venerdì 1 giugno 2012
Estarte
In contemporanea prosegue DIPINGERE NELL'ATELIER - IN GIARDINO, la versione estiva del laboratorio di pittura aperto a piccoli e grandi, alla scoperta di nuove forme e nuove esperienze artistiche.
La differenza c'è,
ma che differenza fa?
"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso
che dobbiamo guardare le cose sempre ad angolazioni diverse"
L'attimo fuggente
La differenza c'è, ma che differenza fa?
Laboratori sperimentali di avvicinamento tra la realtà della disabilità e del mondo dell'infanzia.
Il progetto, che ha avuto una durata di cinque mesi, è stato concepito dagli asili nido bilingue La pulce Giorgia e l'ape Gaia (via Garibaldi e via Leopardi) di Bollate e dalla Cooperativa Sociale Duepuntiacapo di Paderno Dugnano, con la collaborazione de l'Associazione Culturale L'Orablù.
La presentazione, aperta a tutti, avverrà sabato 9 giugno 2012 alle ore 10,30 presso la sala multifunzionale di Palazzo Seccoborella, Biblioteca Comunale, Piazza C.A. Dalla Chiesa di Bollate, dove sarà allestita una vera e propria mostra fotografica e una proiezione video che testimonieranno lo sviluppo del progetto, già iniziato nell'anno scolastico scorso.
Alla presentazione prenderanno parte responsabili, educatori, pedagogisti e coordinatori delle strutture, oltre che ai veri protagonisti del progetto stesso (bimbi e ragazzi).
Vi aspettiamo.
giovedì 31 maggio 2012
L'allarmismo paranoico dell'Apprendista Mago
L'Apprendista Mago uscì di corsa, il viso stravolto dall'urgenza e in testa un unico pensiero: salvare il mondo dalla distruzione. Poteva sembrare allarmismo puro, ma il Libro Magico aveva parlato chiaro: il Principe del Bene stava per essere ucciso e l'Apprendista Mago doveva assolutamente impedirlo. Sulle prime, a dir la verità, quando il Libro Magico gli aveva mostrato il futuro, l'Apprendista Mago aveva pensato subito: roba da film. Ma lentamente tutti i pezzi erano andati al loro posto e gli avvenimenti dei giorni precedenti gli avevano permesso di confermare quell'unica verità: il Principe del Bene stava per essere ucciso in un complotto che avrebbe permesso al Male di prendere possesso del mondo, e questo sarebbe equivalso alla fine del mondo stesso. L'Apprendista Mago doveva assolutamente impedirlo!
mercoledì 30 maggio 2012
Un giorno questo dolore ti sarà utile
"È vero cosa?” ha chiesto. “Che sono disturbato”. Pensavo al significato di questa parola, e che cosa volesse dire veramente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film, o dalla foresta vergine che brucia… O dalla guerra in Iraq.”
Con alcuni libri succede. Te li ritrovi in mano alla fine del tuo giretto tra gli scaffali della libreria, o nel tuo cestino virtuale nella tua libreria on-line. E solo una volta a casa prendi coscienza che non hai la minima idea del perché tu abbia fatto quell’acquisto. Leggi il titolo e ti rendi conto che non è il momento, forse, di iniziare una lettura così. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Immaginavo di trovarmi sepolta sotto un mare di disastri, tra quelle righe. Problemi, ostacoli, impedimenti e tormenti per il nostro protagonista iper analitico. Una lettura del genere presuppone, per il lettore che si appresta a cimentarsi nell’impresa della lettura, uno stato d’animo placido. Privo di quegli scossoni emotivi che, ahimé, nel mio caso erano più che presenti. Quindi da ottobre questo libro è stato a gurdare il flusso dei miei giorni dal ripiano più alto della mia libreria. Mi sono decisa a leggerlo solo prima di natale. L’ho infilato in valigia insieme ad altri due libri. Due letture “leggere” e senza strazi. Che compensassero la pesantezza di queste duecentoseipagine.
Ed è stato adorabile scoprire, con disappunto e meraviglia, che i miei erano solo pregiudizi infondati.
James, il protagonista, è uno di quei ragazzi che avrei tanto voluto conoscere. Anima sensibile e fragile, nascosta dietro ad un sarcasmo brillante e ad una pungente ironia.
Si racconta di lui, questo giovanissimo newyorkese, e delle disavventure appena accennate di una famiglia che Cameron ci svela piano piano, con la spontaneità di un respiro, man mano che gli altri personaggi inciampano sui giorni del protagonista. Nessun dramma, solo le sofferte- a tratti – elucubrazioni mentali di un giovane ragazzo parecchio sensibile e intelligente, taciturno e solitario, che preferisce star solo piuttosto che ritrovarsi tra persone con le quali non condivide neanche gli starnuti. E in una società che rifugge la solitudine come un male mortale, non stupisce che venga considerato disadattato e disturbato.
Lo stile di questa meraviglia di libro è ben calibrato. I periodi sono brevi, concisi, diretti. Cameron arriva dritto al punto, stimolando il lettore. La qualità e lo spessore sono discrete, e la proprietà di linguaggio è notevole. Un romanzo equilibrato fin dal primo capitolo. Le descrizioni delle persone, degli oggetti, dei paesaggi sono tutte molto ben calibrate. Non eccedono nel dettaglio e non sono troppo generiche. Lo scrittore è come se abbozzasse un disegno, facendoti intravedere i contorni e le sfumature, ma lasciando all’immaginazione di chi legge riempire i contorni e scegliere i colori. Fa pensare ad un quadro in via di lavorazione. Quel work’n progress che ti fa avere voglia di girare pagina per scoprire come prenderà forma l’opera. E facendo nascere comunque anche la necessità di appoggiare sul comodino il libro per metabolizzare i pensieri dei personaggi e per aprire google alla ricerca di informazioni per gli input lanciati da chi scrive.
Anche i flashback sono disseminati tra le pagine alla perfezione, e rendono lineare il racconto grazie all’espediente della data a inizio di ogni capitolo. Una sorta di romanzo epistolare che ci fa entrare subito in intimità con il protagonista della storia, che ci parla con una schiettezza notevole, come fossimo custodi di un grande segreto. Lui, silenzioso e riservato, fragile e spaurito, che usa il sarcasmo come spada verso un mondo e una società che sente ostile, al giro di boa della sua crescita, che si pone verso il lettore con disarmante onestà. Anche a rischio di sembrare presuntuoso. Cameron riesce nell’impresa di creare la catarsi. E come prima prova per uno scrittore direi che ci siamo e come. Solo una parola da dire: APPLAUSI.
Harley Queen
Ps. Grazie mille Harley Queen e benvenuta fra le firme che compongono questo blog.
Con alcuni libri succede. Te li ritrovi in mano alla fine del tuo giretto tra gli scaffali della libreria, o nel tuo cestino virtuale nella tua libreria on-line. E solo una volta a casa prendi coscienza che non hai la minima idea del perché tu abbia fatto quell’acquisto. Leggi il titolo e ti rendi conto che non è il momento, forse, di iniziare una lettura così. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Immaginavo di trovarmi sepolta sotto un mare di disastri, tra quelle righe. Problemi, ostacoli, impedimenti e tormenti per il nostro protagonista iper analitico. Una lettura del genere presuppone, per il lettore che si appresta a cimentarsi nell’impresa della lettura, uno stato d’animo placido. Privo di quegli scossoni emotivi che, ahimé, nel mio caso erano più che presenti. Quindi da ottobre questo libro è stato a gurdare il flusso dei miei giorni dal ripiano più alto della mia libreria. Mi sono decisa a leggerlo solo prima di natale. L’ho infilato in valigia insieme ad altri due libri. Due letture “leggere” e senza strazi. Che compensassero la pesantezza di queste duecentoseipagine.
Ed è stato adorabile scoprire, con disappunto e meraviglia, che i miei erano solo pregiudizi infondati.
James, il protagonista, è uno di quei ragazzi che avrei tanto voluto conoscere. Anima sensibile e fragile, nascosta dietro ad un sarcasmo brillante e ad una pungente ironia.
Si racconta di lui, questo giovanissimo newyorkese, e delle disavventure appena accennate di una famiglia che Cameron ci svela piano piano, con la spontaneità di un respiro, man mano che gli altri personaggi inciampano sui giorni del protagonista. Nessun dramma, solo le sofferte- a tratti – elucubrazioni mentali di un giovane ragazzo parecchio sensibile e intelligente, taciturno e solitario, che preferisce star solo piuttosto che ritrovarsi tra persone con le quali non condivide neanche gli starnuti. E in una società che rifugge la solitudine come un male mortale, non stupisce che venga considerato disadattato e disturbato.
Lo stile di questa meraviglia di libro è ben calibrato. I periodi sono brevi, concisi, diretti. Cameron arriva dritto al punto, stimolando il lettore. La qualità e lo spessore sono discrete, e la proprietà di linguaggio è notevole. Un romanzo equilibrato fin dal primo capitolo. Le descrizioni delle persone, degli oggetti, dei paesaggi sono tutte molto ben calibrate. Non eccedono nel dettaglio e non sono troppo generiche. Lo scrittore è come se abbozzasse un disegno, facendoti intravedere i contorni e le sfumature, ma lasciando all’immaginazione di chi legge riempire i contorni e scegliere i colori. Fa pensare ad un quadro in via di lavorazione. Quel work’n progress che ti fa avere voglia di girare pagina per scoprire come prenderà forma l’opera. E facendo nascere comunque anche la necessità di appoggiare sul comodino il libro per metabolizzare i pensieri dei personaggi e per aprire google alla ricerca di informazioni per gli input lanciati da chi scrive.
Anche i flashback sono disseminati tra le pagine alla perfezione, e rendono lineare il racconto grazie all’espediente della data a inizio di ogni capitolo. Una sorta di romanzo epistolare che ci fa entrare subito in intimità con il protagonista della storia, che ci parla con una schiettezza notevole, come fossimo custodi di un grande segreto. Lui, silenzioso e riservato, fragile e spaurito, che usa il sarcasmo come spada verso un mondo e una società che sente ostile, al giro di boa della sua crescita, che si pone verso il lettore con disarmante onestà. Anche a rischio di sembrare presuntuoso. Cameron riesce nell’impresa di creare la catarsi. E come prima prova per uno scrittore direi che ci siamo e come. Solo una parola da dire: APPLAUSI.
Harley Queen
Ps. Grazie mille Harley Queen e benvenuta fra le firme che compongono questo blog.
martedì 29 maggio 2012
The Faculty
The Faculty
(USA 1998)
Regia: Robert
Rodriguez
Cast: Elijah Wood,
Josh Hartnett, Jordana Brewster, Clea DuVall, Laura Harris, Shawn
Hatosy, Robert Patrick, Famke Janssen, Salma Hayek, Bebe Neuwirth,
Piper Laurie, Christopher McDonald, Usher Raymond, Jon Stewart, Jon
Abrahams, Summer Phoenix, Danny Masterson
Genere: invasione
aliena
Se ti piace guarda
anche: Mars Attacks!, L’invasione degli ultracorpi, La guerra
dei mondi, Super 8, Scream
Ispirato al classico
fordiano L’invasione degli ultracorpi, The Faculty è una rielaborazione
divertita del tema “invasione aliena” in perfetto stile Kevin
Williamson.
Dopo aver destrutturato
ma più che altro preso per il culo il genere horror con Scream e
dopo aver riletto in chiave personale il filone teen con la serie
Dawson’s Creek, nel 1998 gli viene affidato il compito di rivedere
e correggere alla sua maniera addirittura il genere fantascientifico.
Anche qui, così come in
Scream, i protagonisti vivono l’invasione aliena in maniera
post-moderna, tenendo ben presente le regole imparate dalle pellicole
cinematografiche, il citato L’invasione degli ultracorpi in primis.
Ma i riferimenti vanno anche al romanzo Il terrore della sesta Luna,
a La cosa di John Carpenter, a E.T. ai Men in Black e quant’altro
arrivando persino alla Bibbia. Un menù Gran Gourmet servito in
tavola dallo chef Williamson con la sua solita abbondante dose di
ironia.
Il tutto è poi guarnito
da una colonna sonora troppo ’90, davvero troppo ‘90, con
Garbage, Offspring, Creed e addirittura titoli di coda con un pezzo
degli Oasis.
Con una sceneggiatura citazionista del genere servita su un piatto d’argento, uno come Robert Rodriguez s’è divertito un mondo a trasformare le parole di Kevin Williamson in immagini e ad aggiungere la sua piccante dose di salsa messicana.
Per prima cosa,
l’amichetto intimo di Q.T. (per rispetto, ho deciso che d’ora
innanzi chiamerò Quentin Tarantino solo con le iniziali) si è
scelto un cast pure questo un sacco 90s e soprattutto un sacco
variegato: Elijah Wood, futuro Frodo qui per la prima volta chiamato
a salvare i destini del mondo, la fighetta fast & furious Jordana
Brewster, la dark-goth pre-emo Clea DuVall, la M.I.L.F. Famke
Janssen, la sua amichetta latina Salma Hayek (purtroppo neanche
lontanamente caliente come in Dal tramonto all’alba), la biondina
ambigua Laura Harris, il quarterback intellettualoide Shawn Hatosy,
Robert Patrick (reduce da X-Files e Terminator 2), nei panni di un
allenatore di football severissimo che verrà parodiato in maniera
esilarante in Non è un’altra stupida commedia americana.
Non è mica finita: ci
sono pure la sempre inquietante Piper Laurie recuperata da Twin Peaks
e Carrie - Sguardo di Satana, il cantante R&B Usher, persino il
conduttore tv Jon Stewart e poi Josh Hartnett.
Josh Hartnett è uno dei
più grandi misteri recenti di Hollywood. Ha fatto il filmetto horror
sequel ideale per iniziare a farsi conoscere, Halloween 20 anni dopo,
ha interpretato il tipo più figo del mondo per eccellenza ovvero
Trip Fontaine ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola,
ha fatto la marketta nel blockbusterone di turno, Pearl Harbor, la
commedia giusta per rivelare la sua versatilità anche in campo
comedy, ovvero il sempre divertente 40 giorni & 40 notti, è
tornato con Rodriguez per Sin City, ha fatto uno pseudo-cult
criminale come Slevin, un thriller sottovalutato come Appuntamento a
Wicker Park e poi una puntata dritta nel cinema d’autore, con Black
Dahlia di Brian de Palma, sul cui set ha pure conosciuto Scarlett
Johansson, con cui ha vissuto una breve quanto paparazzata e glamour
liaison. Insomma, è figo, è bravo, recita con i registi giusti e
finisce su tutti i magazine mondiali. E poi?
Poi gira 30 giorni di
buio e sulla sua carriera cala letteralmente il buio. Non solo per 30
giorni.
Colpa di una serie di
scelte poco fortunate, o magari di un pessimo agente che gli
consiglia i film sbagliati, ma il buon Josh Hartnett negli ultimi
tempi si è visto davvero poco e solo in robe del tutto evitabili con
titoli come Stuck Between Stations e Bunraku (?!?).
Josh, come ti sei ridotto
in questo stato?
Misteri di Hollywood…
Ritornando alla misteriosa invasione aliena di questo The Faculty, dicevamo di quanto Robert Rodriguez si dev’essere divertito a girarlo, con un entusiasmo contagioso e godurioso che è riuscito a trasmettere anche alla pellicola.
The Faculty è un
ultracorpo che visto oggi appare così 90s e proprio per questo lo si
guarda con un filo di nostalgia. Quando una volta guardavi i film
anni ‘80 pensavi: “Cazzo, quanto sono anni ’80!”, adesso
capita che guardi una pellicola come The Faculty e pensi: “Cazzo,
che film anni ’90!”.
Ti rendi così conto che
il tempo passa, le invasioni aliene pure, ma il divertimento resta. E
quello regalato da un film come The Faculty è rimasto (quasi) del
tutto intatto.
(voto 7+/10)
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Cannibal Kid,
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