lunedì 5 novembre 2012

strade di fuoco

Settimana di preparativi in vista della serata con gli autori organizzata in vista della festa della Biblioteca Comunale di Bollate. Vi terremo aggiornati su quello che ci sarà prima (presentendovi gli autori che hanno dato la loro disponibilità), durante (diretta web streaming) e dopo (illustreremo con immagini e commenteremo la serata nei giorni successivi).
Partiamo con introdurre chi aprirà la serata. Per fare questo vi rimandiamo direttamente al suo blog dove ha pubblicato le ragioni della sua presenza. Pubblichiamo l'incipit e poi il link per poter leggere tutto il post.

Sabato sera a Bollate si parlerà di libri.
Dopo 18 mesi passati a viaggiare, cantare, ballare, condividere passioni, concerti, feste, spettacoli, presentazioni e reading, avevo deciso di dire basta. Dal mio punto di vista tutto quello che ha un inizio poi termina, inevitabilmente finisce. Molta gente crede che io faccia lo scrittore di professione, o lo springsteeniano per devozione, o lo “scemo” per missione. Hanno tutti ragione, direbbe Paolo Sorrentino, anche se in fondo non è così. Poi succede che un tuo carissimo amico metta in piedi una cosa che nel mio paese natale non si è mai vista e allora accorri, aiuti, cerchi di “partecipare” alla crescita di questo bellissimo progetto. Il Konte? E’ morto. Morto e sepolto. Ma al mio amico Giancarlo non potevo dire no. L’Orablù non è “solo” un bar. E’ un circolo culturale ricco di iniziative. Accetto volentieri l’invito (una promessa va sempre mantenuta) e non mi pesa dare l’occhei confermando la mia partecipazione come “apripista” della serata. L’Orablù ha i locali che si affacciano sul parcheggio delle piscine comunali di Bollate, la mia Hometown.

qui il seguito

giovedì 1 novembre 2012

Qualcuno di speciale cercasi


Ultimamente prendo quello che mi capita, quasi senza chiedere nome cognome e data di nascita. Non mi era mai piaciuto prima d’ora: ho sempre avuto idee precise, anche un bisogno di continuità, che mi portavano a stilare liste vincolanti, o a disegnare schemi di variazioni ben determinate. Tutti erano compresi all’interno dei miei gusti limitati, nessuno vi si allontanava nemmeno di un pelo, e se qualcuno di nuovo si aggiungeva, prima di affezionarmi avevo bisogno di tempo, ed è per questo che non sono mai stata attratta da perfetti sconosciuti. Sono sempre stata curiosa ma non fino a questo punto. Quando poi per qualche ora di piacere devi pagare, e i soldi a disposizione non sono tanti, stai ben attenta alle scelte che fai, eviti colpi di testa, e ti attieni a quei pochi che conosci e che davvero ti piacciono. Ultimamente invece se qualcuno mi dice “questo potrebbe piacerti”, pur non avendo mai creduto in vita mia a questa frase, nemmeno se detta da chi è probabile conosca i miei gusti, non rifiuto più; non dico che la mia sensazione sia di fiducia totale nel consiglio, perché non è così, semplicemente non ho più paura di scoprire che invece non mi piace, non lo considero più un errore, qualcosa di cui pentirsi o vergognarsi, semmai un’esperienza in più, su cui riflettere, da cui imparare, di cui parlare, anche da sputtanare se mi va.
E poi diciamoci la verità, nonostante mi consideri ora un’esperta che sa intuire una bufala, spesso vince la curiosità, che lungi dall’esser sparita è semmai cresciuta con me, perciò non mi tiro indietro, penso: c’è sempre tempo per tirarsi indietro, no? E vado avanti. Per convincermi, nei casi in cui il coraggio vacilla, mi dico: se non provo, non posso essere sicura che non mi piaccia; ed è soprattutto quando sono così poco convinta che mi rendo conto che la mia curiosità, con gli anni, tende sempre più a farla da padrona, perché molto spesso è l’aver capito che sto per avere a che fare con qualcuno di completamente nuovo per me, mai immaginato nella mia vita, o addirittura al quale non avrei mai dato due centesimi bucati, che mi smuove la voglia più curiosa di iniziare. Non ho più paura del nuovo. Non sempre mi va bene, e devo dire, ora che ho provato sia qualcuno di cui mi è stato raccontato qualcosa già prima, sia perfetti sconosciuti, che la prima strada è ancora quella che mi si confà, eppure continuo la roulette russa delle possibilità offerte dal caso, e leggo quello che mi capita, perché quando si viaggia con il bagaglio a mano non ci si può portare appresso l’intera biblioteca sensatamente selezionata in base ai propri gusti, interessi, studi, ma ci si deve accontentare di quello che viene prestato, soprattutto se non si vogliono spendere soldi per comprare nuovi libri e poi per spedirseli a casa alla fine del viaggio, metodo di trasloco meno costoso di un bagaglio da imbarcare su volo internazionale, e anche meno doloroso per le mie spalle, quando si tratta di trascinare la valigia sulle scale dell’aeroporto meno dotato che abbia mai conosciuto.

Ho letto diversi libri che raccontano la storia di qualcuno, soprattutto da quando sono ospite mi vengono appioppati con la promessa che mi piaceranno, perché sono proprio il mio tipo, ma la musica è sempre la stessa, perciò mi hanno un po’ stufato. Sono stanca di leggere libri che raccontano una storia. È come se io pubblicassi il mio blog della mia prima volta a Berlino, spacciandolo per romanzo, solo perché qualcuno dice che scrivo bene. A me non importa solo quanto è scritto bene un testo, perché oltre a questo la storia deve essere nuova, diversa, raccontata in modo particolare, e non solo questo. Il mio blog ad esempio non ha un inizio né una fine: cioè inizia in media res all’insegna dello scazzo più totale, come se fosse una medicina amara prescritta dal medico contro la mia volontà, e finisce che sparisco e pubblico post fasulli per tenere buoni i creditori, in modo che non si accorgano che mi sono data alla macchia (che avevo smesso di prendere le medicine e davo di matto l’avevano già capito). Per trasformarsi in un romanzo interessante, almeno ai miei occhi di lettrice, dovrebbe avere un inizio che accompagni il lettore alla scoperta dei protagonisti, dei luoghi, del tempo di cui si narra, dovrebbe raccontare la mia storia in rigorosa terza persona e con un punto di vista il più esterno possibile, giusto per dare credibilità al tutto, e dovrebbe avere un gran finale, un qualcosa che colpisca il lettore. Inoltre solo alcuni dei miei post sarebbero adatti o adattabili alla forma di romanzo. Eppure c’è chi certe cose le pubblica e riesce pure a venderle.


Ho letto in questi ultimi anni diversi libri del genere (fatico a chiamarli romanzi), si tratta di scritti in prima persona che raccontano avventure berlinesi, riflessioni, confronti, proprio come si potrebbe fare in un blog, ed io, forse perché è la mia seconda volta a Berlino, non ci trovo nulla di eccezionale nel vivere l’integrazione da protagonista. Berlino è una città multiculturale, e io ho l’impressione che qualsiasi straniero con un minimo di istruzione si senta in dovere di raccontare in un libro l’incredibile storia di come è arrivato a Berlino, di come si è tirato su dal nulla, come si è integrato bene. Eventualmente l’autore sottolinea il suo legame ancora vivo con il Paese d’origine o conferma addirittura di sentirsi indeciso se scegliere come proprio Paese del cuore quello d’origine o la Germania. Sicuramente prima o poi fa un confronto tra i due. Lo svolgimento classico è fatto di dubbi, amore e odio in contemporanea, entusiasmo, demoralizzazione, e lieto fine in un paese straniero, in alternativa si opta per i racconti sparsi. Fra quelli che ho letto, l’unico libro diverso dal solito su un tema ripetitivo è stato scritto da un’italiana che a Berlino era arrivata per studiare matematica e, prima per caso (a quanto pare era l’unico lavoro ben retribuito) poi definitivamente, si è pagata gli studi facendo la prostituta in un bordello, dove il massimo del guadagno l’ha raggiunto quando è rimasta incinta (del suo fidanzato), perché a quanto pare ai clienti piaceva molto farlo col pancione, ed erano addirittura disposti a pagare di più. Naturalmente il libro è stato pubblicato con un nome falso, visto che la famiglia di questo lavoro non sapeva né doveva sapere nulla, infatti Sonia Rossi non mi sembra un nome siciliano.

Io a Berlino non solo non ero riuscita a prostituirmi neppure gratis, ma non avevo nemmeno imparato il tedesco così bene da scriverci un libro, e per di più divertente. Perché se c’è una cosa che gli stranieri a Berlino hanno in comune è il forte senso dell’umorismo quando scrivono. Ho letto anche libri di ebrei berlinesi scampati alle deportazioni e di berlinesi dell’est scappati dalla dittatura della DDR, ma non erano così divertenti. Forse la loro storia era meno divertente, o forse loro erano troppo tedeschi e, pur se perseguitati, sapevano di essere a casa loro. Fra questi libri di tedeschi, quello che mi è piaciuto di più è stato quello dell’ebreo (l’attore Michael Degen), che ha dieci anni quando, assieme a sua mamma, inizia a vagare di nascondiglio in nascondiglio per sfuggire ai nazisti, aiutato da tedeschi di buon cuore (il titolo significa “Non tutti erano assassini”); lui ha vissuto l’esperienza della persecuzione da bambino, e il suo libro mi piace perché è riuscito a scriverne esattamente con il punto di vista dell’infanzia, quindi non come un adulto che ricorda e a posteriori riflette, ma quasi come se avesse scritto tutto a due anni dai fatti. Mi ha colpito scoprire come, nonostante il pericolo di morte, e la consapevolezza di poter essere in ogni momento scoperti e denunciati, un bambino possa mantenere comunque il suo lato innocente, quello che gli fa credere nella magia, nei super eroi, o semplicemente nella possibilità di risolvere i problemi parlandone. Il piccolo Michael ad un certo punto, sicuro di essere un peso per sua madre che non sa più come procurarsi il cibo, scappa e decide di nascondersi da solo, creando invece grande preoccupazione e spavento, in una donna che in alcun modo poteva uscire dal nascondiglio per cercarlo, né chiedere in giro, né denunciare la scomparsa alla polizia senza essere arrestata e deportata!

Ma tutti gli altri libri? Certo tipo di storie, comprensive dello stile divertente e semplice, mi sembrano più adatte ad un blog che ad un romanzo che cambierà la vita ai suoi lettori, ed è proprio per questo che anche i blog personali hanno dei lettori. A chi può interessare la banalità di una vita quotidiana? A chi può interessare la storia di come è stato strano abituarsi ad un Paese così diverso? Soprattutto quando è l’ennesima che leggiamo. Giusto ai lettori di un blog, che grazie alla possibilità di lasciare commenti e di leggere le risposte dei blogger, hanno l’impressione di conoscerli, e di aver quasi diritto (prima ancora che piacere) ad essere informati delle novità.
O almeno questo è quello che credevo io. Invece ci sono tantissime persone alle quali piace leggere libri su storie personali a malapena legate assieme da un filo cronologico (o anche solo logico), che più spesso appaiono come raccolte di pagine di diario o di articoli (come post, appunto). Perché per questi lettori conta solo che si parli della vita privata altrui (che accalappia il lettore), e che l’autore abbia senso dell’umorismo (che fa andare avanti il lettore anche quando la storia in sé è banale ai massimi livelli).

Nell’ultimo libro che ho letto, ad esempio, si fanno molti confronti con la Russia sovietica, si raccontano aneddoti e curiosità di cui l’autore è stato protagonista coi suoi amici, e vengono dati alcuni brevi consigli per vivere Berlino (il sottotitolo significa “Una guida per turisti pigri”), insomma niente di speciale, ma non c’è dubbio che lo stile sia comico, la risata mi è scappata più volte, per l’ironia o addirittura il sarcasmo con cui l’autore descrive i berlinesi, e con cui confronta l’Occidente con lo sfigato Est europeo, ma alla lunga mi è sembrato ripetitivo ed esagerato. Sarà che avevo letto già un libro di Wladimir Kaminer, che suona più o meno come questo, sarà che ho già letto libri simili, e suonano tutti così, sarà che così son capace di scrivere pure io, quando ne ho voglia.
Sarà che, curiosità a parte, io lettrice ho voglia e bisogno di qualcosa che abbia un vero inizio promettente, un corpo interessante e coinvolgente, e un gran finale che mi stupisca.


Fucking Berlin di Sonia Rossi (in italiano edito da Rizzoli)
Nicht alle waren Mörder di Michael Degen (da cui è stato tratto un film nel 2005 o 2006, diretto da Jo Baier)
Ich bin kein Berliner di Wladimir Kaminer (in italiano sono usciti altri suoi libri, editi da Guanda)

Elle

mercoledì 31 ottobre 2012

L'Ora di Halloween...


Silent House
(USA, Francia 2011)
Regia: Chris Kentis, Laura Lau
Cast: Elizabeth Olsen, Adam Trese, Eric Sheffer Stevens, Julia Taylor Ross, Adam Barnett, Haley Murphy
Genere: horror in presa diretta
Se ti piace guarda anche: La casa muta, Paranormal Activity, The Blair Witch Project

Pensavo che Silent House fosse il solito ennesimo horrorino ambientato in una casa, una di quelle che vorrebbero essere spaventose e invece non lo sono manco lontanamente. Invece, Silent House è una specie di Arca russa in versione paura. L’intera pellicola è infatti girata con un unico piano sequenza. Una scena sparata tutta di fila, sebbene qualche elaborazione in fase di montaggio credo proprio ci sia stata. Una sola e unica sequenza che ci getta in un incubo senza pause. Il film è dunque originale nella realizzazione, più che nella trama. La storia non presenta infatti chissà quali rivelazioni fenomenali, trattandosi di una vicenda famigliare tesa e ben orchestrata, ma niente che non si sia mai visto prima.
Al termine della pellicola: colpo di scena. Ho cercato informazioni sul film e ho realizzato che l’originalità della messa in scena è molto relativa, visto che si tratta del remake di un recentissimo horror uruguayano. Prima della visione di un film, soprattutto se è un thriller-horror, cerco sempre di saperne il meno possibile, e quindi mi era sfuggito questo “dettaglio” mica da poco.
Ma, comunque, un film uruguayano???
Perché, in Uruguay fanno film?
A quanto pare sì, e a quanto pare per limitare le spese li girano con un solo pianosequenza, tutto in presa diretta, buona la prima che così si risparmia!
Ho trovato Silent House parecchio originale, finalmente un horror originale dopo tanti tutti uguali e alla fine scopro che l’idea gli americani l’hanno rubata? La cosa non sorprende certo, visto che negli ultimi tempi vanno a caccia di idee in tutto il mondo, dalla Danimarca di Forbrydelsen ispirazione per la serie tv The Killing alla Francia dei thriller Pour Elle (diventato The Next Three Days), Anthony Zimmer (coverizzato con l’orrido The Tourist) e Crime d’amour (che diventerà Passion nelle sapienti mani di Brian De Palma).
E ora, vanno a scippare persino l’Uruguay.



Il merito dell’originalità va dunque alla pellicola sudamericana, grazie allo spunto davvero geniale di realizzare un horror con un solo piano sequenza. Idea azzeccatissima, visto che una ripresa senza stacchi e continua, come se stessimo assistendo all’orrore in diretta, è perfetta per un film de paura.
Il remake americano, un instant remake visto che è arrivato a pochi mesi di distanza dall’originale, ha invece il merito di aver replicato l’idea e averlo fatto in maniera impeccabile.
Non avendo visto la versione uruguagia evito i confronti diretti e mi limito a sottolineare come questo Silent House in versione americana sia (per fortuna) lontano dagli altri horrorini americani in circolazione. La regia procede senza sbavature a costruire una escalation di tensione notevole e si inventa anche qualche bella trovata per spezzare la monotonia del piano sequenza che dopo un po’ inevitabilmente rischia di annoiare (ad esempio con l’espediente dei flash della macchina fotografica a spezzare il buio), anche se magari pure queste idee sono state copiate dall’originale. Ma vabbè, non indaghiamo oltre…
Il merito maggiore della pellicola è però l’intepretazione davvero mostruosa della protagonista, Elizabeth Olsen. Se avete visto l’ottimo La fuga di Martha (Martha Marcy May Marlene) non vi stupirete, visto che pure lì offriva un’interpretazione a dir poco super-lativa. Qui non è affatto da meno, anzi. Il piano sequenza è una prova dura per un regista, figuriamoci per un’attrice che praticamente sta davanti alla macchina da presa per tutto il tempo. Se a ciò aggiungiamo l’evoluzione del suo personaggio nel corso della vicenda e gli elementi di follia presenti, questa è una prova di recitazione letteralmente pazzesca. E pensare che questo è il suo primo film, mentre La fuga di Martha è il suo secondo e a questo punto questa qui potrebbe rivelarsi una delle migliori attrici dei prossimi 50 miliardi di anni. Giusto per fare un tantino gli esagerati. E pensare, soprattutto, che Elizabeth è la sorella delle scimmiette gemelle Olsen, Mary-Kate ed Ashley, due che insieme non raggiungono nemmeno la metà di un millesimo del suo talento.
Se non avete compreso ciò che ho detto, prendete una calcolatrice.
Capito, adesso? I conti vi tornano?


Per terminare questo piano sequenza di post, Silent House è insomma un horror teso, tesissimo, parecchio coinvolgente e che offre una prova recitativa eccezionale. Cosa che nel caso di un horror è davvero raro dire, visto che spesso le donne nelle pellicole di questo genere vengono trattate come carne da macello o, al più, come tette che scappano dal mostro di turno. E questo vale per classici del genere come Halloween con Jamie Lee Curtis, quanto per trashate più recenti come Piranha 3D e variazioni simili. Invece qui troviamo una Elizabeth Olsen che fa paura sì, tanto è brava a reggere la scena dall’inizio alla fine. L’altro grande pregio è l’originalità della scelta del piano sequenza. Su tutto però si cela l’ombra della pellicola originale. Se l’avete vista, questo potrebbe sembrarvi giusto un furbo instant remake fotocopiato. Se ve l’eravate persa (dopo tutto, chi se li guarda, i film uruguayani?), questo probabilmente sarà anche per voi, così come è stato per me, il trip horror perfetto per questo Halloween.
(voto 7/10)
Cannibal Kid

domenica 28 ottobre 2012

Naturalmente Argilla...in mostra - Le foto

Le lampade

Alcuni scatti realizzati durante la serata dedicata alla mostra di Naturalmente Argilla dove si possono ammirare i lavori realizzati dagli allievi del laboratorio tenuto da Silvia Caldarulo.

martedì 23 ottobre 2012

Alpeis



Avete visto Kynodontas?
Non vi ricordate se l’avete visto o meno?
Impossibile. Se l’avete visto, lo saprete di certo. Che vi sia piaciuto o vi abbia infastidito, di certo non vi avrà lasciati indifferenti. Kynodontas è un film greco tra i più disturbanti e allo stesso tempo geniali degli ultimi anni. Ci presentava una tipica famiglia come tante: padre, madre, due figlie e un figlio. Solo che non era esattamente la famigliola del Mulino Bianco e i figli non venivano trattati in maniera tanto normale, visto che erano isolati dal mondo e allevati come fossero animali. Una metafora dei regimi dittatoriali, oppure una semplice dimostrazione di sadismo?
Qualunque sia la risposta, Kynodontas resta un film indimenticabile, che ti segna, ti marca nel profondo, ed è assolutamente consigliato. Ma certo non quando avete voglia di una visione leggera e disimpegnata.
Il nuovo film di Giorgos Lanthimos, la mente malata che si cela dietro a Kynodontas, deve quindi inevitabilmente stare a confrontarsi con l’illustre predecessore. E come ne esce?
Se avete intenzione di cimentarvi nella visione della pellicola, attualmente disponibile in rete soltanto in lingua originale con sottotitoli in inglese, è meglio che non sappiate nulla. Se invece volete rovinarvi la sorpresa o non avete intenzione di vedere il film, potete continuare a leggere.

Alpeis
(Grecia 2011)
Regia: Giorgos Lanthimos
Cast: Aggeliki Papoulia, Johnny Vekris, Aris Servetalis, Ariane Labed, Stavros Psyllakis, Erifili Stefanidou
Genere: malato
Se ti piace guarda anche: Kynodontas, Kinetta, Il grande capo

ATTENZIONE SPOILER
La storia è forse ancora più malata e deviante di quella rappresentata in Kynodontas. I protagonisti sono un gruppo di tizi che decide di mettere in piedi un’attività molto particolare, chiamata simbolicamente Alpeis, poiché i monti alpini si reggono l’uno con l’altro: per alleviare il dolore per la perdita di una persona cara, loro si propongono come “sostituti” del defunto. In pratica, rimpiazzano in tutto e per tutto la persona morta.
Se facessero lo spot pubblicitario, potrebbe essere: “Morte fai da te? No Alpeis? Ahi, ahi ahi.”

Il modo in cui compiono questa sostituzione è però molto meccanico, con la ripetizione sempre delle stesse frasi e delle stesse azioni, e se immaginate una cosa già di suo deprimente, questo è ancora più deprimente di quanto si possa immaginare. Sebbene a tratti il loro comportamento sfoci nel ridicolo e altre volte semplicemente nel noioso.
Alpeis parte quindi da uno spunto geniale come e forse più di quello presentato in Kynodontas. A livello cinematografico, il film risulta però meno efficace. Nonostante lo stile adottato dal malvagio Lanthimos sia simile, non ha la stessa potenza visiva e le scene non hanno la stessa forza. Se con Kynodontas poi il comportamento della famiglia protagonista poteva essere lo spunto per varie riflessioni politiche e sociali, in questo caso il tema della morte, che poteva far nascere spunti ancora più forti, è affrontato in maniera sì provocatoria, però non si va molto al di là (termine quanto mai azzeccato) di questo.
Interessante e non del tutto approfondita anche la tematica della personalità. Lanthimos gioca come un Pirandello sadico a togliere l’identità ai suoi personaggi: nel precedente Kynodontas i figli erano pupazzi nella mani di un padre burattinaio, qui i personaggi annullano loro stessi per diventare alter-ego di persone scomparse da poco. In un simile gioco perverso possiamo leggere una riflessione sul cinema, sul ruolo degli attori nell’interpretare una parte. Le riflessioni scattano quindi anche qui, ed è questo il bello delle folli pellicole del regista greco. A vederle fanno male, sono un pugno allo stomaco. Ma a ripensarci sono delle opere davvero complesse, sfaccettate e profonde.

Alpeis è quindi interessante, parecchio interessante, eppure sembra quasi come se Lanthimos dopo un’opera come Kynodontas si sia trovato “obbligato” a fare qualcosa di ancora più estremo. La visione c’entra l’obiettivo di essere disturbante e provocatoria come soltanto pochi altri registi al mondo riescono a essere, mi vengono in mente Michael Haneke e Lars Von Trier. Adesso resta da capire se il suo particolarissimo lavoro di provocazione riuscirà ad andare ancora più in alto delle Alpi, oppure se Kynodontas è destinata a essere la sua opera più rappresentativa e il vertice della sua, chiamiamola così, “poetica”.
Per il momento, questo Alpeis appare come una pellicola transitoria, ancora molto legata al film precedente, vuoi per la presenza della fenomenale Aggeliki Papoulia come protagonista, vuoi perché i momenti più emotivamente forti anche qui sono rappresentati dalle scene di danza, che però non toccano i vertici del sirtaki andato a male di Kynodontas.
Alpeis ha quindi la “colpa” di arrivare dopo un capolavoro tanto geniale quanto riuscito e riesce a sua volta ad essere geniale, ma non altrettanto riuscito.

Da uno spunto del genere, mi immagino già che negli Usa possano tirarne fuori una intera serie tv, possibilmente più ruffiana e giocata sui buoni sentimenti. Alpeis invece va di cattiveria pura, sebbene non sfrutti la strepitosa idea fino in fondo, con una rappresentazione che si incarta un po’ nella ripetitività. Resta comunque un’opera da vedere per farsi del male, cinema per nulla d’intrattenimento ma di “disturbamento”. Sapevatelo.
(voto 7+/10)

Cannibal Kid

Naturalmente Argilla... in mostra!

Un appuntamento che è diventato fisso da quattro anni: il nostro laboratorio di manipolazione d'argilla che avviene d'estate in autunno si trasforma in mostra. Però per la prima volta sarà possibile ammirare i lavori degli allievi non solo per una giornata come si è fatto fino allo scorso anno dove la mostra era situata nella Biblioteca Comunale di Bollate. Da sabato 27 ottobre Naturalmente Argilla in mostra sarà ospitata nei locali de L'OrablùBar e rimarrà in esposizione per un paio di settimane.
Per festeggiare l'occasione tutti insieme, allievi e insegnante, l'appuntamento è appunto per sabato 27 dalle ore 20. Durante la serata sarà anche possibile ascoltare una lezione aperta degli allievi dell'Officina della Musica di Diego Centurione.
Come sempre vi aspettiamo numerosi...