martedì 17 aprile 2012

Battle Chicken Royale


Battle Royale
(Giappone 2000)
Titolo originale: Batoru rowaiaru
Regia: Kinji Fukasaku
Cast: Tatsuya Fujiwara, Aki Maeda, Takeshi Kitano, Chiaki Kuriyama, Taro Yamamoto, Kou Shibasaki, Masanobu Ando
Genere: ammazzatutti
Se ti piace guarda anche: The Hunger Games, Arena, Battle Royale II: Requiem

“È da tanto tempo che io non riesco a fidarmi degli adulti.”

Ci sono film che riescono a catturare alla perfezione lo spirito dei tempi.
Battle Royale è uno di questi.
A dirla tutta, tutto parte con l’omonimo romanzo scandalo di Koushun Takami, uscito in Giappone nel 1999 con grande scalpore e in grado di generare poi anche un popolare manga e due film. Il primo dei quali è questa pietra miliare, uscito in varie versioni, alcune parecchio censurate vista la natura molto splatter di numerose scene.

Cos’ha di così figo Battle Royale?
In pratica è come un reality-show, solo un po’ (un po’ tanto) estremizzato fino alle massime conseguenze. Guardando il Grande Fratello o L’isola dei famosi (per quanto vi possiate vergognare, ammettelo di averli visti almeno una volta!) vi siete mai chiesti cosa succederebbe se i concorrenti portassero la competizione un filo più in là rispetto alla consueta sequela di strategie, bugie, alleanze, amorucoli e sotterfugi messi in atto?
Vi siete mai chiesti insomma cosa capiterebbe se uno dei personaggi si mettesse a uccidere gli altri?
È da uno spunto del genere che (forse) dev’essere partita l’idea di Battle Royale, diventato poi spunto e punto di riferimento neanche tanto velato di Hunger Games, romanzo diventato la pellicola super campione di super incassi dell’anno negli Usa e a breve in arrivo anche da noi.


Ambientato in un Giappone sottoposto a un regime totalitario immaginario, ma in cui è possibile intravedere echi del fascismo giapponese, una classe di terza media sorteggiata a caso tra tutte quelle del paese viene spedito, senza possibilità di replica, su un’isola. In quest’isola, tutti gli studenti sono costretti a scannarsi a vicenda fino a che non ne rimarrà soltanto uno. Come in Highlander.
L’unico studente che si salverà tornerà alla sua vita normale, potrà andare al liceo, sposarsi, avere figli che rischieranno di partecipare a una futura Battle Royale e si porterà questo piacevole ricordo per sempre dentro il suo cuore. Tutti gli altri moriranno. E se non si uccideranno a vicenda in questo gioco al massacro per la sopravvivenza, un congegno stretto intorno al loro collo li farà saltare per aria.
Perché, tutto questo?

Domanda che potremmo fare anche per quanto riguarda i reality-show. Perché esistono? Perché è nato Survivor, generando poi tutte le isole dei famosi e altre cazzate varie?
Belle domande.
Perché la vita in fondo altro non è che una lotta per la sopravvivenza, tanto per gli uomini quanto per gli altri animali. E questo “gioco”, come spiega un perfido Takeshi Kitano nel film, è la maniera migliore che gli adulti hanno deciso di impartire come lezione alle nuove generazioni.
Battle Royale ci mette davanti a una riflessione spinta al limite sui meccanismi di educazione, in maniera non troppo distante anche dal greco Kynodontas, così come sul contrasto tra vecchie e nuove generazioni. Inoltre, spinge a chiedersi cosa saremmo disposti a fare pur di sopravvivere. Domande del tipo: “Per sopravvivere, arriveresti a uccidere il tuo compagno di banco o persino il tuo migliore amico?”.
Facile capire perché un romanzo poi un manga poi un film del genere abbia creato tante polemiche.
Una storiona di quelle potenti e pazzesche ancora oggi a più di una decina d’anni di distanza dalla sua uscita.

Anche da un punto di vista cinematografico, Battle Royale è una pellicola di ottimo livello. Il regista Kinji Fukasaku, purtroppo scomparso nel corso delle riprese del non memorabile sequel del film, sa il fatto suo e sa dosare a dovere la violenza che esplode in scene ben più che splatter, con momenti dolci e delicati. La vecchia tecnica della carezza in un pugno. Notevole in proposito l’uso delle musiche. Anziché utilizzare, chessò, pezzi metal o techno per le scene più violente e concitate, Fukasaku propone brani di musica classica, creando un forte quanto efficace effetto di contrasto. Dolcezza VS violenza. Bambini VS adulti. Amore VS follia. Il contrasto: il grande punto di forza della riuscita di questo adattamento cinematografico.
Se proprio vogliamo trovare un limite al film, è quello di presentare troppi personaggi, troppe storie, risultando a tratti un po’ confuso. È qui che invece sta l’arma vincente escogitata da Suzanne Collins, l’autrice di Hunger Games, dove abbiamo una storia survival analoga, ma vista attraverso il punto di vista di una protagonista principale: la ragazza cacciatrice Katniss, un personaggione della Madonna, tra l’altro. Non che in Battle Royale non emergano comunque un paio di protagonisti, che infatti ci regalano i momenti emotivante più intensi di una visione che non è solo sangue sangue sangue e morte morte morte come si potrebbe immaginare. È molto di più.


La vita è un gioco. Battle Royale spinge questo assunto alle sue estreme conseguenze. Siete pronti ad affrontarle? Il consiglio è quello di recuperare, se non l’avete ancora fatto, questo cult nipponico assoluto. Perché ci sono pochi film in grado di catturare alla perfezione lo spirito dei tempi.
Battle Royale è uno di questi.
(voto 8/10)


È con enorme piacere che ospitiamo per la prima volta il ragazzo cannibale con una sua recensione inedita che inaugura la nostra sezione L'Ora Cult...

lunedì 16 aprile 2012

Siamo riusciti a non rompere le scatole...


conclusa la due giorni di Non Rompete le Scatole (in Villa..) ed ennesimo riscontro positivo verso le iniziative della nostra associazione. Questa volta però non eravamo da soli per cui ne approfittiamo per ringraziare Adriano Pasquali (Piscina Comunale - Spazio d'arte in copisteria), Riccardo Bianche e Fabrizio Fortini (b-artcontemporary, Fake Gallery), Giovanna Rossi, Silvia Caldarulo, l'Assessorato e l'Ufficio Cultura del Comune di Bollate e tutti coloro che si sono fermati ad ammirare le opere dei 140 artisti espositi e l'eposzione "I gioielli del riciclo".

domenica 15 aprile 2012

La mano e il cuore

Stavo in sella alle mie illusioni in un alba rosso prugna. Mi fermai in un area di servizio e feci colazione con un doppio caffè e brioche. Comprai una cartolina e in un angolo scrissi “Ti Amo”. Gliel’avrei spedita da qualche punto lungo il tragitto. Poco prima che andassi, lei mi disse, abbracciandomi: - Non mi spezza re il cuore, se puoi non farlo mai -. Guidavo e non riuscivo a dimenticare la su a ultima frase, era quella che mi rimbombava nella testa come una palla da biliardo: - Lo sai che il tempo prima o poi porta tutto alla luce, lo sai che è cosi.
Non fingere su questo neanche con te stesso -. Mi domandavo perché mai mi avesse detto quelle cose. Forse le mie ombre, i miei buchi erano visibili. La muffa sul mio cuore mi aveva sovrastato.Cosa mi era successo? Perché non avvertivo più quel segnale che mi aveva sempre messo in allerta? Avrei disinfettato e guarito definitivamente le mie ferite. Avrei tenuto fede ai miei propositi prima che, ancora una volta, fosse troppo tardi. Ma tutto ero stagnante. Mi guardavo come fossi un passante davanti ad una vetrina di un negozio che, gettata un occhiata veloce, proseguiva dritto per la propria strada. Un visitatore frettoloso di me stesso. Ecco cos’ero diventato. St. James Infirmary suonata da Allen Toussaint in “The Bright Mississippi” un disco che è un tributo ai grandi del jazz come Louis Armstrong, Sidney Bechet, Jelly Roll Morton, e Joe “King” Oliver, reggeva quei pensieri cullando i mie deliri.
La strada era rivestita dei sogni frantumati di tutti quei randagi che l’avevano attraversata. Mentre lo scenario che mi circondava toglieva il fiato, ebbi quasi paura che disturbassi quell’immensa bellezza con il mio passaggio. La strada era da sempre l’unico luogo dove riuscivo a fare chiarezza, sin da ragazzo era stato così. Sanguinavo sotto il cielo che era un tappeto di sogni usati, ma era anche il luogo da dove lei era sbucata tutto ad un tratto riempiendo la mia vita.
Dopo, lentamente si era trasfusa nelle vene e il muro era crollato. Adesso era l’essenza di tutti i miei sogni. Adesso avevo ricominciato a vivere dopo essere scivolato nel regno dei morti. Sistemo nel lettore il cd “One foot in the Ether” dei The Band Of Heathens che è un disco dove il gospel, il blues e certo funky&roll si attorcigliano come serpenti, alle tre voci dei leader che accompagnate da chitarre slide che sanno di polvere e fango si intersecano in canzoni avvolgenti che ti ronzano nelle orecchie fino a diventare appiccicose come le zanzare. L.A. Country Blues ha lo spirito fiero del rock di strada e germoglia di libertà narrando la storia dello scrittore Hunter S. Thompson morto suicida mentre era al telefono con la moglie. Ma in realtà assassinato per le sue inchieste dopo l’attacco terroristico alle torri gemelle. Let Your Heart Not Be Troubled è una ballata alla Stones, Shine a Light un gospel con slide e organo e le voci che si inseguono, What’s this world è la canzone che Steve Earle non scrive più da quando ha lasciato il Sud e la Gibson. Ancora oggi pur in pellegrinaggio dal vecchio Hank Williams non gli gira più come un tempo. Torna indietro Steve! Say è un R&B che mi riporta alla mente i Semi-Twang di Salty Tears, ma anche gli ultimi arrivati Statesboro Revue. Ad eccezione di Look at Miss Ohio di Gillan Welch è tutta farina del sacco dei leader: Ed Jurdi, Gordy Quisty e Colin Brook. La luna sottile è un cerino pronto a dar fuoco al cuore di tutti i soul lovers che bazzicano ancora le terre cattive del rock e Golden Calf con il suo incedere voodoo è perfetta per andare incontro alla notte.
Cosa avrà provato il piccolo Willie Johnson quando quel liquido tossico lo accecò, cosa fece dopo che quel secchio da bucato gettato con rabbia durante una lite tra suo padre e la matrigna gli bruciò le pupille. Forse avrà corso con le mani sugli occhi piangendo per il dolore e la disperazione attraversando i campi di Marlin in Texas senza riuscire a fermarsi mentre il mondo si oscurava per sempre. Avrei voluto essere li e tenerlo forte, abbracciarlo sorreggerlo ed avrei pregato Dio in qualche modo affinché gli restituisse la vista. Avrei voluto esserci quando scisse “Dark was the night And Cold The Ground “ un blues strumentale che esprimeva il dolore la sofferenza, il bene e il male, con note raschiate sulle corde della chitarra da un coltellino usato come slide, mentre spargeva tutto il suo tormento. Avrei voluto vederlo suonare per strada mentre predicava, perché era nella fede che si era rifugiato per trovare ristoro ad una vita fatta di stenti e miseria. Avrei voluto conoscerlo ed essergli amico. “Gesù Cristo era un uomo e aveva viaggiato in lungo e in largo. Era un lavoratore coraggioso e instancabile. Diceva ai ricchi: “Date la vostra roba ai poveri”. Così hanno fatto il funerale a Gesù Cristo” (Jesus Christ - Woody Guthrie) Blind Willie Johnson si fece predicatore battista e iniziò a divulgare il credo per le strade del Sud. Era un abilissimo chitarrista, dal suo strumento traeva suoni limpidi e puliti che lo differenziavano da tutti gli altri bluesman che bazzicavano l’area del Delta. La sua musica era un misto di gospel blues e folk dai toni caldi e seducenti ed aveva un canto che scuoteva l’animo come un fuscello.
La sua voce, potente e roca ma velata di tristezza, era il suo grido profondo, per una vita durissima, che sapeva donare comunque consolazione a chi gli prestava ascolto. Willie, come tanti altri bluesman ciechi, si guadagnava da vivere suonando per le strade in cambio dell’elemosina. ”Well, who's that a-writing?/ John The Revelator/ Who's that a-writing?/ John The Revelator/ Who's that a-writing?/ John The Revelator/ A book of the seven seals ” (John the Revelator)
Quando conobbe Angelina, un’ex cantante gospel, si sposa e va a vivere a Dallas. Ed è in Texas che inizia ad incidere le sue canzoni, una trentina in tutto, che nel tempo diventeranno pietre miliari del blues. If I Had My Way, Let YourLlight Shine On Me, You’re Gonna Need Somebody On Your Bond, Motherless Children Have A Hard Time, Make Up Dying Bed. Canzoni spesso accompagnate dal controcanto di Angelina che diedero alla sua musica un fascino tutto particolare. Un uomo sensibile e toccato nel profondo dagli eventi ingrati che lo perseguitarono. Una vita passata nell’indigenza, dove solo la musica riuscì a lenire il suo profondo dolore, un musicista sincero e speciale, ma sfortunato, anche nell’orribile morte che fece. “Qualcuno qui mi può dire che cosa è l'anima di un uomo?/ Ho viaggiato in diversi paesi/ Ho viaggiato per terre straniere/Non ho trovato nessuno che mi dica che cosa è l'anima di un uomo.” (Soul of a Man). La sua casa andò in fumo e Willie Johnson, che non sapeva dove andare, restò a dormire tra quelle macerie. Quella sera il cielo lampeggiò e faceva un freddo cane. Si rannicchiò su se stesso e si addormentò. A testa in giù, nella fredda terra sprofondò. Quando Ry Cooder suonò Dark Was The Night nella colonna sonora di Paris Texas di Wim Wenders sono certo che ogni nota che ha centellinato, scolpito con la sua chitarra, è stata guidata dalla mano e dal cuore di Blind Willie Johnson.
Eccomi in cammino, con il tempo che mi spia, cercando di mettere in chiaro quello che non so. Ho le mani sudate e il cuore che mi martella mentre salgo le scale del Motel. Ho con me la mia piccola chitarra da viaggio, getto la sacca da marinaio sul letto e cerco la melodia per quei versi che da tutto il giorno mi frullano nel cervello: ”A meta strada sto tra le tue braccia/ correndo nella notte/ guidando contromano/ ho trovato la chiave/ Se piovono stelle vienimi vicino/ non guardarti indietro/ in fondo siamo vivi ed è quel che conta/ Trattieni il respiro/ manda giù la promessa/ non lasciamoci più/ non lasciamoci più/ non lasciamoci più/ Ci si abitua a tutto anche a morire/ Oggi come allora/ prendi la mia mano tienimi cosi/ Oggi come allora/ prendi la mia mano tienimi cosi.” (Come Allora) 
Il giorno dopo scrissi quelle strofe sulla cartolina e prima di ripartire la imbucai.

giovedì 12 aprile 2012

Counting Crows - Underwater Sunshine


Si, lo so, è l'ennesimo disco di cover, ultimamente ne escono a decine, e francamente non se ne può più. L'impressione è quella di essere innanzi ad un vuoto generazionale di creatività, come se ormai quasi più nessuno fosse capace di scrivere canzoni nuove, e affidarsi a un repertorio già collaudato fosse molto più produttivo (o meno richioso) di rilasciare un album originale. Però loro sono i Counting Crows, uno dei più grandi gruppi di americana di sempre, e meritano totale e incondizionata fiducia. Tra l'altro, queste sono cover di canzoni che prevalentemente non conosce nessuno. Certo, c'è un Dylan minore (You Ain't Going Nowhere), c'è un luminoso Gram Parsons (The Return Of The Grevious Angel) c'è la chiosa con il ripescaggio di The Ballad Of El Goodo dei Big Star, ma il restante lotto di canzoni è stato acciuffato per i capelli e salvato in extremis da un ingeneroso oblio. Tanto che i nostri eroi sono andati addirittura a ripescare brani scritti prima di divenire Counting Crows, quando portavano il nome disturbante di Sordid Humor (la convincente Jumping Jesus). Motivi di interesse, quindi, ce ne sono: non siamo di fronte al solito parco di cover consumate dal tempo e riproposte ad libitum da chiunque, ma a una scaletta che per certi versi suona quasi come quella di un disco originale. E soprattutto, c'è una band che sta vivendo una sorta di seconda giovinezza e che suona con voglia, quasi con smania. Il disco è autoprodotto e questo risulta decisamente un merito, dal momento che l'idea che sta alla base della produzione è quella di trasmettere la sensazione della presa diretta, della jam, del "buona la prima", degli strumenti sbrigliati. Il suono è quindi caldo, avvolgente, come se queste canzoni prendessero vita in un piccolo pub, dove la gente se ne sta gomito a gomito a bere birra e ad ascoltare musica, mentre fuori l'aria calda della notte coccola le sponde della San Francisco Bay. È da un pò che suonano dannatamente bene questi alfieri di un country rock venato di suggestioni soul e melodie decisamente pop. Lo si era già capi to ascoltando il cd dal vivo dello scorso anno, August & Everything After: Live At Town Hall, con cui i Counting Crows celebravano il ventennale d'attività, riproponendo per intero, e completamente riarrangiata, la scaletta del loro mitico esordio. Coloro che avevano amato quel live, magari anche con una lacrimuccia di malinconia ad accompagnare l'ascolto, non resteranno quindi delusi da questo nuovo Underwater Sunshine, nel quale, a parere di chi scrive, Adam Duritz ha fatto l'ennesimo salto di qualità come cantante, relegando a sfumature quelli che un tempo erano i suoi eccessi di teatralità, e misurando con sapienza tanto il timbro quanto il trasporto interpretativo. Certo, in fin dei conti,questo è solo un disco di Americana, non ci sono nè sorprese nè novità: il suono è quello consueto di una tradizione che, se riproposta con cura artigianale, sa ancora farci sognare spazi aperti, narrare l'epopea dell'on the road e riprodurre i colori di un'America provinciale, rurale e tecnologicamente arretrata. In questo, i Counting Crows sono dei maestri: convincono ed emozionano senza colpi di scena e artifici, limitandosi semmai a declinare con rinnovato entusiasmo una formula arcinota, ma che non mostra assolutamente il logorio del tempo. È proprio questo il motivo per cui Underwater Sunshine è un buon disco: è pregno di aromi e sapori antichi, evoca ricordi e nostalgie come se fosse un luogo a cui siamo affezionati e al quale amiamo tornare dopo un lungo viaggio. Dedicategli ripetuti ascolti, magari in cuffia e sorseggiando un bicchiere di corroborante bourbon. Non ne resterete delusi.

VOTO : 7


Scritto da Blackswan

mercoledì 11 aprile 2012

Non Rompete Le Scatole (in Villa...),
il catalogo

Mentre fervono i preparativi per la mostra di sabato ecco in anteprima il catalogo di Non Rompete Le Scatole (in Villa...)!



Vi aspettiamo!

venerdì 6 aprile 2012

Spy Rock a Bollate: il Carta Vetrata


Primo post extra attività de L'Orablù... ringraziamo Blackswan che ha scritto e pubblicato qualche giorno fa sul suo blog di Bollate e di un certo locale che ora non c'è più...

Bollate, centro urbano collocato a nord ovest di Milano, è la classica cittadina dormitorio, senza particolari attrattive (se si eccettua un noto mercatino dell’antiquariato), ma tutto sommato ancora a misura d’uomo. Nonostante l’anonima vita di provincia sia talvolta scossa da qualche fatterello di sangue (nulla al confronto delle limitrofe Quarto Oggiaro e Baranzate) e l’architettura del luogo (un pasticcio mal riuscito fra un paesone degli anni ‘70 e una periferia da cementificio selvaggio) non induca al buon umore, Bollate ha stranamente dalla sua una consolidata tradizione musicale. Appena fuori dalla cerchia cittadina, nel borgo medievale di Castellazzo, si svolge uno dei festival musicali più noti d’Italia, Il Festival di Villa Arconati, sul cui palco sono passati artisti del calibro di Paul Weller, Morrissey, Gogol Bordello, Damien Rice e Tinariwen, per citarne solo alcuni. Ma Bollate, agli inizi degli anni ’70, è anche stata la sede del Carta Vetrata, storico rock pub nel quale hanno suonato alcuni dei maggiori gruppi italiani (e stranieri) dell’epoca. Chi ha avuto modo di vedere il discusso film di Marco Tullio Giordana, Romanzo Di Una Strage, conoscerà per grandi linee la storia che sottende alla nascita della discoteca, visto che se parla con una certa insistenza durante le sequenze iniziali della pellicola.

Il locale nasce da un’idea di Enrico Rovelli (poi anche fondatore del Rolling Stones di Milano) che oltre ad essere un giovane con una grande passione per la musica, nel 1969 era molto attivo politicamente, dal momento che bazzicava gli ambienti anarchici milanesi e in particolare il circolo della Ghisolfa, a cui faceva capo la figura del povero Pino Pinelli. Senza entrare nel merito di una ricostruzione storica assai farraginosa e molto controversa, è lo stesso Rovelli (che come informatore prese il nome in codice di Anna Bolena) a sostenere di essere stato ricattato prima dal commissario Calabresi e in seguito dai Servizi Segreti, che pretendevano delazioni sulle sue frequentazioni politiche in cambio del rinnovo periodico della licenza per il locale. Sulle natura delle informazioni passate dal Rovelli alle forze dell’ordine si possono fare solo delle ipotesi (vedi anche il flm poc’anzi citato), ma certamente dovevano essere state tali da consentirgli una florida gestione del locale per parecchi anni. Nonostante mi sia prodigato in ricerche sul web, le notizie a proposito del Carta Vetrata sono pochissime e frammentarie, ed è stato impossibile rinvenire foto dell’epoca (le immagini che ho trovato sono tutte recentissime e risalgono ai mesi immediatamente precedenti alla demolizione dello stabile, sede della discoteca).

Da quel poco che sono riuscito a mettere insieme, il locale per qualche anno fu il classico ritrovo di tendenza per i giovani rockers milanesi, dal momento che non solo sul suo palco fecero la gavetta alcuni dei più grandi gruppi e artisti italiani degli anni ’70  PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Lucio Dalla, Antonello Venditti), ma si esibirono anche stelle di prima grandezza dello star system internazionale (ho trovato un riferimento certo a un live act dei Van Der Graaf Generator tenutosi il 1 giugno 1973, mentre sembrano assolutamente privi di fondamento  quelli relativi a un concerto dei Genesis e a uno dei Deep Purple).

Ultima annotazione di colore : nel 1996 è uscito uno spettacolare cofanetto della PFM, intitolato 10 Anni Live 1971 – 1981, contenente quattro cd che testimoniano di quattro diversi tour intrapresi dal gruppo nel decennio  a cui si riferisce il titolo. Il primo cd è relativo al tour italiano tenutosi fra il 1971 e il 1972 e contiene parecchi brani suonati proprio al mitico Carta Vetrata ( ci sono anche una Bollate Guitar Jam e una Bollate Keyboard Jam ). Da quel che mi sembra di capire, ma non ho alcuna certezza in merito, la discoteca cessò la propria attività più o meno nel 1981, quando l’attenzione di Rovelli si concentrò tutta sull’allora nascente Rolling Stones.
Aggiungo questo video ( ma è solo un file musicale ) n cui la PFM si esibisce al Carta Vetrata con una versione, a dire il vero non imperdibile, di My God dei Jethro Tull.

mercoledì 4 aprile 2012

Non Rompete Le Scatole (in Villa...)


Per il primo evento di quest'anno L'Orablù ha pensato all'arte. Proporremo infatti una mostra colletitva che ha avuto un gran successo alla sua prima apparizione avvenuta nel dicembre dello scorso anno a Seveso nello spazio espositivo della b-artcontemporary: Non Rompete Le Scatole!
Non Rompete Le Scatole! Nasce da un'idea di Adriano Pasquali, deus ex machina di Piscinacomunale Spazio d'arte in copisteria di Milano, che invita tutti a non rompere le scatole, ma ad utilizzarle come supporto per il lavoro da esporre in una grande collettiva, caratterizzata proprio dalla semplicità e dalle ridotte dimensioni del supporto … poi libera espressione per tutti.
In poche settimane vengono realizzate circa 100 scatole (in realtà soprattutto i coperchi delle scatole che contengono le risme della carta per fotocopiatrici) che Adriano raccoglie con il solito entusiasmo.
L'Orablù coglie l'invito del Comune di Bollate ad organizzare un evento artistico in occasione della settimana delle Groane (14-22 Aprile) e propone a Piscinacomunale e b-artcontemporary di trasferire Non Rompete Le Scatole! a Villa Arconati: naturalmente rimane identico lo spirito ma si aggiungono nuovi artisti e nuove opere... saranno infatti presenti le opere di ben 141 artisti.

L'appuntamento è per i giorni 14 e 15 aprile.
Intorno alle ore 18 di sabato 14 aprile avremo la performance di Giovanna Rossi. la lettura di una poesia del poeta Pakistano Mohammad Kan e offriremo un piccolo happy hour.
In contemporanea sarà presente la nostra insegnante dei laboratori di manipolazione dell'argilla Silvia Caldaurlo con “I gioielli del riciclo” interpretazione artistica di una lattina...
L'elenco degli artisti lo trovate qui.
Vi aspettiamo.



lunedì 2 aprile 2012

A Bollate l'ora è Blu

E’ giunta l’ora finalmente!

Questo blog riapre le proprie pagine con una nuova veste grafica, un inedito progetto e la passione di sempre, rinnovata se possibile da un ulteriore e crescente entusiasmo.

Torniamo per narrarvi una storia, la storia dell’Orablù, del suo passato appena trascorso e delle emozionanti esperienze vissute (trovate tutto all’etichetta L’Ora Passata ); e torniamo principalmente per scrivere, con voi, giorno dopo giorno, il nuovo capitolo di un futuro che, ne siamo certi, sarà quanto mai coinvolgente. Vi racconteremo, dunque, dei nostri progetti, delle nostre speranze e dei nostri sogni; ma soprattutto vi chiederemo di accompagnarci, virtualmente e fisicamente, in un percorso di eventi e manifestazioni, in cui protagonisti assoluti sarete voi e la cultura. Perché, cari lettori, le iniziative che vi proporremo saranno tante, di molteplice interesse e adatte a tutti, ai grandi e ai più piccini. Quest’anno, infatti, scenderemo nuovamente in piazza per presentare la seconda edizione di Senza Palco, il festival di artisti di strada che il settembre scorso ha registrato un incredibile successo di pubblico: una due giorni di teatro, spettacoli, musica, giochi e bancarelle che per il 2012 si presenta ricca di tantissime novità (nei prossimi mesi troverete tutti i dettagli sul blog)

Ma non porteremo avanti solo il progetto di Senza Palco, dal momento che quest’anno, come mai prima, le idee sono tante e la carne al fuoco davvero succulenta. Seguendo questa pagina, infatti, avrete modo di tenervi informati su tutti gli avvenimenti che andremo a organizzare.

Questo blog, tuttavia, non sarà solo un palcoscenico virtuale mediante il quale coinvolgervi e aggiornarvi sulle nostre iniziative, ma si prefigge anche lo scopo, impegnativo ma avvincente, di aprire uno spazio nel quale parlare di musica (L’Ora Rock), di libri (L’Ora Book), di cinema (L’Ora Cult), e perché no, se ce ne sarà la possibilità, anche di attualità, di cucina e di altro ancora. Magari, come è nelle nostre intenzioni, tramite il contributo di altri blogger, che abbiamo già contattato, e che si sono detti entusiasti dell’iniziativa.

Riapriamo, dunque, e lo facciamo con le migliori intenzioni e con un travolgente carico di passione, convinti che L’ora Blu non solo possa contribuire ai tanti fermenti intellettuali che animano il web, ma che possa soprattutto dare, grazie alle proprie iniziative, nuovo impulso alla vita culturale del territorio, troppo spesso relegata alla nicchia.

Buona lettura e grazie a tutti voi che passerete di qui, per i contributi, i suggerimenti e i commenti di cui ci renderete partecipi.

mercoledì 21 marzo 2012

...è L'Ora di cambiare...

...e L'Orablù si fa nuova...

tante novità per L'Orablù, così tante che questo spazio richiede una nuova veste ma non solo, anche nuovi argomenti, nuovi collaboratori, nuovi aficionados... il tutto è in costruzione e a giorni torneremo più pimpanti che mai sia qui che sul social network più seguito... state sintonizzati...a presto...

lunedì 12 dicembre 2011

LAB 13 - Percussioni > Scacchi > Giocoleria > Narrazioni

si sta per concludere l'anno solare ed ecco l'ultima novità presentata da l'Orablù in chiusura di un 2011 che l'ha vista protagonista su più fronti, dai corsi di giocoleria al festival del teatro di strada passando per il Mosquito Fest... e non potevamo esimerci dal proporre qualcosa di inedito e particolare... Sabato 17 Dicembre all'interno delle feste natalizie delle scuole secondarie di primo grado di Via Fratellanza e di Via Verdi di Bollate presenteremo LAB13 - Laboratori extrascolastici riservati a tutti gli sutidenti delle scuole secondarie di primo grado: Percussioni > Scacchi > Giocoleria > Narrazioni ... ma ora entriamo nel dettaglio della nostra proposta:

Oltre la percussione
Laboratorio musicale e non solo attorno al mondo delle percussioni
GIORNO E ORA
il sabato dalle ore 10.00 alle 11.30
SCUOLA
Leonardo da Vinci in Via Fratellanza
NUMERO LEZIONI
15
INSEGNANTE
Bruno Alessandro Saitta
Il ritmo nelle vene: l'arte delle percussioni nello sport e nella musica






A scuola di scacchi
Laboratorio per imparare il gioco strategico d'eccellenza
GIORNO E ORA
il lunedi dalle ore 15.00 alle 16.30
SCUOLA
Leonardo da Vinci in Via Fratellanza
NUMERO LEZIONI
15
COORDINATORE INSEGNANTi
Francesco Casoli
Tutti matti per gli scacchi: imparare a divertirsi con il gioco-sport più popolare nel mondo e che non conosce limitazioni.
Realizzato in collaborazione con
Scuola Scacchistica Milanese

Narrazioni
Laboratorio di espressione  teatrale e scrittura creativa
GIORNO E ORA

il mercoledì dalle ore 15.00 alle 16.30
SCUOLA
Eugenio Montale in Via Verdi
NUMERO LEZIONI
14
INSEGNANTI
Alessandra Pasi e Francesco Casanova
...C'era una volta...E adesso ce n'è un'altra! Viaggio letterario teatrale alla scoperta dei segreti della scrittura narrativa.

Realizzato in collaborazione con

Nudoecrudo Teatro






Giocoleria...
Senza PalcoUn laboratorio per divertirsi sfidando la legge di gravità
GIORNO E ORA

il lunedì dalle ore 15.00 alle 16.30
SCUOLA
Eugenio Montale in Via Verdi
NUMERO LEZIONI
15
INSEGNANTE
Alessandro Vallin

Il bello di farle "girare" veramente. Segreti e trucchi della giocoleria di strada per divertirsi e divertire.









Presentazione Laboratori:
SABATO 17 DICEMBRE
dalle ore 09.30: Scuola Leonardo Da Vinci - Via Fratelleanza - Bollate
dalle ore 11.00: Scuola Eugenio Montale - Via Verdi - Bollate
Saranno presenti gli insegnanti che illustreranno le particolarità dei vari laboratori

I laboratori partiranno intorno a metà Gennaio 2012.
Costo per ogni laboratorio:
130 + 5 euro per tessera L’Orablu
Parte dei fondi ricavati dalle iscrizioni andranno donati al Comitato Genitori delle scuole interessate
al fine di destinarli a progetti coordinati inseme al corpo docenti.
Per preiscrizioni e info:

orablu.blogspot.com - info@orablu.com
Walter 3478313611
Giancarlo 3346369597