sabato 28 aprile 2012

Tracce nel deserto


 Il freddo non mi faceva paura, c’ero abituato ma non vedevo l’ora che si facesse giorno. Quel figlio di puttana di un segugio mi aveva odorato e mi era toccato starmene rintanato in quella buca dietro quel dirupo con i rospi che gracidavano e la faccia incollata alla terra umida. Col chiaro di luna e il cielo che sembrava un cuscino coperto di spilli ci vedevo meglio, avrei solo dovuto aspettare il momento propizio per passare quella cazzo di linea. Ma quella notte non mi fu possibile per cui restai vigile e attento ai minimi dettagli perché sono loro che poi ti fottono. Ero pronto anche a morire pur di andarmene.


venerdì 27 aprile 2012

Ilenia Volpe - Radical chic un cazzo



Bigotti, benpensanti, perbenisti e schizzinosi si fermino qui, non ci provino nemmeno, perchè ora si inserisce il cd nello stereo e da qui in avanti saranno rabbia e tremendo realismo le parole d’ordine, frasi schiette e senza il minimo filtro, rovesciate come un travolgente fiume in piena da una ragazza di casa nostracon una voce e uno spirito rock che non si sentiva da troppo tempo....

giovedì 26 aprile 2012

l'arte delle cover e del prenderla poco sul serio...


Premesso che condivido in pieno il pensiero di Blackswan nell'incipt del suo post sul disco di cover dei Counting Crows credo che ci sono cover e cover cioè c'è chi si limita a rileggere con il proprio stile pezzi di altri e c'è invece chi riarrangia completamente il pezzo, magari uscendo anche dalle proprie e consuete sonorità... e soprattutto c'è chi si prende poco sul serio o almeno dà questa impressione e allora riesce a creare qualcosa di godibile e divertente sia da vedere che da ascoltare... i Walk Off the Earth sono un esempio di quello che sto dicendo... canadesi, suonano insieme dal 2006, sono diventati famosi sul web per i loro video, uno su tutti la cover del pezzo pop-tormentone di Gotye, dove oltre a eseguire cover ben riarrangiate si esibiscono in performance carine e divertenti... musica leggera leggera per farci passare qualche minuto con il sorriso...
Cherotto






mercoledì 25 aprile 2012

Hanno tutti ragione



Tony Pagoda è un cantante melodico con tanto passato alle spalle. La sua è stata la scena di un’Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri, e il mondo. È stato tutto molto facile e tutto all’insegna del successo. Ha avuto il talento, i soldi, le donne. E inoltre ha incontrato personaggi straordinari e miserabili, maestri e compagni di strada. Da tutti ha saputo imparare e ora è come se una sfrenata, esuberante saggezza si sprigionasse da lui senza fatica. Ne ha per tutti e, come un Falstaff contemporaneo, svela con comica ebbrezza di cosa è fatta la sostanza degli uomini, di quelli che vincono e di quelli che perdono. Quando la vita comincia a complicarsi, quando la scena muta, Tony Pagoda sa che è venuto il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio. Fa una breve tournée in Brasile e decide di restarci, prima a Rio, poi a Manaus, coronato da una nuova libertà e ossessionato dagli scarafaggi. Ma per Tony Pagoda, picaro senza confini, non è finita. Dopo diciotto anni di umido esilio amazzonico qualcuno è pronto a firmare un assegno stratosferico perché torni in Italia. C’è ancora una vita che lo aspetta. 

La bellezza di " Hanno tutti ragione " risiede nell'imperfezione. Una scrittura sui generis e ricca di neologismi, un massimalismo tracotante, una verbosità che a tratti dilata il ritmo all'inverosimile, una propensione torrenziale alla sentenza, potrebbero trasformare questo libro in un fastidioso guazzabuglio di fesserie. Eppure gli innumerevoli difetti inaspettatamente rendono l'opera prima di Sorrentino bellissima. Perchè è vera, sentita, emozionante e scorretta oltre ogni limite. Onesta,s oprattutto. Come Tony Pagoda, il personaggio che innonda con la sua esuberante presenza queste 320 pagine. Cocainomane, puttaniere, nichilista, cinico, furbo, volgare, infettato da una malsana propensione all'orgasmo del sangue.
Lo si dovrebbe odiare,ma si finisce per venerarlo. Perchè dotato di un'etica forse cialtrona e primordiale ma inoppugnabile, di una visione della vita così disincantata e verace da farti apparire ovvia anche l'intuizione e la riflessione più arguta.Tony ci fa incazzare e ci fa ridere. Spesso, quando meno ce lo aspettiamo, ci commuove alle lacrime. Con una malinconia che ti afferra la gola e non molla la presa. Amicizia, amore, sesso, morte, violenza.E vita, secchiate di vita in piena faccia, che hanno il potere di svegliarci dal torpore delle nostre abitudini (esistenziali e letterarie).
Da non perdere. 


martedì 24 aprile 2012

L’ora cult: Fuori orario


Per proseguire, più o meno volontariamente, nel viaggio dentro al cinema di Scorsese partito da newmoon nel suo post su Hugo Cabret, torniamo indietro nel tempo con le lancette dell’ora cult per un altro (in tutti i sensi) Scorsese.





Fuori orario
(USA 1985)
Titolo originale: After Hours
Regia: Martin Scorsese
Cast: Griffin Dunne, Rosanna Arquette, Linda Fiorentino, Teri Garr, Catherine O’Hara, Verna Bloom, John Heard, Will Patton, Cheech Marin
Genere: tutto in una notte
Se ti piace guarda anche: Collateral, Eyes Wide Shut, Tutto in una notte, Frantic

C’è qualcosa di magico, nella notte. Il sogno prende il sopravvento sulla percezione del reale. Il lato oscuro si impossessa della nostra parte più buona. Il razionale diventa irrazionale.
C’è qualcosa di magico, nei film ambientati di notte, meglio ancora quelli da tutto in una notte. La narrazione si concentra su poche ore nella vita dei personaggi. Poche ore che possono cambiare tutta un’esistenza.
Fuori orario appartiene in pieno ai tutto in una notte, è il pezzo di diamante del genere, però non percorre la strada esistenziale. La nottata folle vissuta dal protagonista è come un sogno. A tratti un bel sogno. A tratti un incubo. Però non ci è dato sapere se gli cambierà davvero la vita. Probabilmente no.


C’è qualcosa di magico, in un film come Fuori orario.
Il protagonista Paul Hackett è un programmatore di computer che decide di passare una serata fuori. Dopo una stancante giornata di lavoro, cosa c’è di meglio di una tranquilla uscita?, deve aver pensato. Purtroppo, o per fortuna, si rivelerà invece la nottata più pazzesca che ha mai vissuto e che, probabilmente, mai vivrà. Una nottata in cui incontrerà non una, non due, non tre, bensì quattro bionde. E ATTENZIONE SPOILERONE non farà sesso con nessuna delle quattro!
A muovere o meglio smuovere il protagonista da una parte all’altra della city, ça va sans dire, è una ragazza. La prima bionda che mette in moto tutto. Una Rosanna Arquette all’apice della sua stupendosità. Da quello che sembrerebbe l’incontro galante preludio di un’altra solita ennesima commedia romantica 80s style, parte invece un’avventura nel cuore della notte che non ha mai fine, che non ha mai fine, che non ha mai fine e Paul Hackett rimane così come intrappolato in un incubo kafkiano da cui non riesce a uscire.


Il meccanismo di ripetizione che si instaura non è un semplice modo per rimpiazzare la mancanza di altre idee. O, almeno, non credo fosse questa l’intenzione dello sceneggiatore qui esordiente Joseph Minion. La ripetizione è un elemento tipico dei sogni, la riformulazione di cose che abbiamo visto e vissuto durante la veglia riproposte in una forma leggermente differente.
La dimensione onirica ci tiene compagnia per tutta la notte, per tutta la visione del film. Con questo non intendo che ci accompagni tra le braccia di Morfeo. Tutt’altro. Fuori orario è un’auto che viaggia fuori giri, a un ritmo indiavolato come quello del taxista pazzo che traghetta il protagonista dalla parte “normale” della New York diurna, fino a quella pazza, assurda e da sogno di Soho. Ricreata da Scorsese attraverso improvvise accelerazioni e zoomate, come una giostra da luna park che parte lenta e poi quando non te ne sei nemmeno accorto viaggia già a una velocità insana e tu a quel punto non puoi scendere. Hai paura. Ti stringi stretto alla maniglia. Sarai sollevato quando tutto sarà finito. Eppure in quel momento non c’è altro posto dove vorresti essere. Quell’adrenalina ti fa sentire vivo e tu scendere non vuoi. Non adesso. Paul Hackett ci accompagna sulla giostra scorsesiana. E nemmeno lui vuole scendere. Non fino a che la notte sia finita. Alla faccia della serata tranquilla. Alla faccia del relax post lavoro.


Vogliamo cercare di dare un’interpretazione sociale a questo film? Vogliamo vederlo come un inno al posto di lavoro come porto sicuro contrapposto all’incognita e ai pericoli dell’avventura nella notte? La routine della vita ordinaria del giorno contro il caos degli incontri sessuali, dei locali punk, della criminalità della notte, per cui provare repulsione eppure venirne attratti come da un’irresistibile forza di attrazione?
Nah, domande troppo razionali e questo film è meglio viverlo come si fa con i sogni. Quando dormi, non stai a chiederti cosa succederà. Ti lasci semplicemente trascinare dentro dagli eventi. Reali o folli che siano. Tutto nei sogni è possibile. Come nei film. Come di notte. Come nei film da tutto in una notte.
(voto 9/10)


lunedì 23 aprile 2012

Viaggiatori nella notte

L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti...

domenica 22 aprile 2012

Warren Zevon


Sicuramente molti di voi avranno avuto modo di ascoltare qualcosa di Warren Zevon; per altri invece il nome suonerà nuovo e magari potrebbe essere interessante sapere alcune cose su di lui.
Queste mie poche righe non vogliono certo essere una recensione musicale dei suoi album (di quelle in giro ne troverete tante e scritte da persone ben più titolate di me); non voglio nemmeno segnalare la sua discografia essenziale, che un buon amante della musica deve assolutamente conoscere (fate un giro in Internet e ascoltate quello che preferite).
Vorrei solo ricordare una persona tranquilla, che nel 1986 intitolava  “A Quiet Normal Life: The Best of Warren Zevon”, la sua prima raccolta di brani.  

sabato 21 aprile 2012

Hugo Cabret



"Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu!"


Complimenti al grande Martin Scorsese. Arrivato ad un’età in cui parecchi suo colleghi rifanno sempre lo stesso film, lui cambia genere, mettendosi in gioco con un’opera completamente differente, un film per famiglie che è anche un tributo al cinema. Risultato, 11 candidature agli Oscar e pubblico ferocemente diviso.


Per quanto mi riguarda, la partita Scorsese l’ha vinta, ed anche alla grande. Ben lontano da essere la sua opera migliore, ci mancherebbe, ma “Hugo Cabret” è una festa per gli occhi e riesce anche ad emozionare. Non mi piace il 3D, devo però ammettere che quella offerta da “Hugo Cabret” è una esperienza visiva davvero particolare. Un affresco ipertecnologico necessario per apprezzare al meglio una favola pensata per i ragazzi, ma forse più adatta agli adulti che non hanno paura, qualche volta, di ritornare bambini. Ma se la storia di Hugo (un bravo Asa Butterfield), orfano che cerca disperatamente di aggiustare l’automa ultimo ricordo del padre perché pensa vi troverà nascosta la ragione della sua solitudine, è a tratti effettivamente un pochino “disneyana”, è nel tributo alla settima arte ed al genio di George Melies (un intenso Ben Kingsley) che il film mostra la sua anima migliore.

Scorsese ama il cinema, e in “Hugo Cabret” omaggia questa splendida arte e colui che fu, all’epoca, uno dei suoi esponenti più visionari.
Noi possiamo decidere di restarne fuori ad osservare il tutto con il consueto disincanto, oppure tuffarci dentro, come Alice quando entra nel paese delle meraviglie.
Se, come chi scrive, optiamo per la seconda strada, finiremo avvolti da una narrazione incantata e poetica, confortante come una calda coperta di lana in queste gelide giornate invernali.


Quando i Lumiere inventarono il cinema, credevano sarebbe presto passato di moda, non pensavano certo di aver dato vita a quella che sarebbe diventata la fabbrica dei nostri sogni.
Celebrandola, Scorsese ci emoziona invitandoci a tenerceli stretti questi sogni e a credere, perché no, nel lieto fine.
“Hugo Cabret” non è certo un film perfetto, ma è un bel regalo che ci fa un grande regista, un dono da guardare non tanto con gli occhi della ragione, quanto con quelli del cuore, come se fosse “l’isola che non c’è, l’isola del tesoro ed il mago di Oz messi insieme”.


Ps. la settimana degli esordi qui sul blog de l'orablù si sta per concludere con una nuova firma che accogliamo volentieri... ci auguriamo di vederla presto qui tra noi, grazie Newmoon



venerdì 20 aprile 2012

Neil Young - Tonight's the night


Rock, rock e ancora rock, distorsioni elettriche che cavalcano sulla pelle, emozioni che corrono a trecento all’ora nelle vene, alcol, droghe e un costante stato di follia emotiva in bilico tra nuovi orizzonti e pesanti ricordi, rabbia, frustrazione, nervi e sudore, potenza e disperazione, tremendi fantasmi e una pellaccia dura come poche segnata da un viaggio dal Canada all’inferno e ritorno. Tutto questo ha un volto e un nome, quelli del “Solitario” Neil Young, e Tonight’s the night è l’album più viscerale, sofferto e oscuro del cowboy di Toronto. Siete pronti alla discesa negli inferi?...

Altri scatti da Non Rompete Le Scatole (in Villa...)


grazie a Riccardo di b-artcontemporary per averci inviati alcuni scatti fatti sabato scorso durante la performance di Giovanna Rossi...