mercoledì 18 aprile 2012

Per scrivere: leggere.

A gennaio, decisissima a riprendere letture costanti, ho iniziato a dar seguito  al mio proposito con Lezioni americane di Calvino, un libro di testo che “dovevo ” leggere, e il dovere, purtroppo, si è fatto sentire sin da subito. Il primo ca pitolo, infatti, fa troppi riferimenti ad opere e autori che non conosco, ad ese mpio Lucrezio e Ovidio e poeti moderni (inglesi?), ma a parte il vago ricordo di qualcosa in Lucrezio e in Ovidio che mi era piaciuto quando preparavo (inutilme nte) l’esame di letteratura latina, io di loro non so nulla che mi aiuti a capir e i riferimenti alle loro opere. Calvino li nomina nel primo capitolo a proposit o della “leggerezza”, perché entrambi parlerebbero in qualche modo di atomi, mat eria e trasformazione. Nel secondo capitolo invece parla della “rapidità”, ed io ho cominciato lentamente a dimenticare il mio “dovere” di leggere e di capire,  perché Calvino cita esempi di prosa nei quali io riesco a riconoscermi meglio, i nfatti anch’io scrivo in prosa: e quell’inizio di comprensione mi ha aiutata a t rasformare questa lettura in un piacere. E  quando Calvino precisa che preferire un’esposizione “rapida” non significa che le digressioni non siano utili o nece ssarie, io mi sono sentita addirittura in pace con me stessa. Anche se nel mio c aso io parlerei più di “divagazioni fuorvianti”. Ma è poi vero? O è solo una mia impressione?
 
Le sei lezioni americane, Calvino le scrisse come sei conferenze (che doveva ten ere in America, appunto) su sei proposte per il nuovo millennio, ovvero proposte di mantenere nel nuovo millennio alcuni elementi della letteratura che a suo av viso sono fondamentali per scrivere, per fare letteratura, perciò cita molti aut ori del passato o a lui contemporanei che secondo lui hanno saputo sfruttare e r appresentare questi elementi. Io, come ho detto, della leggerezza opposta a (ma  anche un po’ affiancata da) pesantezza all’inizio non avevo capito molto. Per il resto del saggio ho cercato nel mio modo di scrivere un esempio di quanto dice  Calvino, perché ricondurre una lettura a qualcosa di noto è sempre utile per cap ire, ma per “leggerezza” non riuscivo a capire cosa intendesse: di contenuti? di forma? di termini? Avevo perciò deciso di rileggere l’inizio alla luce del rest o dell’opera.
Un motivo per il quale potrei abbandonare una lettura, infatti, è non riuscire a d entrare nello stile e nell’argomento al punto da capire. Molte volte, solo giu nta con tenacia un po’ più avanti, sono riuscita finalmente a capire il ritmo di un’opera, chiamiamolo così, come quando sentiamo una musica dalla melodia fuori dal comune, e alziamo il volume convinti che sia questo che ci impedisce di aff errarla, e invece è proprio il ritmo inusuale che ci confonde; dobbiamo riascolt arla più volte, finché anche lei non entra nel repertorio del conosciuto, ci div iene familiare, e possiamo capire se ci piace o no. Altre volte, io nemmeno così capisco.
A partire dal capitolo di Lezioni americane che parla della “rapidità” (il secon do), io ho ritrovato il Calvino piacevole e fluido che conoscevo, e sono riuscit a a seguire il suo discorso anche quando è tornato ad esempi letterari a me scon osciuti. Rileggendo allora il primo capitolo, ho pensato che, forse, Calvino int endesse con “leggerezza” l’assenza di una propria interpretazione nelle cose di  cui si racconta, quindi la semplice descrizione e, come dice esplicitamente, la  “precisione e la determinazione”, opposte alla vaghezza che invece, e solo se ho capito bene, determina pesantezza  per incomprensione.

Ma i capitoli più utili a me sono stati i successivi.
Io devo scrivere un racconto. Breve. Nel secondo capitolo sulla rapidità Calvino usa come esempio le fiabe. Le fiabe mi piacciono. Quando preparai l’esame di li nguistica italiana, dovevo portare due argomenti a piacere ed io scelsi la lingu a delle fiabe e la lingua della burocrazia. Delle fiabe mi affascinano anche i m eccanismi e i personaggi, soprattutto dopo un confronto che avevamo fatto in let teratura fra l’eroe di una fiaba che compie il suo percorso di formazione e i du e viaggi di Renzo dei Promessi sposi a Milano, simili ma diversi in quanto a esp erienze e insegnamenti. Del linguaggio burocratico mi affascinano i giri di paro le lunghissimi che, tradotti in italiano, si riducono a poche semplici parole, e il mio primo approccio con il burocratese fu proprio attraverso un articolo di  Calvino, che negli anni Sessanta coniò per lui il nome “antilingua”, e naturalme nte sono d’accordo con Calvino, che il burocratese non è una vera lingua ma l’op posto della lingua, e porta perciò all’opposto della comunicazione. Però mentre  leggevo sulla rapidità, ovvero sul susseguirsi delle scene di un racconto senza  troppo divagare che è tipico delle fiabe, io pensavo anche all’effetto comico (i n quanto rallentante) del burocratese nel bel mezzo della descrizione incalzante di una scena fiabesca, o ad un suo eventuale ruolo di ostacolo al percorso dell ’eroe.
Poi ho pensato che io il racconto che devo scrivere lo preparo tutti i giorni co l mio blog: ho un contesto abbastanza curioso eppure ben definito, ho i personag gi, devo solo scegliere la scena fra le tante che voglio raccontare; il ritmo in calzante è uno di quelli che uso nel mio blog, benché io eccella nelle divagazio ni che non portano a nulla (o è ancora una volta la mia impressione?); ho anche  pensato che il protagonista del racconto potrebbe essere uno spirito sfigato, di cui racconto in terza persona.
L’incipit che ho annotato a matita sul libro, appena l’ho pensato è: “Da quando era morto, aveva perso tutte le sue certezze.” Più rapido di così!


Nel terzo capitolo (quindi per la terza conferenza), Calvino parla dell’esattezz a. Questa è semplice da capire, perché si ricollega alla struttura che si vuole  dare ad uno scritto, alle varie correzioni sia della forma che, ad esempio, dell e scelte lessicali, che fanno parte del processo di avvicinamento a quello che s i vuole scrivere.

La visibilità invece è il rapporto tra ciò che scriviamo e l’immagine mentale: u na sorta di dare e avere, perché prima è l’immagine che da il via alla scrittura , successivamente è la scrittura che stimola nuove immagini che, a loro volta, m andano avanti la scrittura. Così come la fame vien mangiando, anche la scrittura vien scrivendo, e si crea da sola solo mentre scriviamo: in astratto funziona s olo il la, tutte le altre note sono prodotte dalla trascrizione di quella prima, non da una musica non ancora scritta. Ma allo stesso tempo, per Calvino è impor tante “pensare per immagini” e imparare a definirle e descriverle, soprattutto o ra che siamo bombardati da immagini (era il 1985, quindi oggi vale molto di più) : la “visibilità” consiste quindi nell’essere in grado di rappresentare e isolar e un’immagine con le parole.

Per la molteplicità vengono citati molti autori (credo dell’Ottocento, o già del Novecento?) che iniziarono opere enciclopediche in forma di romanzo, cercando d i metterci dentro tutto ciò che era conosciuto e spesso lasciando il romanzo inc ompiuto. La molteplicità di un’opera letteraria è importante, secondo Calvino, p erché la vita stessa è molteplice e include una pluralità di cose, luoghi e pers one, nella vita di uno solo. Molteplicità però non significa confusione o generi cità, ma anzi deve rientrare in precise regole entro le quali comunque il ventag lio di possibilità è vasto. Sembra quasi che per Calvino iniziare un romanzo fic candoci dentro un po’ di tutto, e ad un certo punto perdersi e non sapere più do ve si voleva andare a parare e addirittura lasciarlo incompiuto (ma come capolav oro, non come fallimento) sia vera letteratura. Questo mi consolerebbe, quando i o non mi ricordo più che minchia volevo dire in un post, e penso di cancellarlo, se non ci fosse quella precisazione che io, furba, vi ho messo fra parentesi, o ssia che il romanzo incompiuto deve essere ciononostante un capolavoro, insomma  non basta che non porti a nulla e che non sia finito, va bene?

Infine c’è un capitolo intitolato “cominciare e finire”, che è messo come append ice del saggio perché era stato pensato da Calvino come introduzione al ciclo di conferenze, e poi da lui stesso escluso, mentre manca la sesta lezione (tale “c onsistency”), che avrebbe compreso, dicono, anche parti di questa prima lezione  poi scartata. Calvino è morto allora, perciò nella raccolta manca questa parte. Quest’ultimo capitolo però mi ha dato altre idee, perché tratta di incipit e fin ali, le due parti più importanti di uno scritto, anche se solo la prima può acqu istare fama (anche perché esistono romanzi incompiuti, ma romanzi senza inizio m i pare proprio di no). L’incipit è importante perché ci introduce nella storia,  che può essere vera o no, ma rappresenta comunque un altro mondo in cui stiamo e ntrando. Il tipo di incipit a quanto pare ha seguito le mode dei vari periodi, f ino all’epoca moderna (almeno rispetto a quando scrive Calvino), quando si diffo nde l’inizio in media res, ossia nel bel mezzo dello svolgersi dei fatti o di un dialogo, senza preambolo descrittivo o di presentazione dei personaggi, dei luo ghi o delle vicende, come succede invece nei Promessi sposi in cui entriamo quas i in elicottero, e abbiamo la descrizione del ramo del lago di Como eccetera dal l’alto (questa dell’elicottero non credo di averla inventata io, ma nemmeno Calv ino in questo libro). Ci può essere anche una cornice, esterna all’opera in sé,  ma dalla quale l’opera prende avvio, come nel caso del Decameron. I vari esempi di incipit mi sono piaciuti molto e sulla loro scia, e seguendo an che la mia predilezione per la fiaba, mi sono inventata un altro incipit per il  mio racconto (anche in questo caso per incipit intendo la prima frase, ma l’inci pit è in realtà la prima “scena” di un romanzo, espressa in righe o in pagine),  che ho subito annotato al margine della pagina: “Come quell’altra, anche questa storia comincia con…”


Come inizio mi piace perché rimanda a qualcosa che c’è già stato, che è stato gi à raccontato, che è già noto all’ascoltatore (perché le fiabe nascono come racco nto orale), ma che non viene precisato, lasciando mistero e curiosità dietro di  sé. E anche un po’ davanti a sé, come apripista misterioso per l’ascoltatore del la storia che racconterò.
Fra i contenuti che mi son venuti in mente per il mio racconto breve, non ce n’è uno che sia preciso, ma ci si potrebbero mettere pochi personaggi chiave, un pe rcorso da fare (qualcosa da cercare? o da capire?), ostacoli nel mezzo e un fina le inaspettato. Proprio come nelle fiabe. Altro elemento delle fiabe che mi affa scina è la ripetitività di gesti o parole, che per i bambini sono l’ideale, perc hé loro apprezzano i ritmi che si ripetono, ma è stato un adulto a suggerirmi qu alcosa: il Nonno da giorni prende le sue monetine dalla tasca, le fissa, forse l e conta, poi le mette sul tavolo e dice “toh se ti servono, a me non mi servono” . Dopo un po’ (la sera o il giorno dopo), cerca le monetine nella tasca e non le trova, chiede dove son finite, e qualcuno (di solito la persona a cui le ha reg alate) gliele restituisce dicendo “guarda, sono qui”. E la scena si ripete ogni  giorno. Ora, mentre scrivo, è successo a me: ho ricevuto le monete con la frase  magica “toh se ti servono, a me non mi servono” e mi aspetto che domani mi chied a se le ho viste perché non le trova.
A me sembra un rito da fiaba, di quelli che danno il via alle peripezie dell’ero e, le quali porteranno alla risoluzione del mistero delle monete. Chi è quel vec chio che appare in sonno e offre monete che il giorno dopo ci sono e il giorno d opo ancora non ci sono più, ma la seconda notte il vecchio appare ancora in sonn o e chiede indietro le sue monete? E le monete dove vanno a finire? E qui inizia il viaggio dell’eroe. Vedete che il filo di un racconto sta già venendo fuori?

Bene, nella mia difficoltà ad esser breve quando scrivo, ho pensato anche che po trei scrivere il mio racconto immaginando di raccontarlo a voce alta: quando si  parla per raccontare qualcosa si tende a dire l’essenziale (rapidità) e a dirlo  in maniera accattivante e stimolante (visibilità), a metterci dentro quante più  cose in cui può rivedersi l’ascoltatore (molteplicità), senza aggiungere nulla d ella nostra interpretazione che possa confonderlo e fargli perdere il filo della comprensione (leggerezza), e siccome non possiamo perder tempo a ripetere per s piegare meglio e per farci capire, perché rischiamo di annoiare l’ascoltatore e  di fargli perdere interesse al racconto, sarà bene che scegliamo le parole giust e, non necessariamente le più semplici, ma semmai quelle più appropriate (esatte zza). Il modo in cui iniziamo il racconto è importante per ancorare l’attenzione dell’ascoltatore, e il modo in cui lo concludiamo è importante per lasciargli u n buon ricordo e chissà, forse, anche un insegnamento per sé.

(questo è quello che ho capito io, Elle, di: Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio di I. Calvino)


un grazie infinito a Elle che con questo post segna l'inizio della collaborazione con L'Orablù

9 commenti:

Vaty ♪ ha detto...

Bhè, ELLE e' un nome una GARANZIA. Io che sono sua fan, da oggi inizierò a seguire anche voi!
molta bella questa iniziativa, complimenti.
vaty

Elle ha detto...

CheRotto grazie a te, alla prossima :)

Vaty fan va bene, ma senza striscioni te prego! Meglio i pasticcini per il tè.

Mary ha detto...

Anche io come Vaty sono una grande fan di Elle, mi piace intervistarla e farle domande che la mettono in difficoltà..tralasciando questa premessa..davvero un bel post. Per esempio a me le tue divagazioni piacciono, a volte perdo il filo, ma riesco sempre a ritrovarlo ;) Mi piacciono le descrizioni in genere, perchè quando leggo mi piace sentirmi dentro ad una storia, quindi più dettagli ci sono, meglio è. Brava Elle ! Grazie !

francesca ha detto...

Ciao,
io non conosco Elle,non conosco CheRotto,ma mi fido di Black ed.. eccomi qua...premetto però che,se inizia a parlare di musica,mi... "scancello" dal blog ;)
Black,scherzo, lo sai che sei il mio unico informatore musicale preferito.
Francesca

P.S. leggerò volentieri il post con calma,di solito divoro i libri e leggo anche molto. Stranamente ho un'avversione per quanto di lungo c'è scritto nel web, è un limite che,lo dico sul serio,faccio fatica a superare.

Elle ha detto...

Grazie Mary, ecco, se le divagazioni portano a qualcosa è sempre meglio, lo dice anche Calvino, eh! Diciamo che se alla fine della divagazione il lettore dice: "ah ecco perché!" è meglio di "mm.. e quindi?" ;)

Francesca ciao, puoi leggere un paragrafo per volta: se li leggi in ordine, uno alla settimana vale come leggere tutto d'un fiato ;)
Io oramai mi conosco e mi sopporto, però quando devo rileggere quello che scrivo mi vengono i sudori freddi.

CheRotto ha detto...

Francesca... se ti fidi di Black siamo a posto... ;-)
seguici vedrai che i temi saranno diversi, o almeno le intenzioni sono queste... alla prossima

rosalba ha detto...

brava elle bella iniziativa interessante,non ho mai dubitato della tua bravura e seguirti e' sempre piacevole ciao

Alligatore ha detto...

Mi sono preso del tempo per leggere questo tuo intervento "critico" Elle, ho fatto bene, perchè devo dire che ci sono un sacco di spunti sui quali riflettere. Chissà che blog avrebbe Calvino, oggi, che siamo "bombardati" non solo da immagini, ma anche dalle parole...
p.s. come sia fa a fidarsi di Blakswain?

Elle ha detto...

Grazie Alba gentile come sempre. L'iniziativa ha interessato subito anche me! :)

Alli il tuo ps è criptico, lo lascio da parte, e passo al blog di Calvino: mi avrebbe fra i suoi lettori fissi, forse anche fra i commentatori curiosi; e il libro offre davvero tanti spunti per chi vuole scrivere opere di fantasia ma, credo, anche qualsiasi altro scritto: basta saper estrapolare l'informazione giusta ;)