martedì 8 maggio 2012

Housemartins
London 0 Hall 4


Sono passati venticinque anni da quel lontano 1986. Un'infinità di tempo, certo, ma io gli Housemartins non li ho mai dimenticati. Non foss'altro perchè mi salvarono l'anima dal synth-pop. Tra la plastica di tante tastierine, nell'apice dello splendore del mondo paninaro, tra la devastazione perpetrata dall'edonismo reaganiano, spuntano quattro sfigati dal nord dell'Inghilterra e tutto rimettono in ordine, con semplicità. Un lampo accecante quello di London 0 - Hall 4, una bomba a mano di coriandoli, uno sberleffo al potere costituito, una molotov di risate, un vaffanculo in faccia ad un consesso di accademici. Gli Houesemartins sembravano un quartetto di studenti universitari di matematica: capelli corti, brufoli in gran quantità, occhialoni, aspetto dimesso e uno sguardo che sembrava perduto tra algoritmi ed ipotesi algebriche. Eppure, nonostante il look da bravi ragazzi, a loro modo erano incazzati assai. Una rabbia, però, mitigata dal sorrisoe stemperata da una buona dose di ironia, che intrise dalla prima all'ultima nota quel frizzantissimo esordio, a partire dal titolo stesso del disco: il nord operaio e minerario che rifila un bel 4 a 0, fuori casa per giunta, alla ricca metropoli mittle-europea, fighetta e imborghesita. La classe operaia si ribella alpadronato, vincendo un'immaginaria partita a calcio. Dilagando, anzi. Strepitoso il solo pensarlo. Siamo in piena epoca Thatcher, la lady di ferro mortifica ilproprio paese perseguendo la politica del privilegio e frustrando in tutti i modi le aspirazioni di eguaglianza del proletariato. Poliziotti a manganellare gliscioperanti (prevalentemente minatori del nord), così, con la stessa naturalezza con cui si beve una pinta di birra. Ci sarebbero argomenti per fare un discotetro, doloroso, fazioso e barricadero. Gli Housemartins, invece, scelgono la militanza del divertimento. Una risata vi seppellirà. Possiamo parlare delle nostre tragedie facendovi sorridere e muovere il culo. Perchè incupirci oltre il limite? Vogliamo parlare alla gente? Troviamo il linguaggio adatto. Riprendiamoci gli anni sessanta, il northern soul, un pop zuccherino e abbordabile a tutti, ripuliamolo dagli orpelli suoniamo una musica diretta, allegra, che sappia toccare il cuore della gente. Una specie di punk allo zucchero filato, insomma. Per questo motivo, London 0 - Hall 4 avrà un successo trasversale, capace di ammaliare tanto il pubblico, quanto la critica specializzata, che vede negli Housemartins la risposta sbarazzina al brit-pop melanconico e colto degli Smiths.
"Happy hour" è l'antipasto pane e salame del disco: delizioso giro di chitarra, ponte tra strofa e ritornello con tanto di campane a enfatizzare la melodia, per far capire subito che un sorriso sa vincere più battaglie di una pietra scagliata. Poi, un susseguirsi insperato di deliziose gemme, in bilico fra soul e pop, pezzi che in tre minuti massimo ti scaldano il cuore di sole primaverile anche se è novembre e fuori è uno schiantarsi di nuvoloni e brutti presagi meteorologici. L'ondivaga" Get up off our knees ",tirata e nervosa come una corsa a perdifiato in bicicletta, anticipa il capolavoro "Flag Day", un ballatone soul da urlo (come a volte anche i bianchi sono capaci di confezionare), impreziosito dal canto multiforme di Paul Heaton, falsetto naturale e genetica propensione agli struggimenti dell'anima, ottave che partono come confetti a una comunione e un'intensità interpretativa che farebbe venire la pelle d'oca anche ad un coccodrillo. C'è poi la sbrigliata allegria di " Sitting on a fence " coi suoi deliziosi controcanti; c'è" Sheep ",i cui intrecci vocali ricordano da vicino delizie alla Beach Boys; c'è la pausa riflessiva di " Think for a minute " che procede per coordinate smithsiane, sparigliate dal falsetto angelico di Heaton. Il tempo di un respiro e parte " We're not deep ",breviaro su come una canzone di poco più di due minuti possa essere un concentrato di puro divertimento, con tanto di ritmica birichina e sopra le righe e coretti scanzonati e leggerissimi.  "Freedom" rivisita in salsa party music l'energia sanguigna dei Blues Brothers mentre il gospel di "Leanon me",costruito su poche note di piano e sulla voce celestiale di Heaton, unasorta di incrocio fra Jimmi Sommerville e Laura Nyro, stenderebbe al tappeto chiunque. Nella versione rimasterizzata del cd si trovano pure tre cover a cappella, tra cui spicca una superlativa "People get ready" di Curtis Mayfield e lo struggente doo-woop di "He ain't heavy, he 's my brother ",che regala più di un palpito. Per la cronaca, l'avventura Housemartins dura il lampo di un paio di altri dischi. Dopo lo scioglimento, Paul Heaton formerà i Beautiful South, e Norman Cook, il bassista, passerà alla storia con lo pseudonimo di Fat Boy Slim.


Blackswan
The Housemartins - Happy Hour

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lunedì 7 maggio 2012

Riuscirà il nostro eroe?

“Caro amico,
la sua lettera ha suscitato in me una vera emozione perché, attraverso quella lettera, ho rivisto me stesso a quattordici o quindici anni, nella grigia Lima della dittatura del generale Odría, esaltato dall’illusione di potere, un giorno o l’altro, diventare scrittore, e depresso da non sapere in quale direzione muovermi, da come cominciare a cristallizzare in opere quella vocazione che sentivo come un mandato perentorio: scrivere storie che abbagliassero i lettori come io ero stato abbagliato da quelle degli scrittori che cominciavo a collocare nel mio pantheon privato.”
Inizia così l’immaginaria corrispondenza tra uno scrittore famoso e un giovane aspirante scrittore che trova il coraggio di chiedergli un consiglio. Inizia così Lettere a un aspirante romanziere, e prosegue per un totale di dodici lettere che Mario Vargas Llosa scrive in risposta alle (altrettante? non lo sappiamo) lettere del giovane amico, rivelando man mano quanto la forma epistolare sia efficace per veicolare indicazioni teoriche, altrimenti alquanto noiose, sullo scrivere romanzi e racconti, ovvero opere di fantasia che coinvolgano il lettore come se le vivesse realmente.

Il libercolo si potrebbe dire diviso, non visibilmente, in due parti la seconda delle quali, più tecnica, è quella che viene resa digeribile dalla forma epistolare, la quale salva il lettore dal tedio di etichette e definizioni teoriche, pur non comprendendo mai, nella sostanza, informazioni di carattere personale non funzionali alle spiegazioni: si tratta pur sempre di lezioni e consigli pratici per corrispondenza. Si parla infatti di punto di vista temporale, di punto di vista spaziale, addirittura di punto di vista del livello di realtà, e dei loro spostamenti più o meno visibili all’occhio nudo del lettore, spostamenti che sono appunto più efficaci quanto meno riconoscibili e individuabili: un banale passaggio dal racconto del narratore ad un botta e risposta senza nulla aggiungere alle battute dei personaggi, ad esempio, rappresenta uno “spostamento del punto di vista spaziale”, ossia dal punto di vista del narratore a quello dei personaggi, e per mettere in pratica questo “spostamento” è sufficiente eliminare gli incisi, quegli “egli rispose” oppure “ella esclamò all’improvviso” oppure “e poi rimasero in silenzio” che spesso accompagnano i discorsi messi nero su bianco. La cosa sembrerebbe quindi più complicata rispetto alla banale e famosissima distinzione tra narratore “esterno” e narratore “interno alla storia”, perché una volta individuato un narratore, non è ancora detto che sarà lui l’unico ad avere voce in capitolo in tutta la storia.
Nella prima parte del libercolo (e sono 120 paginette indice dei nomi compreso) Vargas Llosa parla invece del seme, ovvero da cosa nasce non solo un romanzo ma anche, e prima di tutto, l’esser romanziere. Ad esempio può essere molto utile avere, sin da piccoli, una vita di merda, perché la necessità di ribellarsi e di evadere dalla vita reale, stimola la fantasia tramite il bisogno di fantasticare su un mondo migliore, che sia un’alternativa ma anche una critica a ciò che si vive. Si entra così in un circolo vizioso, che ora vi spiego a parole mie: l’utilità conclamata di questo fantasticare ai fini del miglioramento dell’umore del fantasticante spinge lo stesso a fantasticare ancora e ancora, e a mettere nero su bianco queste sue fantasie, e lo scriverle a sua volta alimenta l’entusiasmo del fantasticante scrivente, che dall’entusiasmo così alimentato è spinto a scrivere ancora, e ad un certo punto, quasi senza rendersene conto, lo scrivente sarà ormai un fantasticante schiavo imperituro della scrittura. Tutta la sua vita ruoterà infatti attorno alla scrittura, non nel senso di tempo messo a sua disposizione anziché a disposizione della vita in sé, né intesa come atto dello scrivere costituente il nucleo attivo della vita stessa, ma nel senso che ogni gesto, ogni pensiero, ogni avvenimento diventerà funzionale alla scrittura: scrittura intesa come scrigno in cui quegli eventi verranno custoditi, esposti, trasformati.

Trasformati, sì, perché è questo che fa un romanziere: nessuno può partire dal nulla, ogni scrittore parte da fatti che ha sperimentato sulla propria pelle, ma li trasforma, fantasticandoci su a tal punto che, alla fine della storia, neppure lui sarà più in grado di dire quale fosse l’evento originario né quale fosse la sua versione originale. E in fondo un vero romanziere non cerca il successo, perché tutto ciò di cui ha bisogno per vivere è proprio trasformare in storie episodi della sua vita che, a voler essere ottimisti, son banali. Il bravo romanziere non cerca un argomento che abbia successo di pubblico, perché mostrerà bravura solo scrivendo di qualcosa che gli esce spontaneamente dalla penna perché lo conosce, ma la verità è che nessun argomento in sé è buono, è come viene raccontato che fa la differenza: e infatti, come vi dicevo, anche questo libercolo sarebbe noioso se a Vargas Llosa non fosse venuta in mente la forma epistolare – che sia partito da un’esperienza personale? da una lettera che avrebbe voluto trovare il coraggio di scrivere “a quattordici o quindici anni, nella grigia Lima”?
Ciò che si racconta e come lo si fa sono fra loro indivisibili, eppure la loro unione è efficace solo quando invisibile: l’efficacia delle parole, della struttura, dei meccanismi interni sta proprio nel mescolare queste componenti così bene fra loro da far dimenticare al lettore che una storia è fatta anche di questo. A tal proposito ho trovato esaustivo, nella sua semplicità, un brano nel romanzo che leggevo contemporaneamente a questo libro, Bambini nel tempo di Ian McEwan: “Pensate con quanto piacere un bimbo […] si abbandona completamente al fascino di un romanzo di avventure. Quel che vede non sono parole, segni di interpunzione o regole grammaticali, ma la barca, l’isola, il losco figuro che si nasconde dietro la palma”. Un vero romanziere, pertanto, deve conoscere la grammatica della lingua in cui scrive, deve avere fantasia da ricamatrice annoiata, deve conoscere i meccanismi narrativi e saperli usare con efficacia. Un fatto omesso è solo un dato mancante, ma se sfruttato sapientemente, se messo al confine tra il detto e il non detto, se lasciato trasparire qua e là, può diventare il motore di tutta la storia, l’unico motivo per il quale il lettore, che a sua volta ha fantasia e immagina e suppone, desidera continuare a leggere quella storia. Il racconto ad incastro può essere una snervante divagazione dal filo oppure un gioco intrigante di trame che crea dipendenza, costringendo il lettore a proseguire nella lettura, desideroso solo di scoprire come andrà a finire e incurante del fatto che, se interrogato, non saprebbe dire in che modo è arrivato al punto della storia in cui si trova in quel momento, ripeterà solo “è magnifico, questo romanzo è magnifico!”, e tutto ciò dipende dal talento del romanziere.

Ah, già, il talento. E per il talento come si fa? Non basta avere fantasia, non basta conoscere la grammatica, non basta padroneggiare le etichette, infatti per amalgamare il tutto in maniera sapiente ed efficace è necessario avere del talento. La risposta di Vargas Llosa apre e chiude il libro.  Il segreto del talento scrittorio è quanto di più banale possa esistere, così banale che non ci si crede finché non lo si prova: disciplina e perseveranza, è questo il segreto di un bravo romanziere, perché “nessuno può insegnare a un altro a creare, ma tutt’al più può insegnargli a leggere e scrivere. Il resto, ognuno lo insegna a se stesso inciampando, cadendo e rialzandosi, incessantemente”.


Elle

domenica 6 maggio 2012

The woman - Lucky McKee



Trama: Chris è avvocato e padre di famiglia. Durante una battuta di caccia incontra una donna selvaggia e la cattura, con l'intento di "civilizzarla"...


Sgombriamo subito il campo, non si tratta, nonostante uno dei finali più violenti della storia del cinema, di un horror, almeno non nel senso più "tradizionale" del termine.
"The woman" è una pellicola che tocca un nervo scoperto e doloroso, criticando, in un modo spietato e potente, il perbenismo ipocrita sempre più diffuso dietro a cui, spesso e volentieri, si celano autentici mostri.
Chris apparentemente è un esempio lampante di perfezione: buon lavoro, una moglie devota, tre figli ben educati, una bella casa in campagna. Ma in questo quadro idilliaco scopriamo ben presto che qualcosa scricchiola.  La moglie (una brava Angela Bettis) al minimo cenno di ribellione viene presa a ceffoni, la figlia grande è logorata psicologicamente ed il figlio maschio, orgoglio paterno, è una merda alla stregua del padre.
Perchè Chris è l'esempio perfetto di quella categoria di abomini secondo cui il mondo è un luogo esclusivamente destinato alla dominazione maschile, a loro tutto è permesso e tutto è concesso,  persino stuprare una povera donna e dopo accanirsi su di lei con un paio di forbici, mentre le donne sono esseri da "civilizzare", ovvero da ridurre alla totale e cieca obbedienza. Lo spettatore lo intuisce quando la Donna viene portata a casa da Chris e mostrata ai famigliari come se si trattasse della macchina nuova, la chiama addirittura "il nostro progetto" e ne ha la conferma quando assiste, rabbioso ed impotente, alle vere e proprie torture inflitte alla poveretta.
McKee tira una bella sberla all'istituzione del matrimonio e alla finzione che spesso nasconde. In una delle scene forse simbolicamente più forti di tutta la pellicola, la Donna (stupefacente Pollyanna McIntosh) addenta l'anulare della mano sinistra di Chris, tranciandoglielo di netto; ma prima di ingoiarlo sputa la fede nuziale che giace a terra, sporca di sangue, emblema del legame  fortemente malsano e disfunzionale che lega Chris a moglie e figli.
Ambientato praticamente tutto tra le mura di casa e sorretto da una sceneggiatura essenziale, scritta con Jack Ketchum autore del libro da cui è tratto il film, "The woman" parla soprattutto per immagini. McKee non si dilunga in racconto di antefatti o spiegazioni psicologiche dei vari comportamenti, tutto ciò che dobbiamo conoscere ci viene mostrato attraverso scene spesso emotivamente molto forti, quella del bagno all'aperto, e molto più disturbanti di tanto splatter visto di recente al cinema.
Film difficile quindi, violento e disperato, generatore di sentimenti molto forti. Durante la visione si passa dal fastidio più sottile, sono stata tentata spesso di interrompere, alla rabbia più sorda, nella scena in cui Chris lava la donna mi sono chiesta perchè Polly non usa il bastone su suo marito?Perchè è talmente soggiogata da esserne quasi gelosa e vedere nella Donna una rivale...e pensandoci è a dir poco aberrante; fino al senso di liberazione del violentissimo finale.
Nonostante le accuse però, sicuramente quello di McKee non è un film misogino perché il regista affida proprio a due donne, natura e madre, il parziale riscatto.
Film da vedere dunque?Si,  se si ama fortemente il cinema anche nelle sue sfaccettature più disturbanti e solo se si è in un momento personale particolarmente tranquillo, perché gli strascichi della visione possono accompagnarti per giorni.


Questa recensione è stata dedicata a Vanessa , uccisa dal suo convivente. Aveva 20 anni. Poteva essere una mia amica, poteva essere mia nipote, poteva essere mia figlia, poteva essere mia sorella, potevo essere io.
È la numero 54.
A lei e a tutte le donne maltrattate, uccise spesso perché considerate alla stregua di oggetti, nell'indifferenza generale, spesso senza ottenere giustizia.
Che il silenzio e l'indifferenza non siano più complici di questa barbari a.

sabato 5 maggio 2012

Jacques Expert
Nel nome del tuo sangue


Antonio Rodrigues è seduto sul divano. Sua moglie è in camera, addormentata grazie ai sonniferi, l’unico rimedio che le permette di allontanare il dolore. Antonio è davanti al televisore, ma la sua mente è altrove, concentrata sull’odio verso il pirata della strada che gli ha ammazzato il figlio e poi è scappato. La sua mente è concentrata sulla disperazione della moglie, che gli ha chiesto di compiere un gesto estremo, l’unico che potrà ridarle la pace.
«Trovalo. E uccidilo.» Ma la ricerca di Antonio Rodrigues è un abisso denso di sorprese. Il colpevole in realtà è una persona a lui incredibilmente vicina. È un uomo che continua impunito la propria esistenza fatta di incrollabili certezze: il riconoscimento sociale, il ruolo di dirigente in una piccola azienda e l’illusione di potere che ne deriva. Una vita in apparenza tranquilla che continua grazie alle meschine autogiustificazioni per il gesto compiuto, fino a che qualcosa va storto... In un vorticoso thriller psicologico va in scena il dramma dell’uomo che si fa giustizia da sé. Impossibile per il lettore chiamarsi fuori. 

In un genere come il thriller pieno zeppo di titoli inutili, romanzi scritti con una prosa approssimativa e privi di tutti i colpi di scena promessi nelle note contenute nella sovracopertina,ecco un libro che vi consiglio caldamente di non perdere. Non ci sono serial killers né grandguignolesche scene di sangue, ma solo una bella storia dove la suspence cresce di pagina in pagina fino ad un epilogo non banale e che soddisfa pienamente le attese. Tanta carne al fuoco ( morte, rielaborazione del lutto, rapporti affettivi minati dall’incomunicabilità ) poteva togliere ritmo e freschezza alla narrazione. Invece Expert gestisce con ritmo la materia, sviluppando l’intreccio narrativo in soggettiva, tramite i pensieri dei quattro protagonisti, e imponendo al lettore la più classica delle immedesimazioni: io al suo posto cosa avei fatto ? Ed è proprio questa la chiave di lettura di un libro che prima di tutto discute un imperativo etico al quale i protagonisti del romanzo non potranno sottrarsi. Ognuno di essi stritolato negli ingranaggi insondabili di un fato che non perdona e che li vuole alternativamente vittime e carnefici.

venerdì 4 maggio 2012

Il mistero della perla scomparsa

Torna Le Bollicine, la 'compagnia teatrale' formata dai nostri allievi del corso di circo-teatro arrivato all'8a edizione. Come di consueto si svolgerà il saggio, una rappresentazione di un testo coadiuvato dagli insegnanti Alessandra Pasi e Alessandro Vallin e sviluppato dai bambini/ragazzi del corso: Il mistero della perla scomparsa.
Vi aspettiamo Venerdì 11 Maggio alle ore 21 a Novate Milanese, Teatro Testori, Via Vittorio Veneto 18.

giovedì 3 maggio 2012

The Rolling Stones
Exile on Main street
(deluxe edition 2010)


"Exile" è sicuramente il disco più controverso della discografia degli Stones, tanto che questa edizione, rimasterizzata e contenente la bellezza di dieci inediti,ha riaperto, a distanza di 38 anni,il dibattito tra critici e fan. Da un lato, c'è chi vede in "Exile" uno dei vertici della produzione della premiata ditta Jagger - Richards che, finalmente lontana dal mainstream (main street, nello specifico), ha saputo dar vita ad un'opera diretta e mai così sincera; dall'altro chi, non completamente a torto, enfatizzandone il suono grezzo e la mancanza di hit, lo considera un'opera minore. Nel corso degli anni, a furia di ascolti, mi sono formato il convincimento che questo disco del 1972, registrato nell'esilio dorato della Costa Azzurra, resti un unicum nella produzione artistica degli Stones, sia per la stessa genesi dell'opera sia per un suono e un approcio alla canzone che non avrà in seguito più eguali. Conosco fans che a dover scegliere undisco degli Stones da portare sulla famosa isola deserta, sceglierebbero questosenza indugi. E non stento a crederlo. Quantunque personalmente giudichi "Exile" un gradino sotto "Sticky Fingers" e "Let it Bleed" ( ma un gradino sopra tutto il resto della loro discografi ), non posso non riconoscergli un fascino maledetto e bohemien che manca anche ai succitati capolavori.


I Rolling Stones sono all'apice del successo e della carriera ( l'anno precedente è uscito "Sticky Finger"), e proprio per questo sono vessati dal fisco inglesee perseguitati dalla stampa tutta,che sta loro col fiato sul collo. Decidono pertanto di trasferirsi in Francia, dove la pressione fiscale è meno persecutoria. Richards affitta a Nellcote una villa con sedici stanze e spiaggia privata che,durante l'occupazione tedesca, era stata un quartiere generale nazista. Gli altri vanno a vivere lì vicino, ma si ritrovano a casa Richards per comporre e suonare. Peraltro, non regna nemmeno una gran armonia nel gruppo: se da un lato Jagger sta cercando di mettere la testa a posto ed allontanarsi dagli eccessi tossici ed etilisti del chitarrista, Richards è probabilmente all'apice della dissolutezza, e con l'allora compagna, Anita Pallemberg, non si risparmia festini a basedi alcol ed eroina. Alcune canzoni sono già pronte, altre vengono composte in quei mesi. Come studio di registrazione viene allestita la cantina della villa, buia e umida quanto basta per segnare irremediabilmente la performance della band. Il caldo torrido e le intense sudate che ne conseguono durante le registrazioni, fanno propendere per un titolo provvisorio: "Tropical Disease". Richards, nonostante il clima talvolta più che festaiolo, sta sul pezzo come pochi, e impone interminabili sessioni di registrazioni (anche se in futuro gli stessi Stones bolleranno come pessime la resa sonora e la fase di mixaggio dell'album). Fuori da quella villa, il mare, il sole e un clima decisamente benevolo rispetto a quello più cupo e umido che si respira a Londra. In questa cornice di contraddizioni, nascono le diciotto canzoni di "Exile": spirito bohemien, la sensazione divivere in un contesto per certi versi magico, l'abuso di droghe e alcol,la presa di coscienza di una libertà creativa senza condizionamenti, ritmi di lavoro forsennati, il senso di claustrofobia per ore passate nello scantinato. Nasce cosìun disco a tratti sfilacciato e cupo, composto da una musica sudata, anfetaminica e tossica, ma mai così diretta ed immediata, tra blues caracollanti e naive erock colorati di gospel, soul e country. Il risultato è estremamente eterogeneo, eppure stranamente compatto, come se le canzoni fossero legate da un filo vitale e non potessero prescindere l'una dall'altra. Mancano episodi celebri, perchèa parte "Tumbling Dice" (pimo singolo dall'album), sono pochissime le apparizioni di brani da "Exile" nelle scalette dei concerti, ma le canzoni bellissime sono tante ed il loro fascino, dopo quasi quaran’anni, resta inalterato. Grazie anche ad un pugno di sessionisti di spessore, tra i quali spicca l'immenso NickyHopkins, già al pianoforte con i Jefferson Airplane per il capolavoro "Volunteers". Dal micidiale incipit di "Rocks Off", alla strepitosa cover di "Shakeyour hips" di Slim Harpo, alla luminosa "Shine a light", che darà il titolo al film di Scorsese del 2008, fino al ritmo strascicato di "Ventilator Blues", che per la prima volta porta la firma anche di Taylor, c'è di che spellarsi le mani dagli applausi. La versione deluxe dell'album contiene anche dieci inediti,alcuni davvero imperdibili. Oltre a due alternative takes di "Soul Survivor" e "Loving cup", meritano una citazione il r'n'b sensualissimo di "Pass the wine (Sofia Loren)" e il ballatone "Following the river", roba da groppo alla gola e fazzoletto alla mano. Di "Exile" si è detto tutto e il contrario di tutto. Di certo, resta un'opera memorabile e stranissima, frutto di un periodo particolare, in cui l'esilio portò gli Stones ad essere, per la prima ed unica volta nella loro strepitosa carriera, soprattutto rockers piuttosto che rockstars. Forse, potrà non essere il vostro disco preferito di sempre. Ma vi assicuro che, anche alla luce di questa lussuosa riedizione, sarebbe un grave torto alla vostra discografia non possederne copia.
Blackswan



mercoledì 2 maggio 2012

American Tabloid
di James Ellroy

American Tabloid è il capolavoro di James Ellroy. Lo scrittore losangelino ha da to alla luce altri splendidi romanzi del calibro di L.A. Confidential, Dalia Nera o Il grande nulla, ma American Tabloid ha quel je ne sais quoi che gli ha permesso di balzare in cima alla classifica dei miei libri preferiti (tra quelli scritti da Ellroy ma anche in senso assoluto). American Tabloid è la Storia americana della seconda metà del XX° secolo. Sappiamo tutti, o almeno ne abbiamo il sentore, che la Storia come ce la raccontano, soprattutto quella moderna, è edulcorata, resa presentabile dai media e dai governi a uso e consumo dell’opinione pubblica (basti pensare alla tragedia dell'11/09). Ellroy mette nero su bianco la sua versione. Una versione romanzata sicuramente, fantasiosa forse, ma comunque possibile. Chissà che alcuni avvenimenti che lo scrittore ci racconta non siano andati pressappoco come lui ipotizza. Ellroy ci regala allo stesso tempo una versione rivista e corretta di un ben preciso periodo storico e un romanzo di eccezionale caratura.
Il periodo preso in esame dallo scrittore è quello che va dalla fine del 1958 coincidente con l’ascesa del clan Kennedy ai vertici della scena politica americana fino all’assassinio di JFK nel novembre del 1963. Tre sono i protagonisti che Ellroy sapientemente inserisce, con le loro storie le loro azioni e le loro personalità, nella narrazione degli eventi principali che caratterizzarono la cronaca di quegli anni. I fatti realmente accaduti e quelli messi in moto dai tre soggetti di cui sopra si amalgamano in maniera fluida e credibile andando a creare u
n affresco di assoluta credibilità. Kemper Boyd, Ward J. Little e Pete Bondurant sono personaggi in continua evoluzione, agenti F.B.I. i primi due, faccendiere per Howard Hughes l’ultimo. Questo in principio. Alla fine del libro le carte si saranno più volte mescolate in favore di scenari completamente diversi.
Addentrandoci nelle pagine del romanzo potremo seguire le vicende di Howard Hughes, produttore cinematografico e proprietario della Hughes Aircraft, uno degli uomini più ricchi d’America, godremo delle apparizioni di grossi nomi dello spettacolo come Frank Sinatra e Marylin Monroe. Grande risalto avranno ovviamente le vicende dei fratelli Kennedy e del loro padre, personaggio del quale avremo parecchie cose da scoprire. Centrali saranno anche le manovre della malavita organizzata: Carlos Marcello, Santo Trafficante e Sam Giancana su tutti sono gli uomini di punta dell’organizzazione. Legati a loro una schiera di personaggi minori ma soprattutto la questione Cubana. Ci sono da difendere gli interessi dell’organizzazione nell’ambito del gioco d’azzardo nell'isola, assisteremo quindi alle manovre legate alla rivoluzione cubana, Castro, Batista fino ad arrivare all’episodio della Baia dei porci.
Jimmy Hoffa e il sindacato dei trasporti sono un altro tassello indispensabile del mosaico. L’F.B.I., J. Edgar Hoover, la C.I.A., il Ku Klux Klan, non manca proprio nessuno. La crociata di Bobby Kennedy contro la mafia, la passione di John Kennedy per le donne, i guadagni derivanti dall’eroina, i vizi, le debolezze, il potere, sono tutti elementi chiave di questo splendido romanzo.
Si arriva all’omicidio di John Kennedy con la sensazione di aver letto qualcosa di unico (almeno per me è stato così). Ma non disperiamo. Ellroy ha già pubblicato Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio che proseguono la Sua versione della Storia americana proprio da dove American Tabloid ci aveva lasciati.

Ps. Ringraziamo e diamo il benvenuto a La Firma Cangiante con il suo primo post per il nostro blog

martedì 1 maggio 2012

Flashdance

Oggi L’Ora Cult si occuperà di un film che è un cult per molti. Per chi? Per Nanni Moretti, ad esempio, che in Caro Diario confessa:
“In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Flashdance si chiamava quel film che mi ha cambiato definitivamente la vita. Era un film solo sul ballo. Saper ballare... e invece alla fine mi riduco sempre a guardare, che è anche bello, però... è tutta un'altra cosa.”

Flashdance
(USA 1983)
Regia: Adrian Lyne
Cast: Jennifer Beals, Michael Nouri, Lilia Skala, Sunny Johnson, Kyle T. Heffner, Belinda Bauer
Genere: danzereccio
Se ti piace guarda anche: Footloose, La febbre del sabato sera, Dirty Dancing, Save the Last Dance

Flashdance vanta dietro la macchina da presa Adrian Lyne. Che vantarsi di avere Adrian Lyne dietro la macchina da presa è come se Antonio Conte si vantasse di avere un parrucchino in testa.
Perché?
Ma perché Adrian Lyne è uno dei più paraculi registoni di Hollywood, uno che di solito sceglie i film in base ai titoli che questi possono fargli collezionare sulle riviste o nei servizi ai TG. Come Proposta indecente, uno di quei casi che partono da una domanda interessante: “Cosa fareste se a vostra moglie offrissero un milioni di dollari per una notte con lei?” e poi la trasformano in un film di merda. Solito grande Woody Harrelson a parte.
Ah, Adrian Lyne ha poi osato anche fare un remake (naturalmente mediocre) di Lolita di Kubrick, più altri successoni 80s come 9 settimane e ½ e Attrazione fatale. Quest’ultimo probabilmente il suo film migliore. Merito più che altro di Glenn “Psycho” Close.
Qui in Flashdance, l’Adrian dà il suo meglio (o il suo peggio?) realizzando un lungo videoclip di un’ora e mezza che a livello visivo nel suo essere spudoratamente ottanta-trash risulta anche niente male. Peccato che la storiella faccia acqua da tutte le parti e sia interessante quanto una puntata di Amici di Maria de Filippi. Forse anche meno. Ultimamente, con tutta la storia di Belen che si fa inchiappettare da quel ballerino che somiglia a Shevchenko alla faccia di Scarface Corona, Amici è molto meglio di Flashdance. Sorry, Nanni.

Flashdance, interno trama.
Alex Owens di giorno fa la saldatrice tamarra, di notte la ballerina. Tamarra, of course. O almeno, crede di fare la ballerina quando in realtà è una spogliarellista. Chiamiamo le cose con il loro nome. Dopo averla vista durante uno spettacolino erotico, il suo capo che non l’aveva mai cagata prima le rivolge finalmente la parola e la fa diventare la sua schiava d’amore. Mica scemo: lui divorziato pseudo imprenditore rampante molto Berluska anni Ottanta, lei 18 anni aspirante Ruby e con una notevole capacità nella danza che la rende mooolto snodata.
Un bel giorno la nostra (anzi, la vostra) Alex decide di andare a iscriversi a una prestigiosa scuola di danza vestita come se fosse appena tornata da un concerto dei Def Leppard. Quasi inutile aggiungere che tutte le altre ballerine (più competitive della Nina di Black Swan) la deridono e lei fugge via in una scena strappalacrime. Oddio, io in realtà mi sono fatto una sana grossa grassa bastarda risata. Alla facciazza sua.
E mentre Jennifer Beals piange e poi si allena, sudando come una maniac, maaaniac sul dancefloor, ogni scena trasuda di epicità trash anni Ottanta. Che poi Jennifer Beals nei panni della bomba sexy non è che mi convinca molta, sarà che anche in seguito sta donna non mi è mai piaciuta. Per dire, era l’unica L della serie tv The L Word che non mi sarei fatto. Con quegli scaldamuscoli anti sesso addosso poi…
Il tizio divorziato molto Berluska che se la vuole inchiumare (e al primo appuntamento se la inchiuma, visto che lei fa tanto la schizzinosa ma in realtà es una gran puta) è invece interpretato da Michael Nouri, un tizio giustamente finito presto nel dimenticatoio, lui e la sua faccia da schiaffi, rivisto di recente giusto in qualche serie tv come Damages. Dove c’è ancora Glenn “Psycho” Close. Tutto torna.
Una cosa non torna: Nanni, com’è che hai adorato un film in cui la figura maschile principale è un simil-caimano?

Al di là della lettura politico-sessuale-berluskoniana, la storiella narrata è talmente poca roba che il filmone è in pratica una sequela di sequenze tutte più o meno ridicole unite in maniera sconnessa tra di loro. Tra i momenti più risibili ci sono le scene erotico-sentimentali, i siparietti comici dell’amico comico (ma alla prova dei fatti ben poco comico), e anche i diversi balletti non sono da meno, con lo sgambettare così furibondo di Jennifer Beals che ha rischiato in più punti di farmi venire un attacco epilettico. Roba da competere con il balletto folle di Kevin Bacon in Footloose: quale dei due è più ridicolo? Davvero difficile scegliere…

Flashdance è un videoclip musicale formato maxi in cui spicca una soundtrack tra le più tamarre di tutti i tempi. E nonostante questo, o forse proprio per questo, la musica è l’elemento più riuscito del film, grazie a Giorgio Moroder, Michael Sembello, Donna Summer, Joan Jett… Insieme alla scena, questa sì memorabile, del provino finale sulle note naturalmente dell’inno “Flashdance… What a Feeling” di Irene Cara.
Sarebbe stato un bel videoclip e difatti diverse popstars, da Geri Halliwell a Jennifer Lopez, l’hanno plagiato omaggiato. Peccato abbiano voluto farne un film.
Alla fine dello sgambettare folle di Jennifer Beals, qual è or dunque il mio verdetto?
Come direbbe il giudice di un talent-show: per me è un NO!
Anzi, caro Nanni: per me è uno SCULT!

(voto 5,5/10)

lunedì 30 aprile 2012

Saluti ad Alice


ANTEFATTO: verso le 11 di sera del 12 Marzo, in radio ci sono una ventina di compagni, tra cui Flebo, Turbominchia e Bananastorta; si discute della bravata di Turbo che ieri mattina ha fischiato dietro al passaggio della Granduchessa Diosiacontè, in Piazza Purgatorio, proprio davanti al Palazzaccio. Tutti sanno che il Granduca si incazza come una bestia se qualcuno gli tocca la sua compagna: solo Turbo poteva fare una minchiata del genere. Adesso tutti i compagni temono una rappresaglia delle armate del Granduca contro la radio.
Naturalmente tutti i compagni danno dello stronzo a Turbo, che però si difende dicendo di non aver riconosciuto la Granduchessa, ma tutti sanno perfettamente che Turbo sta mentendo e che se dipendesse da lui, visto che una gonna è una gonna e se anche dentro ci fosse sua zia, meriterebbe comunque una mano sul culo o almeno un apprezzamento che inizia con "Bella fi" e finisce con "ga".

domenica 29 aprile 2012

Shame

 

Non siamo cattive persone.
È solo che veniamo da un brutto posto.


Trama: Brandon ha trentanni, vive a New York ha un bel lavoro, un aspetto invidiabile e tutte le donne che vuole. Ma è incapace di instaurare una relazione sana a causa di una dipendenza dal sesso. L'arrivo di Sissy, sua sorella minore, fragile sbandada ed incapace di controllarsi, sconvolgerà per sempre il suo seppur malsano equilibrio.

Controverso, difficile, emozionale, persino pornografico, di "Shame" si è detto tutto e su "Shame" si è fatto molto rumore. Per nulla? Probabilmente si.
Il meglio di "Shame" sono senza dubbio loro, i due protagonisti.

Michael Fassbender, premiato con la Coppa Volpi a Venezia, con questa interpretazione si conferma come uno dei più bravi, e probabilmente più coraggiosi attori di oggi. Il suo Brandon è una bomba inesplosa dietro ad una maschera di freddo perbenismo, e a lui basta uno sguardo, una lacrima, per raccontarci la miseria di un uomo prigioniero delle proprie ossessioni, capace di concepire il sesso solo come pulsione, come sfogo, e così estraneo ad ogni coinvolgimento emotivo che, quando si avvicina al nascere di un sentimento, l'incontro con la segretaria, non riesce ad andare fino in fondo.
Carey Mulligan al contrario, in "Shame" è una donna fragile, affettivamente dipendente ed alla continua ricerca dell'amore, e sarebbe quasi sufficiente la sequenza in cui interpreta "New York, New York" per convincerci della sua bravura.
McQueen, regista di indubbio talento, porta i suoi personaggi così estremi in una New York quasi spettrale fotografata anche nei suoi angoli più sordidi in maniera magnifica, realizzando un film curato nei minimi dettagli, formalmente impeccabile, con una colonna sonora stupenda, ma che finisce quasi con il somigliare di più ad una perfetta opera d'arte visiva che ad un prodotto di puro cinema. "Shame" non spiega cosa si cela dietro il comportamento patologico di Brandon e Sissy, non scopriamo mai perché i due fratelli stanno così male, non analizza, non cerca comprensione, si limita, se così si può dire, a mostrarci ciò che accade, come si trattasse di una sorta di documentario di lusso, e finendo con lasciarci clamorosamente indifferenti. Forse meno perfezione e più cuore ne avrebbero fatto un film stupendo.


Sicuramente era questo lo scopo di McQueen, in fondo la sua è una storia di vuoto esistenziale ed incomunicabilità, ma a me ha lasciato parecchio l'amaro in bocca; perché nonostante due interpreti meravigliosi, e non mi stancherò mai di ribadirlo, mi sono trovata di fronte ad un film che non genera reazioni di nessun tipo.
Niente emozione, empatia, dolore, rabbia, sdegno, nonostante la presenza di scene forti non ci si scandalizza neppure, si resta lì, inerti e freddi, a guardare.
Francamente troppo poco.


Newmoon