a quanto pare i sardi usano ancora oggi distribuire "a vicini e conoscenti le eccedenze di ogni grazia alimentare".

Sulla fama dell'isola:
"Quello che maggiormente determina il successo o l'insuccesso dell'impatto con la Sardegna, trattandosi di uno dei luoghi più presenti e delineati nell'immaginario comune, è la corrispondenza tra ciò che si vede e le aspettative di chi guarda".

Sull'insicurezza dei sardi camuffata da autoironia:
"E si finisce per ridere di ciò che di se stessi si crede appaia ridicolo agli occhi degli altri".
 

Sulle donne scrittrici:
"Non c'era praticamente nulla di strano che una donna divenisse narratore, anche di enorme fama, in un mondo in cui praticamente ogni focolare era a suo modo un circolo letterario".

Un errore finale (potevo non farci caso?):
"la volontà [...] di voler testimoniare".
Siccome il termine "volontà" esprime già il concetto di "volere" e viceversa, bastava dire "la volontà di testimoniare". Ma in questo era maestro il mio professore di informatica con i suoi “la capacità di poter essere capaci di riuscire”.

Infine, come biglietto da visita non della Sardegna ma del libro, vi riporto un brano più lungo sul mare, perché penso che, nonostante la Sardegna secondo me non sia "uno dei luoghi più presenti e delineati nell'immaginario comune", è senz'altro un luogo che, quando è presente nell’immaginario comune, è delineato attraverso il suo mare:
"Avere milleottocento chilometri di coste incantevoli, tutte diverse, può essere una fortuna molto meno invidiabile di quanto non sembri a prima vista alle migliaia di turisti incantati che vengono ogni anno in vacanza in Sardegna. Lungo i secoli i sardi sono diventati piuttosto consapevoli del fatto che il mare possa portare cose peggiori di turisti in bermuda e pesce fresco, e i più anziani conservano spesso nei suoi riguardi una sana diffidenza, al punto che anche nei paesi costieri è molto frequente trovare persone che si vantano di non aver mai imparato a nuotare".
Se volete scoprire il perché di questa particolarità, leggete Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede di Michela Murgia.
 

*Le janas (iànas) sono fate leggendarie (però io di fate storiche non ho mai sentito) o anche streghe che, dalle loro grotte scavate nella roccia (le domus de jana, ancora oggi visibili a occhio nudo in Sardegna, basta sapere dove guardare), uscivano solo di notte per non rovinare la loro pelle bianca.

venerdì 11 maggio 2012

Adler's Appetite


I Guns N'Roses, per chi il ha amati, non sono stati soltanto un enorme fenomeno di vendita, non sono mai stati una band come le altre, sono stati un'esplosione di adrenalina mai vista, l'apoteosi di una tamarraggine spaventosa e di una rabbia incontrollata verso quella sorta di snobismo artistico che nemmeno il punk nella sua violenta ondata era riuscito a spazzare via. Sono stati lo specchio di una generazione stanca e incazzata, ma anche desiderosa di divertirsi e fare casino, "Generazione di sconvolti che non han più santi nè eroi", come diceva Vasco quando ancora sapeva colpire nel segno. I Guns sono stati tutto quello che la loro generazione avrebbe voluto essere e hanno sempre suonato quello che la loro generazione avrebbe voluto suonare, con tanta elettricità, riff fulminanti, ritmi da tachicardia, una voce come se ne trovano davvero poche e la sfacciataggine senza filtro di chi se ne fotte davvero.

La musica dei Guns, per chi se n'è innamorato e per chi fa parte di quella generazione è diventata in qualche modo l'essenza della visione del rock, una specie di metro comparativo con il resto della musica, con generi, artisti e gruppi nuovi. Non che ciò impedisca di apprezzare il resto della musica nè tantomeno trasformi i Guns nel più grande gruppo di sempre, certo è però che Axl e soci hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica e nei cuori dei fans. Lo stesso segno, o probabilmente uno ancora più marcato, è rimasto sicuramente nel cuore di Steven Adler, storico batterista della band cacciato nel 1990 per abuso di droghe (ed è tutto dire....) e che per questo ha pure intentato cause e fatto un bel po' di casino, ma che nonostante tutto dello stampo da gunner proprio non si riesce a liberare, e dopo parecchi anni e non pochi problemi dovuti agli eccessi di una vita a mille all'ora, nel 2003 forma una nuova band, gli Adler's Appetite, nome chiaramente ispirato a quell'Appetite for destruction che nell'87 si divorò in un sol boccone l'intero mercato discografico e che è in parte anche una sua creatura. Con gli Appetite Steven si lancia in una densissima attività live in cui propone principalmente i pezzi dei Guns, alcuni (pochi) nuovi brani e tante cover. Nel 2005 esce il primo lavoro del gruppo, un EP omonimo di 6 brani tra cui le cover di "Hollywood" dei Thin Lizzy e di "Draw the line" degli Aerosmith. Da allora più niente se non concerti su concerti in giro per il mondo e cambi di formazione repentini e quasi compulsivi, finchè nel 2010 Steven e soci se ne escono con tre singoli, "Alive", "Stardog" e "Fading", che proprio quest'anno sono stati inseriti, insieme alla versione strumentale del primo, in un EP intitolato "Alive" e che anticipa un probabile nuovo lavoro inedito.

C'è tanto dei Guns N'Roses in questo album, c'è tanto di "Appetite For Destruction", nel nome della band quanto nel sound cattivo e graffiante del disco, che fin dalle prime note della title track lancia watt a destra e a manca, con Steven seduto sul seggiolino della sua batteria a pestare un ritmo incalzante e ad accompagnare un'intro di chitarra rock anni '80 fino nel midollo, fulminante e carico di elettricità. Il resto lo fa la voce di Patrick Stone, frontman del gruppo dal 2011 che certo non è Axl Rose, ma nemmeno prova ad esserlo, canta senza strafare con uno stile rabbioso che denota una predilezione per l'hardcore punk e che in ogni caso non guasta affatto. La successiva "Stardog" resta fedele alla linea, batteria a bpm alti, riff decisi e voce a squarciagola, tracce di assoli chitarristici alla Slash qui e là e un alto tasso di adrenalina lungo tutta la durata del pezzo. C'è anche spazio per "Fading", ottima ballata che chiude il cerchio: non ci sono soltanto ritmi veloci e rock spinto nella musica degli Adler's Appetite, e "Fading" ne è la dimostrazione. In chiusura dell'album c'è una versione strumentale della title track, bella anche se forse poco sensata visto che non si scosta minimamente dalla versione cantata, ma tant'è, sono comunque 4 minuti di hard rock eighties bello deciso e non sarò certo io a levare il cd dallo stereo....

Insomma, niente di nuovo per questo EP, ma tanta, tanta, tanta carica e un pizzico di nostalgia, perchè Adler e soci se la cavano, fanno un solido rock anni '80 che piace e che sa tanto, tantissimo di Guns N'Roses, forse un po' troppo e non che ci sia nulla di estremamente male, soltanto la nostalgia si fa sentire, perchè la carica e la voglia di fare rock di Steven è rimasta la stessa nonostante gli anni e una carriera ed una vita non proprio limpide e facili, di questo gli va dato atto e tanto di cappello, ma senza stare sul palco a battere il tempo per Slash, Izzy, Duff e Axl non è la stessa cosa. "Alive" è un buon album, ma Steven lo sa che i Guns, i suoi Guns, quelli che vi verrà voglia di infilare nello stereo alla fine di "Alive", erano tutta un'altra storia....

Voto: 6,5


Tracklist:

1. Alive
2. Stardog
3. Fading
4. Alive (Instrumental version)
Lozirion

giovedì 10 maggio 2012

Malo odore blues



Cielo poco nuvoloso. I venti saranno prevalentemente moderati e soffieranno da sud-sudovest. Le temperature minime saranno comprese tra 16 e 20 gradi. La voce squillante dell’uomo delle previsioni del tempo, che giungeva dalla televisione rimasta accesa, mi scrollò dal torpore in cui ero piombato. Dormivo ancora vestito e con le scarpe ai piedi da chi sa quanto tempo.

mercoledì 9 maggio 2012

La classe




La classe
(Francia 2008)
Titolo originale: Entre les murs
Regia: Laurent Cantet 
Cast: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucouré, Louise Grinberg
Genere: scolastico
Se ti piace guarda anche: Polisse, 17 ragazze, Fish Tank

“Ti ricordi che meraviglia, la festa delle medie?”
Certo, Elio. Però questa è un’altra storia. Un’altra epoca. Un’altra nazione. La scuola media presentata ne La classe è tutto un altro mondo. Rispetto ai tempi di “Tapparella” e pure rispetto al cinema italiano.
Una full immersion totale entre les murs, tra le mura di una classe di terza media, un quasi documentario che segue tutto ciò che avviene al suo interno. Detto così non sembra il massimo della vita e dell’interesse e invece il film ha un ritmo indiavolato.
Senza l’ausilio di musiche, senza effetti cinematografici elaborati, le macchine da presa si limitano a seguire da vicino, da vicinissimo, gli studenti e il professore di lettere perno del racconto. Il protagonista è uno straordinario François Bégaudeau, pure autore del romanzo semi-autobiografico da cui la pellicola è stata tratta. Un vero insegnante nei panni di un insegnante. Beh, insomma. Non dev’essere stato molto difficile per lui entrare nella parte. Un po’ come Eminem a fare il rapper in 8 Mile. E vabbè, sono bravi tutti a recitare così, facendo se stessi. Togliamo il mestiere agli attori veri: la Manuelona Arcuri, per esempio, che indossa vesti per lei totalmente inedite come quelle della carabiniera. Lei sì che offre una grande prova di versatilità…
No, eh?
La smetto di dire stronzate?
La smetto.
Mi siedo nel banco in fondo e la pianto di disturbare la lezione. Scusi, prof.


A colpire in una pellicola dall’impronta così fortemente documentaristica è la cura nei dialoghi, un confronto incessante, tamburellante, senza soste tra il prof. e i ragazzini della classe, un branco di giovani (non) attori. Botta e risposta di un adulto che parla loro come a degli adulti, evitando sia di trattarli come bambini che di fare il ggiovane a tutti i costi. Una serie di dialoghi senza soste che ci raccontano della vita nella Francia di oggi, o meglio di ieri visto che il film è del 2008 e ci sono vari riferimenti calcistici al periodo post-Mondiali 2006 (“Odio Materazzi”, dice un ragazzino illuminato).


Proseguendo nella tematica calcistica, possiamo dire che la scuola media è forse il “campo da gioco” più duro per un professore. Non si trova a dover avere a che fare con dei bambini, come alle elementari, né con degli adolescenti veri e propri, come alle superiori. Si trova nella difficilissima terra di mezza dell’era tween, quel periodo in cui ti trattano tutti come se fossi ancora un bambinetto, mentre tu ti senti ormai un teenager, o quasi.
Il regista Laurent Cantet sceglie di mostrarci questa età evitando, proprio come l’autore/attore François Bégaudeau, di fare il Moccia della situazione. Ci scaraventa nella vita di una classe di terza media ma non ci ammorba con un pruriginoso interesse sulle storielle sentimentali e sugli amori 14, preferendo documentare uno spaccato realistico della società multietnica attuale. Lo fa usando dei ragazzini in età harrypotteriana, ma alla fine riesce a fotografare la società attuale tutta. Tutta francese e parigina, certo, però anche le classi italiane di oggi non sono poi così distanti.
Oddio, forse le classi di Rosello, il paesino in Abruzzo che ha letto Moccia come sindaco (ma peeerché?), sono davvero distanti.


Dentro La classe ci sono i conflitti razziali e culturali, più che quelli generazionali. C’è un cinema realista, ma che tuttavia non abbandona mai un tocco artistico, uno sguardo cinematografico sempre ben presente. Ci sono dialoghi che passano con disinvoltura dalla leggerezza alla profondità, dalla battuta ironica al risvolto drammatico. C’è la vita e c’è il cinema, degno di una Palma d’Oro, un cinema che negli anni successivi condurrà ad altre opere dal french touch simile, come Polisse e 17 ragazze (che vedrà come protagonista la qui esordiente Louise Grinberg).
In Italia, ben che vada, tra gli esempi di fiction “scolastica” migliore mi vengono in mente I liceali. Serie che guardi e pensi anche: “Carina”. Però, dopo aver visto il film di Cantet, ti rendi conto che i francesi hanno davvero tutta un’altra classe.
(voto 8/10)


Il Tour dell'Istria

Oltre a organizzare corsi, eventi e altro i soci fondatori de L'Orablù hanno un'altra passione che li accomuna: la bicicletta... questa passione li porta ogni anno, da più di vent'anni, a girare l'Italia e l'Europa in pieno stile ciclo turista.